Simboli e retoriche della decrescita

Il TAV è il primo caso in cui una classica sindrome Nimby si trasforma nella condivisione e teorizzazione di massa della teoria della decrescita felice. [..] L’idea che hanno in testa i NO TAV, sopratutto quelli del movimento di solidarietà ai valligiani, ovunque abitino in Italia, è quello di un mondo esplicitamente, dichiaratamente in decrescita. L’opera è inutile perché il fabbisogno di trasporto cala. E, nelle parole del più conseguente e maturo NO TAV della Val di Susa, Luca Mercalli, è bene che il fabbisogno di trasporto cali, perché bisogna ricentrare il mondo sulle produzioni locali, sul Km zero, e comunque ridurre la quantità di cose trasportate (ad esempio riducendo gli imballi, ecc.).

[Corrado Truffi su iMille-magazine, oggi]

Peccato che le cose non siano semplici come la fanno i decrescisti à la Mercalli.

Nel suo articolo, Corrado Truffi mette in luce le contraddizioni più evidenti e macroscopiche degli ideologi decrescisti nella gestione di beni e risorse.

In primis, la retorica del chilometri zero secondo la quale il commercio internazionale dovrebbe essere ridotto in favore delle produzioni locali. Che poi la stessa retorica sia diffusa via internet usando telefonini o smartphone che funzionano grazie a batterie di litio cileno e sviarate terre rare cinesi è un particolare irrilevante per questo modo di pensare. Per la grande maggioranza delle materie prime, la produzione è concentrata in particolari aree geogratiche per limiti geologi. Provate a coltivare la terra usando un badile di ferro italiano costruito col carbone italiano e tornate a dirmi quanto costa (se ne trovate proprio). Questo tralasciando il fatto che, restando ad un bene primario come il cibo, non tutti i paesi hanno terre fertili da coltivare a sufficienza e – soprattutto – che non è sempre vero che la filiera corta ha l’impronta ecologica migliore.

In secundis, nei decrescisti è evidente la difesa dei beni comuni in contrapposizione al mercato e ai beni privati. Si potrebbe anche essere daccordo, ed entro certi limiti io lo sono. Tuttavia il problema è che non è facile mettersi d’accordo su quali siano i beni comuni e quali no. Per fare un esempio: internet è bene comune o privato? Oltretutto, senza un modello di governance robusto e credibile, che vada oltre banalità sulla gestione partecipata e/o volontaristica dei decrescisti, non è per nulla facile mettersi d’accordo su quale sia il modo migliore per gestire i beni comuni, anche invocando il solo vincolo della sostenibilità. Ad esempio: bloggare è sostenibile o spreco di energia? Per i descresciti i blog sono da abolire o l’energia elettrica utilizzata vale la libertà d’espressione concessa?

Ultimo ma non ultimo, l’incoerenza del rapporto dei decrescisti con le valutazioni tecniche e la scienza in generale. I decrescisti rifiutano la valutazioni degli esperti sulla TAV, in virtù dell’esistenza di studi e pareri negativi su di essa, invocando il principio di precauzione. Tuttavia, non è possibile non notare come la stessa situazione si registra quotidianamente per il solare fotovoltaico, ancora oggi al centro di un robusto dibattito sulla sua sostenibilità economica per i generosi incentivi di cui gode e necessita. Eppure, per i decrescisti è tutto ok. Nessun principio di precauzione va applicato al solare fotovoltaico. Anzi, proprio Mercalli si vanta della sua indipendenza energetica ottenuta tramite copertura dell’ampio tetto di casa con veruni pannelli fotovoltaici.

In pratica, come fa giustamente notare Corrado, nei decrescisti

[vi è] l’uso sistematico del doppio standard nella valutazione della scienza, della tecnologia e dei suoi effetti: quando una scoperta scientifica è coerente con il tuo sistema di valori a priori, è buona per definizione (esempio, la fecondazione assistita). Quando è contraria al tuo più o meno esplicito sogno di società ideale, si invoca a gran voce almeno il principio di precauzione o, più spesso, si accusano le manipolazioni delle terribili multinazionali (esempio, gli OGM).

A monte, non si può non concordare coi decrescisti sul fatto che, finchè la crescita del “benessere” verrà pesata col solo PIL, probabilmente continueremo col capitalismo bruto della crescita infinita. Personalmente concordo coi decrescisti anche sul fatto che il capitalismo della crescita *materiale* sia destinato a scontrarsi a breve coi limiti fisici della materia. Tuttavia non se ne esce negando l’idea di crescita economica, come vorrebbero i decrescisti, ma incorporando in essa la sostenibilità ambientale. Non è infatti necessariamente vero che economia e ambiente sono insiemi disgiunti e rivali nella crescita del “benessere”. Non è vero che se cresce l’economia – il PIL, brutalmente – non può crescere l’ambiente e se cresce l’ambiente non può crescere l’economia. Al contrario, dall’unione dei due insiemi discende il concetto di economia sostenibile, che non nega il perseguimento della crescita economica ma lo sottopone a vincoli fisici e ambientali. Ma sempre di crescita si tratta, non di decrescita.

La cosa che però mi lascia maggiormente perplesso, è constatare come strategie e ricette operative proposte dai decrescisti finiscano per ricalcare pari pari quelle della crescita sostenibile. Salvo prefiggersi l’obbiettivo opposto.

Post Scriptum: mi scuseranno i lettori di questo blog per gli scarsi aggiornamenti delle ultime due settimane. Purtroppo sono alle prese con una scadenza lavorativa molto stretta e qualche problema personale.

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63 Responses to Simboli e retoriche della decrescita

  1. Luca Pardi scrive:

    Molta confusione, molte banalità e poca profondità in questo articolo, essenzialmente un esercizio di retorica anti-decrescita. Daremo una risposta circostanziata.

    • Filippo Zuliani scrive:

      Luca, permettemi un consiglio: se vuoi dare una risposta circostanziata a un articolo dalla e bon. Venire qui, additare un articolo di “confusione”, “banalità” eccetera senza esporre un-concetto-uno a sostegno del tuo giudizio rende poca giustizia alle tue capacità.

    • Alessandra Bonacini scrive:

      Parere del tutto personale: a mio giudizio il post è chiarissimo, articolato e di giusta lunghezza. E francamente di retorica non ne vedo nenche un grammo.

  2. Luca Pardi scrive:

    No no, insisto, l’articolo è confuso e banale, poca riflessione e molta supponenza. Che la mia capacità debba aver giustizia da lei è cosa assai poco probabile. E poi non mi dia del tu che non ci conosciamo nemmeno.

