Don’t cry for me, Argentina

Cristina Kirchner, Presidenta d’Argentina, pochi mesi fa aveva espropriato la compagnia petrolifera YPF. L’esproprio, val la pena ricordarlo, era avvenuto senza adeguata compensazione alla spagnola Repsol che ne deteneva la quota di maggioranza, in barba alle leggi dello stato di diritto. La mossa di Kichner era stata salutata con favore dai no-globalisti di ritorno, con la motivazione che le normali regole delle democrazia e del diritto sono dovute a tutti meno che alle multinazionali cattive, che si meritano questo e altro. La Presidenta d’Argetina aveva semplicemente fatto la cosa giusta per il suo paese.

Il Financial Times di questa settimana scrive che l’Argentina rischia di nuovo il default.

l’arrivo di capitali esteri sotto forma di investimenti, che potrebbe migliorare la situazione argentina portando nel paese dollari o altre monete forti, oggi è praticamente impossibile, visto che il governo ha nazionalizzato poche settimane fa una grande compagnia petrolifera e sono pochi gli investitori disposti a rischiare di fare la stessa fine.

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One Response to Don’t cry for me, Argentina

  1. Nonsonoio Liuc scrive:

    Non sono un economista, peró:
    -investimenti estero: genera profitto ed entra nel computo del pil;
    -il guadagno peró viene esportato (se é investimento estero, dubito che “rimanga lì”);

    Insomma, si investe dall’estero, ma dall’estero si vuole avere un ritorno. Investo 100, voglio indietro 110 (altrimenti sono un benefattore, non un investitore). Magari metto in movimento ricchezze statiche all’interno dello stato, convertendo campi in aree edificabili, per dirne rozzamente una, ma comunque la somma totale dell’investimento sará un debito verso l’estero.
    Vedi il caso Irlanda (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002054.html).
    L’€ é solo un potenziale aggravante, mentre il problema principe é proprio l’apertura irlandese agli investimenti esteri (difatti il debito publico nello stesso articolo viene definito _trascurabile_).

    Poi su Repsol e la sua storia, bisognerebbe aprire non una pagina, ma un’intera enciclopedia del come aveva ottenuto le concessioni … ma é tedioso e potremo impararne abbastanza del come accedere alle risorse, soprattutto petrolifere, studiando la nostra cara ENI.
    Senza essere no-global di ritorno, ma guardando ai fatti, o meglio alla pratica abbastanza comune di (far) applicare politiche liberali a stati che non avrebbero alcuna intenzione di farlo, ma ricompensando la loro applicazione con investimenti internazionali (e si torna al caso Irlanda: davvero investimenti internazionali assicurano crescita nel medio-lungo periodo?)

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