Dove il mercato non arriva

Che l’era del picco del petrolio o, meglio, del petrolio a caro prezzo sia qui per restare è un dato di fatto ormai accettato dal mondo intero, fatta eccezione per qualche raro ottimista comunque in via d’estinzione. Gran parte della produzione mondiale di petrolio viene da pochi giacimenti petroliferi giganti che stanno rapidamente invecchiando: Ghawar (Arabia Saudita), Kirkuk (Iraq), Cantarell (Messico) e Burgan Maggiore (Kuwait). I nuovi giacimenti scoperti negli ultimi dieci anni non vanno nemmeno vicini a quelli vecchi. La produzione petrolifera di Norvegia, Messico e Regno Unito, inoltre, è in diminuzione da tempo. Per limiti geologi o economici poco importa: quel che importa è che l’era del petrolio “facile” è finita.

Ci sarà una crisi energetica per l’alto prezzo del petrolio e la rarefazione delle risorse sfruttabili, allora? Personalmente, lo ritengo probabile. Manco a dirlo, i catastrofisti già prevedono collassi, cataclismi e rivolte mondiali quando il mondo si renderà conto che non c’è più abbastanza greggio per tutti e le macchine che garantiscono il nostro benessere si fermeranno, senza benzina, come in Mad Max. Oppure potrebbe avvenire il contrario. La domanda dunque è: ci sono valide alternative al petrolio? Vediamo.

Se ieri il petrolio si usava un po’ per tutto, oggi il greggio estratto finisce quasi tutto in combustibili per trasporto. E’ dunque plausibile che una crisi energetica da petrolio finirà per impattare maggiormente sulla mobilità, in primis quella personale, e tutto ciò che le gravita attorno. La generazione di elettricità oggi è affidata principalmente a gas e carbone – le cui riserve non destano particolari preoccupazioni – oltre al nucleare e al contributo crescente delle fonti energetiche rinnovabili. Ritornando alla domanda sopra, dunque, la risposta è che sì, ci sono valide alternative valide al petrolio, ma non arriveranno senza cambiamenti di poco conto.

Lo schema economico dell’energia nell’era del picco del petrolio lo trovate sotto.
In pratica, dal lato della domanda si considerano la richiesta energetica della popolazione e gli avanzamenti tecnologici – auto ibride e elettriche su tutto – mentre dal lato dell’offerta trovano posto le fonti energetiche rinnovabili, nuove tecnologie [coal-to-liquids (CTL), gas-to-liquids (GTL) e underground gasification of coal (UGC)] e lo sfruttamento del petrolio “non convenzionale”. A monte di tutto, la cosiddetta mano nascosta – ma neanche troppo – della governance e dell’economia, che influenza il meccanismo di domanda-offerta e, in ultima istanza, il prezzo dell’energia attraverso sussidi e incentivi al fine di assicurare la continuità degli impieghi vitali e/o strategici del petrolio a scapito di quelli voluttuari. Già oggi, ad esempio, la pubblica amministrazione corrisponde un benefit alle aziende del comparto autotrasporto per compensare i recenti incrementi del costo dei carburanti, con l’obbiettivo di permettere agli autocarri di continuare a rifornire i supermercati di latte e mozzarelle. Sempre grazie anche agli incentivi statali, il chilowattora ottenuto dal vento riesce già oggi a costare come quello delle fonti fossili convenzionali. Il che sottolinea, ce ne fosse bisogno, l’importanza del modello di governance per le questioni energetiche, tuttora mancante nelle fisolofie decresciste.

Più sul concreto, è molto probabile che un petrolio sempre più raro e costoso faccia da volano ad una espansione della mobilità elettrica in sostituzione di benzina/diesel, e a una contrazione delle grandi città modulata sull’offerta di mobilità pubblica, oltre a una dismissione del trasporto merci su gomma in favore della rotaia, possibilmente ad alta velocità.