    • Filippo Zuliani scrive:

      E ancora motivazioni zero. In compenso provocazione tanta. Che dire, mi aspettavo di meglio dal presidente di ASPO. E mi scusi se mi sono permesso di darle del tu, professore, dopo anni di frequentazioni nel forum di ASPO. Francamente, mi sfuggono le motivazioni di tanta acredine.

  3. Luca Pardi scrive:

    Evidentemente in anni di frequentazioni del forum di ASPO non ha capito molto. Comunque voglio essere buono e le pongo una prima domanda: come si dovrebbe agire per non applicare il doppio standard? O essere contro la TAV e contro il fotovoltaico oppure essere favorevoli ad ambedue? Perché uno non può essere, onestamente, convinto delle ragioni tecniche contro la prima e delle ragioni tecniche a favore del secondo? Secondo me si. Quindi è evidente che in tutti i casi si operano delle scelte e chiamare queste scelte doppio standard è banale (perché argomento abusato) e frutto di scarsa riflessione.

    • Filippo Zuliani scrive:

      Si risparmi la bonta’, Pardi, chè la tracotanza delle sue risposte non vale ulteriore replica. Se vuole esprimere dissenso sugli argomenti trattati impari a farlo nelle dovute maniere o vada a farlo fuori da questo blog. Saluti.

  4. Luca Pardi scrive:

    Non vale ulteriore replica perché non ne ha. Purtroppo per lei.

  5. Defcon70 scrive:

    Non tutte le ciambelle riescono col buco, ossia non tutti i post o le conferenze risultano NON confuse e banali.

  6. ziomaul scrive:

    Mi dispiace dirtelo in quanto sei una persona intelligente!
    .
    Vedi bianco o nero mentre esistono gradi di grigio ed eccezzioni. Inoltre mi pare che ti fidi della spiegazione di “decrescita” data da personaggi “dubbi” e non da persone dedite su questa tematica come Mercalli.
    .
    Esistono due sistemi per cui una ditta (ma anche associazione, Stato, ecc.) può MIGLIORARE/crescere: Aumentare il profitto o risparmiare inteso come sfruttare al meglio le proprie risorse. La Decrescita (io preferisco Acrescita) segue l’ultimo caso con una sua strategia.
    .
    Immagino già che con l’ultima frase avrai “granato gli occhi”, dunque urge un tuo approfondimento.
    .
    Ciao.

    • Filippo Zuliani scrive:

      Che l’efficienza sia un modo per crescere e non per decrescere (o acrescere, per usare la nomenclatura pseudo-accademica di Pallante) e’ gia’ stato spiegato nel post precedente sulla decrescita. Personalmente ho letto i primi libri di Pallante, quelli di Mercalli mi mancano. Non so a che personaggi “dubbi” tu ti riferisca.

  7. Defcon70 scrive:

    Oddio, anche ziomaul decrescista! E un altro che confonde il risparmio con l’efficienza. Siamo circondati.
    Dai il buon esempio, ziomaul: decresci per primo! E’ molto semplice, vai dal tuo responsabile risorse umane (più allo sportello dell’INPS, mi vien da pensare leggendo il tuo lessico…) e chiedigli di decurtarti lo stipendio/pensione.

    • ziomaul scrive:

      Cosa centra : NIENTE!

      Ma individua che
      1) Mal comprensione
      2) Non vuoi vedere la realtà
      3) Troll

      Infatti non si deve decurtare la pensione in acrescita ma sfruttare meglio la pensione stessa.

      Ciao

      • Filippo Zuliani scrive:

        Allora, qui a ognuno e’ permesso ogni personale opinione con libera discussione, sotto il principio che “siamo d’accordo di essere in disaccordo amichevolmente (we agree to disagree agreeably). Chi proprio non potesse si senta pure libero di andare altrove.

      • ziomaul scrive:

        Appunto. Infatti io puntavo il dito sulle false informazioni.
        .
        Ciao

      • Defcon70 scrive:

        C’entra eccome, la malafede e l’ignoranza è casomai la tua.

        Il tuo stipendio e quindi i tuoi consumi compongono quota parte del PIL. Nell’identità keynesiana, il PIL al netto della bilancia commerciale di un Paese è la somma degli investimenti, della spesa dello Stato e dei consumi della gente, appunto.
        Se diminuisce il tuo stipendio allora diminuiscono i tuoi consumi quindi diminuisce il PIL a parità di spesa dello stato e di investimenti. Ma non ci può essere, entro certi limiti di tassazione su persone e imprese, una parità di spese dello Stato, quindi l’effetto della tua riduzione di stipendio è doppio nei confronti del PIL.

        Pardi ha fatto notare all’inizio di questi commenti che questa per gli economisti si chiama recessione e invece la decrescita è un’altra cosa: in sostanza sarebbe un generico insieme di comportamenti volti al “consumo più consapevole delle risorse”, quali esse siano.

        Io sono proprio curioso di capire come si dovrebbe tradurre quella “consapevolezza” in atti concreti, sia di governance che di comportamenti dei cittadini: in cosa si sostanzierebbe di diverso la decrescita – negli EFFETTI totali, inclusi soprattutto quelli verso gli ecosistemi – dai principi della crescita sostenibile, questa sì molto ben codificata all’interno delle regole che governano la macro-economia?

        Restringendo il campo all’energia, più caro a questo blog, è stato già fatto notare che tutte le azioni volte ad aumentare l’efficienza incrementano il PIL perché si aumentano gli investimenti. Efficienza energetica = stesso risultato con minore impiego di energia. La cosiddetta Green Economy cos’altro sarebbe se non una forte azione di investimento sul proprio futuro energetico messa in campo da noi ricchi occidentali per far crescere le nostre economie? Questa è crescita sostenibile, senz’appello, perché si aumentano gli investimenti.

        Esempio: nella mia casa in classe A, ho personalmente investito il 30% in più in involucro edilizio e il 50-60% in più in impianti per soddisfare il mio approccio sostenibile e per mettere la mia famiglia un po’ al riparo dai costi energetici futuri, ma sono soldi IN PIU’ che ho speso aprendo di più il portafogli. I minor consumi di cui beneficerò nei prossimi lustri, non avranno lo stesso effetto inverso per una diminuzione del PIL, perché i prezzi dell’energia aumenteranno. In totale, nel ciclo di vita di quell’immobile, avrò fatto crescere l’economia, il PIL, chiaro?

        Qual è l’equivalente ricetta della decrescita a parte stare al freddo d’inverno e al caldo d’estate come facevano i nostri nonni?

