Energia e liberalizzazioni

Della relazione tra mercato e energia, e sui limiti del primo, si era parlato qualche tempo fa su questo blog. In tempi di liberalizzazioni operate dal Governo Monti, in ossequio alle politiche europee di Bruxelles, non potevano certo passare inosservate le recenti proposte di Cameron per la strategia energetica britannica, con l’obbiettivo di de-carbonizzare l’energia in UK.

Il paradosso e’ che, mentre il nostro Paese e’ ancora bloccato a parlare delle sorti progressiste del libero mercato, nella patria dell’ultraliberalista Margaret Thatcher ci si inizia a muovere in maniera diametralmente opposta. [..] A partire dal 2013, saranno introdotte avanzate forme di programmazione, prezzi minimi garantiti, contratti differenziali e decisioni fortemente centralizzate. In pratica, sara’ il governo di Londra a decidere quali fonti energetiche andranno scelte, in quali quantita’, dove dovranno essere localizzati gli impianti e quali saranno i costi massimi consentiti, i prezzi e la durata dei contratti.

[L'Unita', qualche giorno fa]

Il Regno Unito ha sempre rappresentato un’appendice americana in Europa in termini di liberalizzazione nel mercato dell’elettricità e dell’energia in genere. Se Cameron intendesse davvero sterzare in direzione dello statalismo, significherebbe che il modello anglo-americano sta perdendo terreno rispetto a quello europeo, con importanti implicazioni a lungo termine sia per gli americani che per noi europei.

La misura proposta da Cameron, quella piu’ contrastata, per de-carbonizzare l’energia inglese consiste nei contracts-for-difference (CfD).

I Contracts for Difference (CfD) rappresentano la misura più controversa, soprattutto per il supporto concesso all’industria nucleare. Con lo scopo di attirare risorse nei settori che richiedono
grossi investimenti iniziali, [..] il governo intende istituire una tariffa d’acquisto garantita dell’energia prodotta. Se il prezzo di mercato durante il periodo di riferimento risulta più basso del valore del CfD, il produttore viene compensato della differenza. Nel caso opposto, quando il prezzo di mercato supera il CfD, il produttore restituisce la differenza. Il sistema assicura così un introito costante con il quale ripagare il capitale investito. Il Segretario per l’Energia ha negato di voler introdurre per vie traverse un sussidio all’industria nucleare, sottolineando come il supporto tariffario si estenda a tutti i settori senza distinzione. Una spiegazione che è apparsa tuttavia poco convincente.

[Da Rinnovabili.it]

Secondo quanto scritto nei vari quotidiani, il discrimine per l’applicazione dei CfD nei piani di Cameron dovrebbe essere che il kWh sia prodotto con impianti a basso tasso di carbonio. Quindi, niente CfD per il kWh prodotto da gas e carbone. Con i CfD si vorrebbe sostenere gli investimenti per eolico e nucleare, che sono le fonti primarie più efficaci in UK, dove il sole e il suolo scarseggiano.

Ora, se coi CfD si stabiliranno quote di riferimento per il prezzo dell’energia funzione delle tecniche di produzione (cioe’ se il prezzo-quota del nucleare sara’ diverso da vento e solare) allora e’ una castronata con un nome altisonante. In ultima istanza sono aiuti di stato (al nucleare, possibilmente). Se invece, come dice Cameron, il prezzo-quota sara’ uguale per tutti, allora trattasi di prezzo del kWh fissato per legge, almeno per le fonti a basse emissioni di CO2. Cameron, dunque, starebbe praticamente nazionalizzando il prezzo dell’energia.

