Demotorizzazione d’Italia

L’Italia si sta demotorizzando. Stando ai dati divulgati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (disponibili sul sito UNRAE) le immatricolazioni di nuovi veicoli a privati hanno registrato in maggio una contrazione del 18%. Il caro-petrolio ha causato lo spostamento degli acquisti di nuovi veicoli verso combustibili a basso impatto ambientale, a scapito di benzina e diesel. Nel mix nazionale questi ultimi scendono del 28% e 21% rispettivamente. Viceversa, GPL, metano, ibride e elettriche crescono, anche se non abbastanza a compensare la brusca contrazione del mercato dell’auto.

Ora, la demotorizzazione italiana é una di quelle notizie che si possono commentare con urla e strepiti a Marchionne, che non saprebbe fare auto che vendono, o fermandosi a riflettere sulle implicazioni di questo crollo.

La demotorizzazione dell’Italia è parte del più ampio fenomeno del calo della domanda di energia complessiva nel nostro paese, mostrata nel grafico sotto.
Al netto dell’espansione delle rinnovabili – solare fotovoltaico su tutte, che fino qui si è preso buona parte degli incentivi stanziati – e al netto della riduzione della domanda di benzina/diesel per effetto del caro-petrolio, il raggiungimento anticipato degli obiettivi di riduzione delle emissioni concordati con Bruxelles da parte del nostro paese è dovuto sostanzialmente al calo della domanda di energia. Ora, sebbene ad alcuni possa sembrare positivo, la verità è che non lo è affatto. La demotorizzazione dell’Italia e il calo della domanda di energia riflettono un fatto grave: la perdita strutturale di industria pesante in Italia, per delocalizzazione all’estero di molte attività produttive energy-intensive. Il Fatto Quotidiano offre una lista non esaustiva delle attività delocalizzate. L’ultima, in ordine di tempo, la minacciata chiusura di uno stabilimento FIAT di quelli grossi da parte di Marchionne.

Questo è il motivo per cui la domanda di energia in Italia sta calando, e resterà bassa anche a crisi conclusa. Le variazioni della struttura del tessuto industriale del Paese, infatti, sono in molti casi irreversibili. Altrimenti detto, oltre a farci perdere molte attività importanti, la delocalizzazione dell’industria pesante italiana si è portata via una parte importante di valore aggiunto del PIL, che difficilmente tornerà indietro, rimpiazzata solo parzialmente da un aumento del settore terziario.

L’andamento della domanda di energia in Italia evidenzia sostanzialmente questo fatto, con prospettive ulteriormente ribassiste per il 2012, plastica dimostrazione della difficoltà del nostro paese a intraprendere un reale cammino di ripresa.

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2 Responses to Demotorizzazione d’Italia

  1. fausto scrive:

    Credo che sarebbe saggio ammettere che stiamo perdendo accesso a parte delle nostre fonti di energia usuali. Quanto alle automobili in meno: non sarebbe mica una tragedia, se non fosse che abbiamo disintegrato la nostra struttura residenziale in uno sprawl senza fisionomia. Ed abbiamo devastato in maniera delirante il trasporto collettivo.

    E quindi si, in effetti il problema è gravissimo; non per cause esterne ma piuttosto per la stupidità con cui abbiamo affrontato la situazione. Chi lo va a spiegare ora ai nostri amici col gippone che il loro motore 5000 cc sovralimentato lo dovremo usare per far muovere 80 persone anziché una sola? Comunque saranno passaggi dolorosi, forieri di liti e danni sociali estremamente gravi. Mi sento davvero poco ottimista ultimamente.

  2. Pingback: ILVA, tra produzione e ambiente | Filippo Zuliani

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