      • ziomaul scrive:

        Stai facendo una confusione pazzesca:
        PIL è “Prodotto Interno Lordo” ed una delle nazioni con il più alto PIL è l’India dove si muore oggigiorno per fame e dove i ricchi sono sempre più ricchi.
        .
        Se aumenti le pensioni NON aspettarti di vedere il PIL in aumento:
        1) Si compera sempre di dall’estero=> Aumento del PIL della Cina e non italico.
        2) Aumento del risparmio => Niente PIL
        3) Diminuisce la richiesta di lavoro interno => Diminuzione del PIL Italiano.
        4) Questi soldi sono sottratti ad altri usi.

        Come vedi il PIL non vuol dire ricchezza o altro beneficio…. Salvo ricchezza dei “soliti noti”.
        .
        E’ inutile continuare con una crescita “usa e getta” perchè ci facciamo male da noi. Un’altra crescita, quella dei comodità, sicurezza, ecc.. invece è possibile. Il guaio è che con l’aumentare della popolazione automaticamente questo vantaggio s’assottiglia fin diventare negativo.
        .
        Dunque o cambiamo le regole economiche e fermiamo l’aumento della popolazione oppure CRACK!!! Come cambiare le regole economiche? Non usare le materie prime e ricicliamo, fine degli sprechi, fine delle logiche delle ferriere, fine delle logiche del credito gonfiato, fine dell’estrarre energia da materia non rinnovabile come gas e Petrolio, ecc..

        Ciao

      • Paolo Marani scrive:

        In replica ai commenti di Defcon70.

        Le spese in efficientamento energetico, e qui ti sbagli, spesso RIDUCONO il pil, non lo aumentano.
        Perchè seppur è vero che c’è una spesa iniziale, il risparmio che si ottiene più che compensa tale spesa in pochissimi anni, a meno di ritenere che dentro il PIL sia il mercato dei carburanti che tutto l’indotto delle minor manutenzioni non ci entrino proprio, ma così non è. In generale, se è un investimento che diminuisce i flussi di cassa futuri (perchè il PIL in ultima analisi misura la quantità di merci vendute e comprate), l’effetto nel lungo periodo è una riduzione del PIL.

        Il movimento della decrescita si AUSPICA una riduzione del PIL, l’economia classica sviluppista si limita alla correlazione fra PIL e crescita, perciò, che sia sostenibile o meno, il pil DEVE aumentare. Una specie di mantra dal sapore di fondamentalismo ideologico.

        Persino Kennedy era arrivato a dire che il PIL misura qualcosa che non è più un buon indicatore del nostro stato di benessere…

        Supponi che arrivi una nuova tecnologia che consenta a costi accettabili di sostituire le lamiere delle nostre automobili in un derivato sintetico elastico simile alla gomma, che resiste molto meglio agli urti e agli incidenti.

        Meno incidenti = meno spese sanitarie, meno carrozieri che lavorano, meno auto vendute, meno parti di ricambio, meno polizia stradale, meno gessi ortopedici… per il pil sarebbe UN DISASTRO, ma per chi salva la pelle, è un BUON investimento, a fronte magari di un 20% in più del costo dell’auto… ma le auto di gomma (ammesso sia possibile farle) non ci sono… e semmai ci fossero, i produttori di auto non le vorrebbero mai vendere.

        Ci sono anche investimenti in “beni” che non sono “merci”, e che riducono il PIL. Fra questi gli investimenti in salute e inquinamento, risparmio energetico, sicurezza.

      • Defcon70 scrive:

        identità keynesiana Y= C + G + I + (X-M)
        dove Y è il PIL, C sono i consumi finali, G è la spesa dello stato, I gli investimenti, X le esportazioni e M le importazioni

      • ziomaul scrive:

        In caso di un circuito chiuso e non globalizzato. Adesso quella formula non funziona più.

        Ciao

      • Filippo Zuliani scrive:

        Non mi pare. Si veda, ad esempio, il paragrafo “La determinazione del PIL in una economia aperta” a pagina 20 di queste dispense di Economia Politica. La formula riportata e’ straordinariamente uguale a quella di Defcon70, importazione e esportazione incluse.

      • ziomaul scrive:

        Infatti non dico che è errata ma non più attuale. Vedi risposta prima.

  8. Defcon70 scrive:

    Ora che ci ripenso, per molto meno, ossia commentando con critiche circostanziate e motivate, sono stato bannato dal blog NTE di ASPO. E lo sono stato essendo stato accusato nientemeno che di trolling.
    Invito quindi i lettori a ripassarsi (se è il caso) la definizione di troll e di applicarla eventualmente ai commenti di Pardi di cui sopra.

    PS: beninteso, vivo benissimo lo stesso senza leggere o commentare su NTE e pure su Petrolio e Crisis, gestiti dai compari della cricca.

  9. Pingback: Decrescita (più o meno felice), rientro dolce, recessione, collasso. Facciamo ordine con i termini - Rischio Calcolato | Rischio Calcolato

  10. Paolo Marani scrive:

    Articolo capzioso che non cerntra il nodo fondamentale del movimento della decrescita (e nemmeno lo comprende).

    Il ritorno a un concetto di produzione locale, non deve essere inteso in forma integrale o talebana.

    Va benissimo che il telefonino (o l’automobile, il TV, etc.) sia prodotto con parti provenienti da ogni angolo del globo. Perchè è un bene DUREVOLE, e in un mercato maturo, i flussi di merci sono solo di sostituzione.

    Diverso invece è il caso di beni meno durevoli, in cui la logistica agisce in maniera perversa, tipico esempio lo yogurt, che viene spedito all’estero per essere inserito in un contenitore, poi rispedito ancora per ricevere l’imballaggio, e rispedito nuovamente al distributore, magari situato nello stessa città da cui lo yoghurt è partito!

    Sono queste follie che non ci potremo più permettere in un futuro con scarsità di risorse fossili.

    Anche ai tempi di maria antonietta si poteva mangiare UVA tutto l’anno, ma fuori stagione era davvero raro, e ad un costo esorbitante.

    Produrre in locale “quello che si può”, esportando solo le eccedenze, è un concetto così ovvio che avrebbe senso persino all’interno di un puro paradigma della crescita. Come si fa a bollarlo come fantasia ecologista ?

    • Filippo Zuliani scrive:

      Per rimanere al tuo esempio sullo yogurt: non sto dicendo che far girare inutilmente yogurt sia giusto o condivisibile. Sto dicendo che lo yogurt viene fatto girare inutilmente semplicemente perche’ e’ possibile farlo (ed economicamente conveniente). Ora, finche’ si manteranno le stesse condizioni, semplicemente aspettati che si continui uguale. Mi spieghi come pensi di impedirlo? Su base volontaria non funziona, per il semplice motivo che altrimenti lo avremmo gia’ fatto. Parlare di nuovo paradigma e’ bello, ma la ricetta operativa quale sarebbe?

