Un mondo senza petrolio

il mio articolo per iMille-magazine.

Il prezzo del petrolio è in aumento. Da tempo economisti, esperti, opinionisti e un po’ tutti si scapicollano alla ricerca di spiegazioni e previsioni degli effetti del caro-petrolio sui mercati finanziari e sulla crescita economica.

Nell’attuale civiltà dei trasporti, il petrolio è un attore fondamentale che influenza la performance economica dei singoli paesi e dell’economia mondiale in molti modi. Secondo la teoria economica standard, infatti, l’aumento del prezzo del petrolio origina infatti:
– trasferimento di reddito dai paesi consumatori ai paesi produttori, dato che i primi devono pagare di più i secondi per le importazioni di greggio;
– aumento generalizzato dei costi di produzione di beni e servizi;
– aumento dei prezzi e dell’inflazione;
– riduzione dei profitti aziendali sui mercati finanziari (settore petrolifero escluso);
– compressione degli investimenti di aziende e privati, per la scarsa fiducia nella crescita futura;
– compressione della spesa privata, e conseguente impatto sulle finanze pubbliche.

Questo dice la teoria. Ora vediamo la pratica. Nel non troppo lontano 2004 quando il prezzo del petrolio stava ancora a “solo” 60 dollari al barile – sembra un’era geologica fa – preoccupati per gli aumenti continui, il Fondo Monetario Internazionale (IMF) e l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) condussero una simulazione per valutare gli effetti sull’economia dell’aumento del prezzo del petrolio [1] in regime di domanda anelastica come quella attuale. Tradotto dall’economichese, domanda anelastica significa che variazioni di prezzo non modificano le abitudini di acquisto dei consumatori o, altrimenti detto, che i consumatori sono disposti (o costretti) a pagare prezzi più elevati pur di continuare a comprare ciò di cui hanno bisogno: benzina per autotrasporto, di cui la civiltà moderna non può fare a meno.

Tra i vari costi simulati per il petrolio nel 2004 figurava anche l’allora altissimo prezzo di 120 dollari al barile. Se fosse stato raggiunto questo valore, la simulazione della IEA indicava una conseguente contrazione della crescita economica del 2.3% annuo e una crescita dell’inflazione ben oltre il 5%. Com’è andata da allora lo sappiamo: il petrolio ha raggiunto i 147 dollari a barile nel 2007, valore record prima della crisi delle borse mondiali, quando il prezzo è calato fino a 40 dollari a barile salvo risalire velocemente oltre i 100 attuali. Di crescita economica manco a parlarne, e oggi l’Europa è alle prese con la crisi del debiti sovrani. Lo scenario previsto dall’IEA pare essersi avverato. Ha dunque ragione Nature nell’identificare nella scarsità di offerta di petrolio per rarefazione delle risorse disponibili [2] la causa della crisi economica globale? Non proprio.

Secondo la teoria economica standard, l’aumento del prezzo del petrolio può originare da fattori diversi e altrettanto diversi sono gli effetti sull’economia. Lo shock sui mercati può essere da impoverimento dell’offerta – ad esempio per la guerra in Libia o per un razionamento produttivo dell’OPEC – o da crescita della domanda, trainata dalla crescita economica di alcune economie nazionali. La distinzione tra i due tipi di shock, crescita della domanda o impoverimento dell’offerta, è importante perché gli effetti sull’economia sono molto diversi. Uno shock da impoverimento di offerta aumenta il costo dell’energia riducendo la produzione industriale, con un effetto globalmente negativo. Se invece lo shock riflette un aumento della domanda, la produzione è soggetta sia a un effetto depressivo (per l’alto prezzo dell’energia) sia a un effetto positivo, trainata dalle esportazioni di beni industriali e di consumo verso i paesi in cui domanda è in crescita. Nel secondo caso, dunque, a fronte del medesimo aumento del prezzo del petrolio, la produzione industriale di un paese e l’economica può anche crescere. Altrimenti detto, l’aumento del prezzo del petrolio non implica necessariamente solamente costi per l’economia, come invece sostenuto da Nature, ma può dar luogo anche a dei vantaggi. Secondo questo schema, ampiamente documentato in letteratura economica [3], la relazione tra il prezzo del petrolio e la crescita economica nell’ultimo decennio riflette uno shock da aumento della domanda di petrolio, mentre shock da impoverimento dell’offerta sono alla base delle crisi petrolifere degli anni Settanta. Analogamente, un recente studio sugli shock da domanda e da offerta nel mercato del petrolio per l’economia americana dal 1973 ad oggi ha stimato che gli shock da offerta spiegano meno della metà delle oscillazioni del prezzo del greggio degli ultimi trenta anni, mentre più della metà è riconducibile agli shock da domanda [4].