Del mercato dell’auto nell’era del picco parlammo già tempo fa su questo blog e non v’è molto da aggiungere. La relazione tra urbanistica e mobilità nelle grandi città è stata recentemente puntualizzata dal sempre ottimo Corrado Truffi, su iMille-magazine:

Il problema (della mobilità nelle grandi città, ndFZ) è essenzialmente urbanistico: la città funzionale alle auto, pensata attraverso la “zonizzazione” spinta, fatta di palazzi separati da lunghe distanze (magari nell’illusione di dotarli di verde e servizi e di dar loro “spazio” vitale), è una città pensata per le automobili e con le automobili.

E’ allora evidente che l’ambiente urbano di un mondo dal petrolio ad alto costo per la rarefazione delle risorse sfruttabili necessita non solo di un piano di trasporti pubblici efficiente, ma anche di una ridefinizione dell’urbanistica cittadina stessa, tarata su esigenze di trasporto che prescindano dall’uso (e dal possesso) di auto personali. In pratica, le città andranno adattate alla nuova declinazione di mobilità urbana basata sul trasporto collettivo.

Simili considerazioni sono applicabili anche al trasporto merci, che le recenti proteste dei NO-TAV in Val di Susa sta riproponendo all’attenzione generale. La TAV Torino-Lione, per rimanere sull’esempio, è da decenni accusata di insostenibilità energetica e inutilità strategica per il trasporto delle merci. Sull’insostenibilità energetica già a suo tempo su questo blog si è concluso che i dati prodotti da chi perora l’insostenibilità della TAV sono ben poco conclusivi. Sull’utilità della TAV Torino-Lione per il trasporto merci, e un po’ sul trasporto merci in generale nell’era del petrolio a caro prezzo, ha scritto il bravo Terenzio Longobardi, sempre su iMille-Magazine:

Uno dei motivi che spesso vengono addotti per contestare la necessità di una nuova infrastruttura ferroviaria tra Italia e Francia è la riduzione, verificatasi negli ultimi anni, delle merci trasportate tra i due paesi, che non giustificherebbe la costruzione di una nuova e impattante linea ferroviaria. [..] Un aumento del traffico di merci nei prossimi decenni tra la Francia e Italia, non sarebbe plausibile sostanzialmente per due motivi:

1) Lo spostamento dell’asse commerciale verso i paesi emergenti dell’est asiatico che attualmente determina un maggiore utilizzo della direttrice ferroviaria Nord – Sud (frontiere svizzera e austriaca).
2) La sostanziale saturazione dei mercati dei beni di consumo di massa nei due paesi, che limiterebbe fortemente nei prossimi anni la crescita del volume degli interscambi commerciali e di persone attraverso la frontiera.

A mio parere, questo scenario, accettabile e condivisibile in un quadro BAU (Business As Usual), mostra la corda se si cambia la prospettiva di analisi introducendo il tema energetico tra le variabili che influenzeranno sempre più l’evoluzione del settore. [..] La graduale minore disponibilità di petrolio e la crescente dinamica dei prezzi, a cui stiamo già assistendo da alcuni anni, da una parte renderanno sempre più insostenibile sul piano dei costi l’autotrasporto delle merci, dall’altra determineranno un’inversione di tendenza nel processo di globalizzazione economica, restringendo gradualmente gli ambiti territoriali degli scambi commerciali. L’oggettiva tendenza alla saturazione dei mercati europei, verrà così controbilanciata dalla necessità di connettere e integrare maggiormente i mercati dei paesi confinanti o limitrofi, nel nostro caso attraverso lo sviluppo dell’asse Italia, Francia, Spagna e Gran Bretagna.