      • Paolo Marani scrive:

        La tua è una implicita ammissione che il baratro è inevitabile, se questo è il principio, allora ti suggerisco

        1- Di non andare mai più a votare
        2- Di non invitare nessuno ad andare a scuola
        3- Di non fare alcun mutuo per investimenti sul futuro

        Tanto, se tutto è dettato dall’economia, la rovina è inevitabile, quindi nemmeno cercare di cambiare le cose, non è vero ?

        L’economia SI PUO cambiare, perchè i comportamenti che OGGI sono su base volontaria, DOMANI saranno su base obbligatoria, e la crisi farà la differenza fra chi è riuscito ad adattarsi e chi no. Lascia avanzare un po la crisi (che con il tuo modello è inevitabile), e vedrai fiorire comportamenti che solo a pensarci prima si veniva presi per pazzi, a partire dagli orti urbani, fino alla vendita dell’auto.

        E’ qui il senso del libro di Luca Mercalli “Prepariamoci”… prepariamoci a un mondo al quale, incapaci oggi di cambiare le cose pur sapendo che cambieranno, ci troveremo di fronte volenti o nolenti, e se io ho la luce elettrica da FV e il mio vicino no, forse diventerà importante quella piccola spesa che ho messo da parte in armi per difenderla!

        La retorica dell’inevitabilità, è esattamente la rovina.

      • Giova scrive:

        Però le condizioni non stanno rimanendo le stesse e l’atteggiamento delle persone si adegua rapidamente. Oggi alcuni giornali riportavano la notizia del boom di abbonamenti nel trasporto pubblico locale negli ultimi mesi:

        http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/03/21/news/caro_benzina_auto_in_garage_atac_boom_di_abbonamenti-31922046/

        Poche settimane fa la Coldiretti pubblicava i dati delle vendite dirette da parte delle aziende agricole che quest’anno sono aumentate del 53%:

        http://www.reggio-emilia.coldiretti.it/vendita-diretta-ecco-i-numeri-di-campagna-amica-.aspx?KeyPub=GP_CD_REGGIOEMILIA_HOME|CD_REGGIOEMILIA_HOME&Cod_Oggetto=32827709&subskintype=Detail

        Mi sembra insomma che sia ancora e soprattutto il criterio economico a governare le abitudini dei consumatori. I criteri ideologici, quandanche nobilissimi ed evidenti infiammano sempre le minoranze.

      • ziomaul scrive:

        Attenzione:
        Spesso quel “economicamente conveniente” è un trucco contabile!
        Al cambio monetario, esempio cinese, una radio prodotta in Cina corrisponde ad un sacco di patate, mentre in USA potresti comperare solo qualche patata al cambio.
        Un piccolo contadino spende molto di più mandare la “scatola di pomodori” dalla sicilia che una multinazionale mandare la sua “scatola di pomodori” dall’altra parte del mondo. Magari facendo in parte lo stesso tragitto!!!
        Un operaio in italia costa 1500euro mensile, uno schiavo (se si potesse) in italia 300euro, un lavoratore professionista in romania 300euro, un lavoratore “minimo” rumeno 100euro, una lavoratore nel sud-asiatico 50euro, africano 10euro mensile.
        Ecc. ecc..

        Ciao

      • Paolo Marani scrive:

        Aggiungiamo inoltre che la moderna economia (affatto sostenibile) è d’uso privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Il classico esempio di Annie Leonard è proprio la radiolina cinese da $4.99, dove con quel prezzo a malapena un americano ci pagherebbe il solo trasformatore di alimentazione … In realtà, il costo energetico e di risorse per produrre quella radiolina E’ LO STESSO sia in usa che in cina, ma la differenza fra il costo X e il suo prezzo di vendita Y è stato semplicemente “esternalizzato”. Significa che qualcun altro l’ha pagato per noi.

        Chi ? Probabilmente chi si è visto il figlio costretto a far lavorare il figlio sottopagato a 14 anni, l’abbiamo pagato in rifiuto prodotto, in terra fertile convertita in stabilimento industriale (che ne moltiplica il valore fittizio), l’abbiamo pagato in risorse naturali preziose provenienti da tutti gli angoli del globo (con relative spese di trasporto e inquinamento) estratte e mai più ridate alla terra.

        Decrescita felice è farla pagare un prezzo equo, purchè sia di materiale durevole, smontabile, riparabile facilmente, ben construita e ben progettata in funzione del riciclo, adattabile ad essere alimentata da fonti alternative, e soprattotto comprata solo se davvero necessario.

      • ziomaul scrive:

        Più precisamente:
        - La radiolina cinese costa meno perchè in realtà una parte la pagano (occidente) con le tasse per sostenere la moneta-forte. Infatti la differenza tra le monete (che non corrisponde al rispettivo quantità di cibo o servizi) è viziato da questo.
        - Si predilige in economia di capitale il grosso al discapito del piccolo. Più è “grosso” più risparmia per unità prodotte. Il classico esempio del supermercato contro il negozietto.
        - In alcune economie, dittatoriali, si preme al massimo sfruttamento non solo umano ma anche di materiale e produzione al discapito di altro. Anche in discapito che facendo in questo modo sia umano che risorse non possono ri-riprodursi, come il pescato e i lavoratori che muoino di fame.
        .
        Ciao

  11. Paolo Marani scrive:

    Riguardo al concetto di “economia sostenibile”, si cammina un po sulle uova.

    Non basta aggiungere l’aggettivo sostenibile per trasformare la STESSA economia di prima in modo da non intaccare i limiti naturali degli ecosistemi.

    Premesso che una crescita infinita in un mondo finito è impossibile a prescindere, ci rimangono ben poche cose che val la pena di far crescere tanto quanto si può, così come l’economia capitalistica fondata sul debito a spinto in termini di beni materiali (commodities).

    - Può crescere la cultura
    - Può crescere la salute
    - Può crescere la ricerca scentifica e la medicina
    - Può crescere l’utilizzo di risorse che andrebbero sprecate
    - Può crescere in generale il benessere e la felicità, che si ottiene riscoprendo il senso di una comunità realmente solidale

    Ci sono cose che invece NON possono crescere

    - Non può crescere il consumo di energia non rinnovabile pro capite.
    - Non può crescere l’estrazione di risorse a ritmo superiore rispetto al loro naturale rigenerarsi, come gli stock ittici ad esempio.
    - Non può crescere la combustione e l’immissione di CO2 in atmosfera
    - Non può crescere la ricchezza globale in termini monetari (può essere redistribuita)

    Orbene, ci sono cose che possono ancora crescere, ma non per molto tempo ancora, e comunque a carissimo prezzo.. aggiungere “sostenibile” non ha significato fisico senza un cambio radicale di paradigma.