Oggi come stiamo messi? Shock da aumento di domanda o shock da impoverimento dell’offerta? Prima di tutto va osservato che, rispetto alle simulazioni condotte da IMF e IEA, l’aumento del prezzo del petrolio non ha avuto le temute ricadute inflazionistiche. Sul perché ci sarebbe da fare un lungo studio, ma in linea di massima possiamo ragionevolmente supporre che le politiche monetarie dell’Unione Europea abbiano svolto il loro compito nel controllare l’inflazione. Inoltre, il PIL mondiale e i consumi energetici mondiali non stanno calando, anzi. L’indice della produzione industriale mondiale è in salita, tornato ai livelli pre-crisi. Lo stesso per il Global Purchase Index, il World Merchandise Trade e innumervoli altri indicatori macro-economici. In più, l’intensità energetica – il rapporto tra PIL e energia usata – è in discesa in tutto il mondo [5], che è un altro modo per dire che l’efficienza energetica mondiale sta migliorando, con conseguente risparmio netto di energia.

Il recente rincaro del prezzo del petrolio è infatti dovuto a uno shock da aumento della domanda per la crescita dei paesi asiatici, Cina in testa [6]. In altri termini, nella crisi economica attuale la rarefazione delle risorse petrolifere centra solo marginalmente. Tutto fa invece pensare ad una errata definizione di “globale” per questa crisi. In caso di shock da aumento della domanda, infatti, abbiamo visto come crescono quelle economie in grado di esportare o abbassare i costi del lavoro. Siccome il caro-petrolio determina una riduzione nei margini di profitto delle imprese, si salvano quei paesi – ed è il caso della Germania, ad esempio – che riescono a trasferire i maggiori costi su più elevati prezzi di vendita dei prodotti, grazie all’innovazione di prodotto o alla riduzione dei costi [7]. Questa crisi “globale”, al contrario di quanto sostenuto da Nature, sembra invece essere un problema di punto di vista “da ovest” che con la rarefazione delle risorse petrolifere sembra avere ben poco a che fare. Insomma, l’industria manifatturiera occidentale in passato è riuscita a superare altri grossi ostacoli, quali l’aumento enorme del costo del lavoro dal dopoguerra agli anni ottanta, ma pare faticare assai di più a tener botta ai livelli di ultra-concorrenza che provengono da est. Come si fa a dire che il +25% del costo dell’energia per le imprese italiane (non le energivore) è un problema di competitività quando incide in media – che so – per il 5% sul costo del prodotto finito o semilavorato? Anche la crisi del debito sovrano europeo, cos’altro sarebbe se non la palese indicazione dei mercati che come Paesi stiamo lavorando poco e male e che viviamo in prospettiva al di sopra delle nostre possibilità?

I problemi dell’energia nell’epoca attuale si riducono a un problema più sul petrolio, e quindi sulla mobilità di persone e merci nell’attuale assetto logistico, che globale. Non è un caso che tra i tanti indicatori economici il solo Baltic Dry Index sia forse l’unico ancora barcollante dalla crisi del 2008 a oggi, e che l’industria dell’auto stia soffrendo (a ovest, a est invece i profitti sono in aumento verticale). Il gas naturale, il carbone e la fissione nucleare insieme alle rinnovabili per produrre energia elettrica non rappresentano un limite per la crescita, specialmente se il tutto è coniugato insieme all’efficienza. Intendiamoci, questo non vuol dire che uno shock da offerta non avverrà mai. Le sanzioni occidentali all’Iran, con l’annuncio di un’interruzione delle importazioni del petrolio iraniano e le minacce di chiusura dello stretto di Hormuz, i problemi del Sud Sudan, la cui produzione di petrolio si è interrotta quasi completamente, la fine delle esportazioni del petrolio siriano a causa delle sanzioni e lo sciopero dei lavoratori del settore petrolifero in Yemen per i bassi stipendi sono solo alcuni esempi in tal senso che non potranno che crescere in futuro, mentre la domanda di petrolio delle economie emergenti, Cina e India in testa, aumenta costantemente.