Dovesse essere la seconda, oltre a sancire il “fallimento del mercato” su questioni strategiche a lungo termine, la strategia energetica di Cameron sarebbe anche la dimostrazione – se vogliamo – che il termonucleare con i requisiti di sicurezza da terzo millennio (quello da 6mld€ a GW per intendersi) non sta in piedi da solo nei mercati elettrici più competitivi – l’energia del baseload deve essere prezzabile almeno 60-70 €/MWh se lo Stato non si fa in qualche modo garante sulla parte finanziaria, su continuità di esercizio e fondi di garanzia per le banche. In pratica, come scriveva qualche tempo fa il sempre ottimo Corrado Truffi, il Nucleare e’ stato. D’altra parte, dovesse essere sempre la seconda, sarebbe anche la dimostrazione che, dove sole e suolo scarseggiano come in UK, il nucleare e’ condizione indispensabile per la decarbonizzazione dell’energia.

Quel che mi lascia pero’ perplesso, e’ che la volatilita’ del prezzo “reale” di mercato dell’energia resta sempre la’, per quanto Cameron possa cancellarla con un tratto di penna. Per lo meno per paese dipendenti dall’estero per le importazione, come si prepara ad essere il Regno Unito. Ergo, da qualche parte i soldi per pagare i CfD andranno trovati. Anzi, visto che i rischi sono di fatto azzerati – se si va in perdita i soldi ce li mette il governo coi CfD – si corre pure il rischio di una corsa al finanziamento di progetti dissenati…

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5 Responses to Energia e liberalizzazioni

  1. Defcon70 scrive:

    Le liberalizzazioni di 30 anni fa in UK hanno funzionato talmente bene che adesso – in tempi di lotta alle emissioni di gas climalteranti – hanno un prezzo del kWh così basso da non poter fare qualsiasi cosa di diverso del bruciare metano e carbone con impianti in fase avanzata di ammortamento.

    E’ per questo che il settore Energia (come gli altri strategici per l’economia di un Paese che necessitano di una visione di lungo periodo) non si potrà mai permettere una totale deregulation. Neanche in UK.

    • Filippo Zuliani scrive:

      Pero’ e’ anche vero che il costo di emissione della CO2 e’ basso, molto piu’ basso del previsto, determinato dal mercato degli ETS. E questo e’ il deterrente maggiore a qualsiasi programmazione per fonti energetiche a bassa intensita’ di CO2. Come fai a fare programmazioni a lungo termine se per il valore delle emissioni devi affidarti agli ETS, che sono basati sul valore di mercato delle emissioni e dunque a breve termine? Non basterebbe togliere gli ETS, che tanto non hanno mai funzionato, e mettere una carbon tax della CO2 che cresca in modo prestabilito nel tempo?

  2. fausto scrive:

    Beh, almeno gli inglesi discutono del problema; anche in maniera animata. Ma è pur sempre meglio del silenzio.
    L’alternativa è finire come la Grecia, che tra navigazione, cantieristica, turismo e motorizzazione si è trovata tragicamente esposta all’incremento di costo del petrolio; e che ora si dibatte a discutere di debiti, quando il nocciolo della questione è ovviamente quale energia possa muoverne l’economia.
    Auguro agli inglesi di essere capaci di ragionare attorno alla dipendenza dai combustibili (uranio incluso) prima che arrivi la bancarotta…..

    • Filippo Zuliani scrive:

      Il nucleare sta all’UK come il fotovoltaico sta all’Italia: una risorsa fondamentale che si cerca di gestire al meglio, tra stato e mercato. Io penso che in Italia del FV, e del suo ruolo sul mercato, si discuta eccome, talvolta anche troppo animatamente. Eddai, non famo sempre i disfattisti, che in merito alla rete elettrica in Italia siamo ben piu’ avanti di altri paesi.

  3. michele scrive:

    Ancora una volta gli inglesi ci insegnano come gira il mondo. Mentre noi europei rubiamo terreni all’agricoltura con il fotovoltaico loro spingono (come del resto il medio-oriente) sulla tecnologia nucleare. Tanta energia e poco spazio utilizzato e nessuna emissione. Con questa scelta oltre a portare un beneficio all’ambiente contribuiranno ad aumentare i posti di lavoro in ambito nucleare che come gia’ detto in precedenza ritengo la massima espressione della tecnologia moderna. Con essa tutto l’indotto che ne derivera’ con benefici in termini economici e di evoluzione tecnologia.
    E bravi UK!

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