    Esempio ? La pesca oggi è insostenibile, per renderla sostenibile non serve avere imbarcazioni che consumano di meno… BISOGNA SMETTERE DI PESCARE PUNTO, fino ad arrivare a un qualche livello di equilibrio. Non esiste una tecnologia che REGALA la sostenibilità, va guadagnata, anche con qualche rinuncia, purchè si arrivi all’effetto voluto.

    Mi si dirà che sia possibile incrementare l’itticoltura…. non basterebbe!
    Idem per i biocarburanti… la terra non basterebbe.

    Ma se (1) Fossimo un po di meno (rientro dolce), (2) cominciassimo a sprecare meno, (3) Ci accontentassimo del “quanto basta”… forse ce la si potrebbe anche fare.

    Oppure, si può fare come l’autore dell’articolo, vivere l’oggi e fregarsene delle future generazioni, che ci pensi qualcun altro, perchè devo pensarci io, che a girare in SUV, fin che carburante ce n’è.. mi ci trovo benissimo.

  12. Paolo Marani scrive:

    IN effetti, non è vero che in economia non succede niente, siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione inconsapevole… Solo che non è quella che ci auspicavamo

    http://www.beppegrillo.it/2012/03/dittatura_diretta/index.html

    Post interessante, a prescindere dall’autorità di chi lo scrive.

  13. Paolo Marani scrive:

    Non mi fare passare per millenarista, però è quello che già sta succedendo, risorse scarse + allentamento del regime democratico = movimenti popolari di protesta + stato di polizia + disordini e saccheggi

    Mai sentito dire ad esempio dei furti di rame ?

    La Cina continuerà comunque il suo sviluppo economico impetuoso, fino a che i limiti non agiranno anhe su di lei (tremo troppo tardi), a quel punto temo che abbia due strade… una via autarchica, improbabile, oppure mire espansionistiche in medio-oriente sul modello americano, nel qual caso sarà guerra per le risorse.

    • Filippo Zuliani scrive:

      Stavamo discutendo delle ricette operative decresciste, e ti ho fatto domande ben precisa. Furti di rame, stati di polizia e movimenti popolari sono importanti ma con le ricette decresciste non centrano niente.

      • Paolo Marani scrive:

        A mio avviso centrano, perchè quello è il rischio che si corre ad essere impreparati ai cambiamenti che abbiamo davanti. L’avanzare della crisi non lascia che due scelte:

        1- abituarsi in fretta a cambiamenti radicali (consumando assai meno risorse), cercando di preservare ciò che realmente conta, come un assetto democratico minimale e un senso diffuso di tutela dei beni comuni, per farlo occorre investire fin da subito su sistemi semplici e più resilienti (carbon free).

        2- Assistere impotenti al degrado per mancanza di manutenzione (assenza di risorse anche economiche), all’allentamento della tenuta sociale, ai tentativi delle classi “produttrici di ricchezza” di instaurare forme autoritarie di controllo del territorio allo scopo di cercare di mantenere i loro privilegi, facendoli passare per investimenti sul lavoro e sulla crescita (vedi il TAV ad esempio).

        Decrescita, significa cercare di intraprendere la strada n.1, oggi necessariamente su base volontaria (o come spinta culturale). Insistere sulla crescita (unica vera utopia di questo millennio) significa avanzare a grandi passi verso la n.2, che poi è la strada di oggi.

        Se il problema è “chi ha la forza di imporre un modello alternativo”… non ti so rispondere. Salvo constatare che l’europa è riuscita in pochi giorni a far nominare Monti senatore a vita, e il giorno dopo premier senza alcuna elezione. Ed è indubbio che stia facendo passare riforme, giuste o sbagliate non sta a me giudicarle, con una spinta di efficienza tale da essere semplicemente impensabile con il vecchio regime a cui B ci aveva abituato negli ultimi decenni, in cui non si è fatto un TUBO (ne un serio piano energetico, ne un decente piano infrastutturale, nulla di nulla).

        A dimostrazione che, se si vuole, con sufficiente potere decisionale, qualche cambiamento lo si può ancora tentare.

      • Filippo Zuliani scrive:

        Molti discorsi sui massimi sistemi e banalita’ volontaristiche e/o partecipative. Le ricette operative sulle domande che ti ho fatto stanno ancora a zero. Confesso che la speranza di ottenere ricette concrete dai decrescisti sta puntando allo zero assoluto, con decisione.

      • Paolo Marani scrive:

        Se tu dovessi convincere qualcuno a vivere nella stessa maniera identica in cui vive oggi un americano medio, quale ricetta operativa adotteresti ? E’ la tua domanda ad essere sbagliata!

        Ognuno fa quello che può, compatibilmente con le risorse che ha a disposizione, per vivere nella maniera migliore possibile, traendo il massimo vantaggio individuale, con atteggiamenti più o meno predatori rispetto ai beni comuni a seconda della propria sensibilità e della possibilità personale di rimanerne impunito.

        Non ho alcuna necessità di esporre ricette operative alternative a giustificare l’insostenibilità del modello attualmente vigente. Mi limito a sostenere che non si può andare avanti così a lungo PUNTO. Poi, come ripetuto, la sfera di cristallo non ce l’ho, ma che un cambiamento piuttosto radicale sia inevitabile, questo immagino che potrai convenire con me.

        Io inizierei ad esempio a rinegoziare i diritti di escavazione dalle cave e di sfruttamento privato delle risorse idriche, che oggi pagano alle regioni una INEZIA rispetto agli enormi profitti garantiti dallo stato.

        Obbligherei i comuni a pianificare PRG a consumo di territorio pari a zero, vincolando alla ristrutturazione delle aree già esistenti, dismesse, o da bonificare, anzichè consumare nuovo suolo vergine rendendo edificabile il terreno agricolo.

        Promuoverei accordi internazionali per l’annullamento dei debiti reciproci fra gli stati, contrattando un tasso di interesse imposto per legge e uguale per tutti gli appartenenti alla comunità europea, convertendo il debito in bund europei standard sovranazionali, così da partire a parità di condizioni e distribuire equamente i sacrifici. (Vedi lo scempio che sta succedendo in Grecia).