Ci attende una crisi energetica causa futuro shock da offerta per la rarefazione delle risorse di petrolio, allora? Personalmente, lo ritengo probabile. Tuttavia questo non implica necessariamente collassi, cataclismi o rivolte mondiali. Le alternative al petrolio per una crescita sostenibile ci sono, ma non arriveranno senza cambiamenti di poco conto. Cambiamenti quali, ad esempio, una ridefinizione dell’urbanistica cittadina per l’ambiente urbano a corredo di una rete di trasporti pubblici efficiente oppure lo sviluppo di una infrastruttura ferroviaria adeguata per il trasporto di merci su rotaia, quale la rete ferroviaria europea ad alta velocità oppure la messa in posa di una rete elettrica intelligente per la mobilità elettrica privata oppure biocarburanti per il trasporto aereo. Mi fermo qui, ma la lista è lunga e continua molto oltre.

Intendiamoci, nessuno dei cambiamenti di cui sopra avverrà dall’oggi al domani. Stiamo parlando di riassestamenti e piani strategici con orizzonti decennali. Luoghi dove il mercato non arriva e che necessitano, per ragion stessa d’essere, di un modello di governance robusto, in grado di prendere e supportare decisioni di tal portata. E’ illusorio pensare che il libero mercato maturerà da solo le decisioni migliori su orizzonti così lunghi. Certo, ogni decisione comporta un rischio e le possibilità evidenziate sopra per un’economia senza petrolio sono solo una delle tante possibilità, nessuna delle quali potrà mai garantire la certezza assoluta del successo. E’ il rischio che si corre quando si è chiamati a fare scelte importanti. Ma è un rischio che va corso, nella consapevolezza che ci vorrà tempo per cambiare la struttura del mondo in cui viviamo e che le politiche necessarie non sono per niente semplici. Quel che è importante, è formarsi gli elementi per capire e decidere sulla base di fatti e valutazioni ben motivate, e non sulla base di vaghe impressioni, disinformazione mirata, pareri di comici o bannerini su Facebook. L’unico modo per uscire dai problemi è con l’impegno di tutti, e nessuno si senta escluso. Ognuno si prenda le proprie responsabilità, con tutte le sue conseguenze. E state attenti a cosa desiderate.

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Note a piè pagina:
[1] Analysis of the Impact of High Oil Prices on the Global Economy – IEA (2004).
[2] Petrolio: il punto di non ritorno è ormai superato – J. Murray e D. King, Nature (2012).
[3] “Oil and the Macroeconomy” – J. Hamilton su The New Palgrave Dictionary of Economics (2008).
[4] Oil and the Macroeconomy: a structural Var analysis with sign restrictions – F. Lippi e A. Nobili (2008).
[5] Energy Outlook 2030 – BP (2012).
[6] Si veda la crescita della domanda cinese – Energy Export Database (2012).
[7] Si guardi, ad esempio, il saldo netto degli scambi commerciali delle economie avanzate in crisi sul CIA Factbook (2011).

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2 Responses to Un mondo senza petrolio

  1. Defcon70 scrive:

    cit.
    “Anche la crisi del debito sovrano europeo, cos’altro sarebbe se non la palese indicazione dei mercati che come Paesi stiamo lavorando poco e male e che viviamo in prospettiva al di sopra delle nostre possibilità?”

    Intanto nella vicina Svizzera il 66% dei cittadini chiamati a esprimersi sull’opportunità di mettere nella Costituzione (!) il diritto di avere almeno 6 settimane di ferie all’anno hanno detto di no.

  2. Concordo e aggiungo che forse sarebbe il caso di portare il coso della benzia dai ~2 a 4 euro al litro (per tutti, anche per chi lavora con i mezzi su gomma) e finanziarci le altrenativa al petrolio prima di essere costretti a farlo per forza.

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