Anche nel caso del trasporto merci, dunque, un’alternativa al petrolio esiste, ma passa per lo sviluppo di una infrastruttura ferroviaria adeguata per il trasporto di merci su rotaia, quale la TAV Torino-Lione o, più in generale, la rete ferroviaria europea ad alta velocità sulla cui realizzazione Bruxelles preme da tempo proprio per diminuire le importazione di petrolio, necessario al trasporto merci su gomma, oltre alla dipendenza dai paesi produttori di petrolio. Chiudono il cerchio dei trasporti nell’era del picco del petrolio le navi a vela e navi-aquilone (kite-ship) per il trasporto navale e i biocombustibili per il trasporto aereo.

Intendiamoci, nessuno dei cambiamenti di cui sopra avverrà dall’oggi al domani. Stiamo parlando di riassestamenti e piani strategici con orizzonti decennali. Luoghi dove il mercato non arriva e che necessitano, per ragion stessa d’essere, di un modello di governance robusto, in grado di prendere e supportare decisioni di tal portata. E’ illusorio pensare che il libero mercato maturerà da solo le decisioni migliori su orizzonti così lunghi.

Il fatto fondamentale è che, come per il caso del picco del petrolio, i governi sono spesso chiamati a compiere scelte che anticipano e guidano certi percorsi di sviluppo, e il cui effetto futuro non si può prevedere sulla base dell’utilizzo di vecchie strutture e tecnologie o bisogni e necessità del tempo che fu. Certo, ogni decisione comporta un rischio e le possibilità evidenziate sopra per lo sviluppo di una economia dell’energia senza petrolio sono solo una delle tante soluzioni possibili. Alla fine, nessuno schema e nessun piano è potrà mai essere preciso al punto da garantire la certezza assoluta che le cose andranno come si vorrebbe. E’ il rischio che si corre quando si è chiamati a fare scelte importanti. Ma è un rischio che va corso, nella consapevolezza che ci vorrà tempo per cambiare la struttura del mondo in cui viviamo e che le politiche necessarie non sono per niente semplici. Quel che è importante, è maturare la consapevolezza che ogni soluzione, nessuna esclusa, comporta vantaggi e difficoltà di natura diversa. In breve, è importante formarsi gli elementi per capire e decidere sulla base di fatti e valutazioni ben motivate, e non sulla base di vaghe impressioni, disinformazione mirata, pareri di comici o bannerini su Facebook. L’unico modo per uscire dai problemi è con l’impegno di tutti, e nessuno si senta escluso. Ognuno si prenda le proprie responsabilità, con tutte le sue conseguenze. E state attenti a cosa desiderate.

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7 Responses to Dove il mercato non arriva

  1. Mauro scrive:

    Ognuno si prenda le proprie responsabilità.
    Giustissimo e bellissimo. Se ognuno prima si informasse e poi ragionasse.

    Ma data la situazione attuale io mi accontenterei che certe categorie (da te giustamente elencate verso la fine di questo interessantissimo post) semplicemente tacessero. Anche rifiutandosi di prendersi responsabilità, ma almeno tacessero.

    Saluti,

    Mauro.

  2. ziomaul scrive:

    Parte il fatto che il TAV è un Treno Alta Velocità e non un trasporto merci e quindi le sue considerzione su tali sono nulle; Esiste il picco del carbone già da tempo:

    http://blogeko.iljournal.it/2010/uno-studio-il-picco-del-carbone-si-verifichera-nel-2011-insieme-a-quello-del-petrolio/53955

    Comunque in Google esistono milioni di link.

    Ciao

  3. ziomaul scrive:

    Se poi si guardassero gli incentivi (ma anche migliaia di agevolazioni) che prendono i petrolieri e “carbonai” nel mondo c’è da impallidire.
    Ci possiamo permettere di drogare Statalmente il mercato spendendo cifre folli per rendere ancora utilizzabile il petrolio e carbone?

    Ciao

  4. ziomaul scrive:

    Nel grafico manca “il benessere” il cui aumento stimola di molto la domanda.

    Ciao

  5. Corrado scrive:

    Uno dei tuoi migliori post, complimenti. E grazie per la citazione:-)

  6. Pingback: Un mondo senza petrolio | iMille

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