        Annullerei il cap&trade sulle emissioni, che tanto non hanno mai funzionato, facendo finalmente pagare di più le industrie che inquinano, e incentivando con i proventi le aziende che dimostrano una riqualificazione per diminuire la propria impronta ecologica.

        Investirei su una rete capillare ferroviaria leggera, con velocita limitata (e conseguenti consumi) ma in grado davvero di servire allo sviluppo dei territori che hanno maggiore potenzialità di espressione economica.

        Obbligherei le case costruttrici di automobili ad omologare kit di conversione delle vecchie autovetture fuori produzione in vetture elettriche (cosa per ora vietata dalla legge in italia), così da sottrarle alle discariche.

        Obbligherei la logistica dei trasporti di farsi carico direttamente degli imballaggi, nei viaggi di ritorno dopo la consegna delle merci, in maniera da ridurre tendenzialmente a zero la necessità di cassonetti stradali. I furgoni vuoti nel viaggio di ritorno riconsegnano al fornitore gli imballaggi, e per i rifiuti cittadini solo porta a porta e centri di riciclo.

        Adotterei un reddito minimo di cittadinanza, finanziato dal decurtamento totale delle doppie pensioni e dall’imposizione di un tetto massimo agli stipendi degli amministratori pubblici e privati.

        Potrei andare avanti una vita… ma sosterresti comunque che ad operatività siamo a zero..

        Quindi, per favore, lasciami sognare, e persegui pure i tuoi obiettivi di crescita, fino a che la realtà che vivi te la fa ritenere plausibile e auspicabile per il prossimo futuro.

      • Filippo Zuliani scrive:

        Potrei andare avanti una vita… ma sosterresti comunque che ad operatività siamo a zero.

        No, affatto. Sono invece ricette molto operative. Pero’ sono tutte proposte dell’economia sostenibile (a parte, credo, l’annullamento dei debiti reciproci fra gli stati).

      • Paolo Marani scrive:

        Sostenibile o no, quando ci decideremo di applicarne qualcuna ?

        Proviamo il “viceserva”, esiste una ricetta che tu bolleresti come “crescita sostenibile”, e che in ottica di decrescita non la si potrebbe accettare mai ?

        Mi viene il sospetto che al di la della definizione, in fondo, i ragionamenti di base siano pressochè gli stessi, quelli del libro fondamentale “I limiti dello sviluppo” del club di Roma.

      • Filippo Zuliani scrive:

        Mi viene il sospetto che al di la della definizione, in fondo, i ragionamenti di base siano pressochè gli stessi.

        I massimi decrescisti considerano lo sviluppo sostenibile niente piu’ che un ossimoro. E non lo dico io ma loro stessi. Sarebbe piu’ facile capire le differenze con lo sviluppo sostenibile se i santoni di cui sopra si decidessero a dare qualche esempio concreto. Il mio sospetto e’ che dietro una cortina fumogena di ideologie e volontarismi le ricette operative concrete siano ben poche.

  14. Paolo Marani scrive:

    Non è difficile, provo maldestramente a spiegarlo in soldoni.
    “Sviluppo sostenibile” significa modificare QUESTO modello di sviluppo, affinchè sia “corretto” in funzione di un miglior rispetto ambientale. Perseverandone le idiosincrasie.
    “Decrescita (felice oppure no)” significa accettare che l’attuale modello è destinato inevitabilmente a cambiare, e non è correggibile. La lunga fase di transizione è accompagnata dal tentativo di decrescere ciò che ha impatti negativi sull’ambiente, senza ipotizzare alcun meccanismo di sostituzione, lasciando come unica opzione quella di fare MEGLIO con MENO.

    Lo “sviluppo sostenibile”, sposta solo più avanti quella che molti vedono come “la grande smusata sul muro”, tipica del batterio che cresce nella capsula di petri.

    La “decrescita” auspica che si raggiunga un “equilibrio” con l’ambiente che consenta, a livelli di consumo pari a una frazione di quelli odierni, di garantire felicità e il necessario vitale per tutti, più (forse) qualche sfizio come la gita domenicale.

    Esempio, supponiamo che salti fuori una tecnologia miracolosa (come il CCS per il carbone) oppure una fonte di energia infinita e abbondante, come la fusione nucleare ad esempio.

    In ottica di “sviluppo sostenibile” sarebbe fantastico… “HEI RAGAZZI, possiamo continuare a scavare miniere, costruire oggetti, produrre produrre produrre per vendere e incrementare l’economia”

    In ottica di “decrescita” sarebbe DRAMMATICO… “Abbiamo appena scoperto che l’overshot rispetto agli ecosistemi può essere superato ancora per un po, vorrà dire che il rimbalzo sarà ancora più drammatico”.

    Nello “sviluppo sostenibile” l’uomo vince sulla natura delle cose e del mondo (visione tecnicistica)

    Nella “decrescita” la realtà fisica vince sulla natura orientata allo spreco dell’uomo (visione naturalistica)

    Io penso, nel mio piccolo, che la realtà fisica alla fin fine sarà superiore rispetto alla spinta romantica, dove si pensava appena qualche decennio fa che saremmo riusciti con imponenti astronavi a colonizzare il cosmo… ma non succederà.

    Fisica 1 – Economia 0

    Pertanto, l’unica partita che è possibile giocare, se vogliamo strappare almeno un pareggio, è la decrescita guidata (voluta o imposta), e non lo sviluppo sostenibile.

    • Filippo Zuliani scrive:

      E’ evidente che non sai cosa sia lo sviluppo sostenibile. Wikipedia e’ una buona base di partenza. Per inciso, sono laureato in fisica, specializzazione materia. Farmi i sermoni sul ruolo della fisica nel mondo e’ quantomeno improbabile. Grazie dello scambio, comunque. E’ stato interessante.

      • Paolo Marani scrive:

        A magior ragione, se sei laureato in Fisica, il problema dell’estrazione delle risorse dovresti conoscerlo. Non è (come molti affermano) il semplice esaurimento delle stesse, ma è la necessità di dover affrontare costi energetici sempre superiori, per estrarre la stessa quantità di materiale, dato che oggi per molti elementi si è costretti a ricorrere a giacimenti dove la concentrazione è sempre più bassa. Quindi più movimento terra, più consumi, più solventi, più rifiuti, e questo vale per quasi tutti i materiali, dall’esempio più eclatante di petrolio, ma anche di uranio, ferro, alluminio (bauxite), non parliamo poi delle terre rare.
        E’ quel famoso “peak everything” che a dire il vero un po mi spaventa:

        http://aspoitalia.blogspot.it/2011/06/il-picco-dei-minerali.html

        L’unica alternativa sembra essere il riciclo spinto, e una economia basata interamente su di esso, in qualche modo stiamo lottando contro una crescita dell’entropia fuori controllo, e molti minerali appaiono sprecati per sempre, altri continueranno ad esistere ma a costi estrattivi improponibili. Non volevo fare un sermone, solo sottolineare come l’incontro dei limiti “fisici” non può avere risposte tecnologiche, poichè anche la tecnologia stessa soggiace alle dure leggi della fisica. Per inciso, sono solo un ingegnere elettronico, quindi è probabile che di fisica non ne capisca un tubo.

      • Filippo Zuliani scrive:

        Paolo, l’uso che facciamo delle risorse naturali e’ regolato dall’economia, e non solo dalla fisica. L’economia e’ una cosa complessa e nella regolazione dell’uso che facciamo delle risorse naturali spesso si ha a che fare con quantita’ non fisiche (utilita’ marginale, prezzo, tassazione, eccetera).

        Quando scienziati/tecnici come quelli di ASPO parlano di rarefazione delle risorse naturali mi trovo spesso daccordo. Molto meno, invece, quando si inizia – sempre piu’ di frequente, oramai – a parlare degli effetti della rarefazione delle risorse sull’economia, spesso senza sapere quasi nulla di economia, ma dando costantemente dei cialtroni agli economisti (tutti, presenti e passati, a parte pochi santoni intoccabili).

        Purtroppo, come ho gia’ scritto (autocit.) “invece di convergere verso un terreno comune, per uno scambio di conoscenze proficuo, scienziati/tecnici e economisti continuano separati per la loro strada, e ognuno tira la coperta dove gli fa comodo – perchè generalmente gli scienziati di economia non ne sanno quasi nulla e con l’EROEI si spiega tutto, e perchè gli economisti non distinguono un chilowattora da un chilo di rame e l’EROEI non ha nemmeno uno standard.” Ed e’ un peccato.

        Insomma, questo blog parte dall’assunto che gli economisti, come tutti, hanno la loro parte di verita’ in quello che dicono, senza per questo essere tutti servi delle multinazionali e del capitalismo cattivo, e che per parlare di economia dell’energia con cognizione di causa l’economia dell’energia bisogna conoscerla. Io non sono un esperto di questioni macro-economiche dell’energia e delle risorse naturali. Motivo per cui le sto studiando, senza preconcetti e con umilta’ (come ogni buon scienziato dovrebbe fare, aggiungo).

  15. Paolo Marani scrive:

    Continuo a ritenere che parlare con la maggiorparte degli economisti è indistinguibile dal parlare con astrologhi o catomanti, non tutti certamente, ma la maggiorparte si. Citano sovente concetti che assomigliano più a profezie che si autoavverano, piuttosto che sporcarsi le mani in cose assai reali ma non immediatamente monetizzabili come l’EROEI da te citato, le analisi LCA, e così via. La nota di fondo, e qui sta il mio pregiudizio, è che penso che l’economia NON sia una scenza, ma una complessa architettura sociale in cui avvengono fenomeni che sono modellabili con la statistica e la matematica. Ma a conti fatti parlano di un mondo che non esiste, se non nell’interazione fra chi ci crede. Ciò non toglie che sia una branca del sapere molto utile, ma secondo me con la scenza del mondo fisico non ha molto a che spartire.

    “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista” (Kenneth Boulding)

    • Filippo Zuliani scrive:

      L’economia e’ una scienza sociale. E no, non la puoi paragonare a astrologia o cartomanzia. La caricatura che ne fai te e’ tipica degli scienziati/tecnici ignoranti in materia, da cui inoltre traspare anche una malcelata arroganza (dell’economia non val la pena sapere nulla perche’ non c’e’ nulla che val la pena sapere). Detto questo, chiudo lo scambio, perche’ su queste note e’ diventato inutile. Alla prossima.

      • Paolo Marani scrive:

        Può essere come dici tu, ma trovo una analoga forma di snobismo nel ritenere qualsiasi azione umana solo frutto di spinta economica. O addirittura supponente pensare che l’economia sia il modo migliore per regolare tutto, compreso l’uso che facciamo delle scarse risorse disponibili. Prova a dirlo a un abitante dell’isola di pasqua, che con abbastanza soldi investiti poteva far ricrescere gli alberi, dopo aver tagliato l’ultimo. O analogamente, regala un milione di euro in banconote a chi sta al freddo per mancanza di carbone… non andrà a comprare il carbone… brucerà le banconote per scaldarsi.. Questo, alla fine, è il vero valore dell’economia, un MEZZO per la gestione delle risorse, purchè le risorse ci siano. Invece, l’economia sembra essersi assunta al rango di risorsa ella stessa, capace di creare risorse anche quando non ce ne sono (qualche economista sosterrà che troveremo prima o poi un altro pianeta da cui acquistarle). E se domani tutte le belle formulette non funzionassero più ?

  16. ziomaul scrive:

    Scusa cosa centra la prima frase con la seconda???
    Sinceramente, me lo spieghi?

    Ciao

  17. un applauso a zuliani. e alla sua pazienza

    • Marco scrive:

      Un applauso alla nostra di pazienza, ormai pure i sassi sanno che la sindrome nimby non centra un cazzo con il tav eppure siamo qui a rispondere pazientemente a chi ancora sostiene sta boiata invece di fargli una pernacchia

      • Paolo Marani scrive:

        Non sarebbe, alla fin fine, molto più intelligente e politicamente lungimirante, anzichè lavorare per una improbabile crescita (che se poi non arriva significa ulteriore disastro), organizzare una più abbordabile “decrescita programmata” che miri a spendere meglio le risorse che abbiamo, e raggiungere uno stato stazionario ?

        La decrescita potrebbe essere un utile opportunità; ritornare volutamente ai consumi degli anni 80 e decidere che quello è il recinto in cui operare, significa onorare parte del debito, ridurre permanentemente i consumi di risorse, spingere gli investimenti verso ciò che realmente conta, cioè in lotta alla sperequazione anzichè aumenti di produzione di beni inutili ad esclusivo arricchimento di pochi.

        Non è difficile, basta sceglere cosa produrre e cosa NON produrre, oltre a un ritorno massiccio verso lavori a bassa intensità energetica e bassa automazione per dare lavoro al maggior numero possibile di persone, in primis tutto il settore delle manutenzioni e delle riparazioni, poi il settore agricolo, che prevedo ritornerà in auge (anche grazie al biologico, alla filiera corta, agli incentivi per non cementificare le aree agricole).

        Oggi le auto vanno riparate e riciclate, non più costruite. Lo stesso vale per infiniti altri settori.

  18. Alfredo Bregni scrive:

    La TAV meriterebbe un cntrl-alt-del e successivo riavvio. Ripensare da zero, da parte di tutti, e tutta.
    Inclusa la tecnologia che è vecchia (vorremo che duri qualche decennio, immagino): http://www.ybnd.eu/docs/UAQ4.pdf per una tecnologia seria, senza attriti, con recupero dell’energia in frenata, la possibilità di recuperare il vecchio tracciato e non fare lunghe gallerie inutili, andando a cercare grane …e costi (solo che sono i costi quelli che interessano agli avvoltoi)-

    Ugualmente richiederebbe un ripensamento da zero la faccenda capitalismo (l’evoluzione genera naturalmente dei predatori, solo che quelli umani predano il pianeta e gli altri umani, e soprattutto non smettono di predare quando sono sazi, …anzi).

    Idem la faccenda decrescita. Personalmente, non sono tanto per la decrescita quanto per la …ripulitura. In primis dei predatori: http://www.ybnd.eu/docs/Rid_deb_no_rec.pdf
    Poi c’è da dire che potremmo vivere meglio buttando via il 70% di quello che facciamo, …visto che il 70% di quello che facciamo (mia stima) è inutile o controproducente.
    Sono un filo provocatorio, ma le cose non sono molto diverse da come le delineo.

    Fra le prime cose da buttare è il problem solving “convenzionale”, quello che fa tutti i conti e le analisi senza capire nulla del problema …che va visto da un altro lato per poterlo risolvere.
    Gli esempi si sprecano (ho passato vent’anni da consulente…) e uno lampante è la TAV in tecnologia vecchia.

  19. ziomaul scrive:

    Il guaio è proprio questo! Sono saltate tutte le regole che ponevano dei paletti all’economia diventando selvaggia.
    La formula infatti non teneva conto di numerosissime variabili che per secoli erano fisse. Era infatti una semplificazione matematica possibile perchè quelle variabili scartate erano “fisse” se non “scritte nella pietra”.
    Infatti, ora, il denaro non corrisponde più al reale valore (non lo era neanche prima, ma prima era più realistico) delle risorse. Per questo bisogna ripassare verso una economia di risorse che corrisponde alla realtà dei fatti.

    Ciao

    • Filippo Zuliani scrive:

      Nella teoria economica del valore esiste il valore d’uso (l’utilità di un oggetto particolare) e di valore di scambio (il potere di acquistare altri beni che il possesso di quell’oggetto comporta). Il valore reale cui ti riferisci non so cosa sia. E nell’ipotesi marginalista il prezzo e’ usato come indicatore di scarsita’. Ipotesi non peregrina, considerato che l’impennata del prezzo del petrolio coincide con la rarefazione delle risorse. Ti invito a ripassare almeno i fondamentali dell’economia, prima di discutere oltre e/o tirare conclusioni quali che le teorie economiche moderne sono sbagliate o sono saltati non ben specificati paletti. Detto questo, per quel che mi riguarda chiudo lo scambio. Saluti.

      • ziomaul scrive:

        Infatti “valore d’uso e il valore di scambio” sono virtuali in quanto dipende soggettivamente dalla persona, tempo e luogo! Il valore reale è dovuto alla sua vera proprietà fisiche. Adesso chi è in difetto di cultura economista?

        Ciao

  20. Paolo Marani scrive:

    ziomaul ha ragione.
    C’è una tale divaricazione fra valore reale di un oggetto e valore economico dello stesso, che quasi il termine “moneta” ha perso di significato. Taluni dicono che il guaio è cominciato nell’epoca in cui il valore della moneta si è sganciato da un parametro fisico di riferimento, il cambio in quantità pesabili di oro, la “convertibilità in oro”, finita nei primi anni settanta (Breton wood).. chi era presidente, kennedy ? Nixon ? mi sembra nixon.
    Oggi la moneta misura tutto tranne l’intrinseco valore d’uso o di scambio delle cose, arrivando a moltiplicarsi di svariate centinaia di volte a causa delle leve finanziarie, con il paradosso che esiste molta più moneta (virtuale) in circolazione di quante cose ci siano fisicamente al mondo da comprare… eppure siamo tutti sommersi dai debiti… forse proprio perchè MONETA=DEBITO?

    Se moneta = debito, e moneta = possibilità di sfruttare le risorse, allora le risorse sono un debito, che temo non verrà mai più restituito. E’ il debito che stiamo allegramente facendo pagare alla terra, distruggendo in definitiva noi stessi. (come diceva Gregory Bates ai primi del 900)

    Stiamo tutti PAGANDO per SEGARE il ramo dove viviamo, e mi vengono a parlare di economia che regola idealmente tramite il mercato dei prezzi l’utilizzo delle risorse scarse…

    Capirò poco di economia, ma tutto mi sembrauna colossale presa per i fondelli, una illusione di massa, che svanirà non appena ci sveglieremo un mattino e scopriremo che non riusciamo ad andare a lavorare perchè siamo in fila allapompa di benzina… ma tanto c’è la TAV, che trasporterà i beni che NON produrremo più, poichè saremo troppo impegnati a sopravvivere.

  21. Ciccio scrive:

    ” Personalmente concordo coi decrescisti anche sul fatto che il capitalismo della crescita *materiale* sia destinato a scontrarsi a breve coi limiti fisici della materia”

    L’autore del post, in buona fede, si è messo nei panni dei decrescisti in un paio di frasi, ma ha finito per fare il loro gioco.

    Noi (homo sapiens) ci siamo SEMPRE scontrati con i limiti fisici della materia, e grazie all’intelligenza li abbiamo superati. Come? Aggiungendo QUALITA’. Nessuno davvero poteva pensare di illuminare un pianeta intero con le lampade a olio. Se ci fossero stati i decresciti (ma allora la gente era più intenta a lavorare nei campi per 15 ore) avrebbero parlato di catastrofe imminente. Eppure (la necessità aguzza l’ingegno) abbiamo superato brillantemente il problema. Così è stato e sempre sarà per TUTTE le risorse estratte e TUTTE le invenzioni che ci circondano, gli esempi sono infiniti.

    Niente di quello che abbiamo oggi si poteva costruire con le risorse del passato, finchè QUALCUNO NON HA TROVATO IL MODO DI FARLO!!!

    Per il resto è davvero inutile, noioso, faticoso e controproducente ribattere ai deliri degli sciroccati. Se non capiscono, che frequentino pure un corso di recupero.

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