Produrre acciaio in Italia

il mio articolo per Il Post.

Pur con i recenti sviluppi, sull’ILVA non v’è molto da aggiungere rispetto a quanto già detto pochi giorni fa. Tuttavia, dai fatti dell’acciaieria di Taranto si può prendere spunto per una riflessione di più ampio respiro sulla produzione dell’acciaio in Europa e la posizione dell’Italia.

L’industria dell’acciaio è stata un attore fondamentale nei progressi infrastrutturale ed economico degli anni post-guerra e del boom italiano degli anni ’60. Allora il settore era pubblico, comandato dall’IRI. Negli ultimi decenni, complici due grandi crisi negli anni ’70 prima e ’80 poi, il settore della siderurgia è stato completamente privatizzato. I gruppi industriali rilevanti in Italia sono Riva (che possiede ILVA), Marcegaglia, Lucchini e Arvedi.

Come tutti, il settore dell’acciaio è stato investito duramente dalla crisi globale del 2008. Nel 2009 la produzione di acciaio ha subito un brusco calo del 30%. Oggi è in recupero, ma non ancora ai livelli pre-crisi. La crisi ha anche causato un aumento della specializzazione nella produzione degli acciai: meno prodotti lunghi comuni per l’edilizia e più acciai speciali legati alla meccanica, in particolare per automobili e applicazioni industriali. In Italia, ma un po’ ovunque, la crisi nel mondo dell’acciaio è stata gestita con un ampio utilizzo di ammortizzatori sociali, evitando così perdite dirette sostanziali di occupazione o asset industriali.

Il mercato italiano produce oggi circa 25 milioni di tonnellate (Mton) di acciaio, di cui circa 10 dalla sola ILVA. Nel complesso, il 60% della produzione è riservato a tre settori: automotive, costruzioni e infrastrutture. In Europa, l’Italia è seconda solo alla Germania per produzione di acciaio, come si vede dal grafico sotto che prendo a prestito dal blog Fardiconto.

Dopo la crisi, nel periodo 2010-2011 la produzione aveva fatto registrare un aumento del 10%, ancora lontana dai livelli pre-crisi ma comunque in crescita. Tuttavia, complici le incertezze sulla stabilità dell’Eurozona per le convulsioni dei debiti sovrani, è molto probabile che il mercato dell’acciaio europeo subirà una nuova flessione nel 2012.

Il problema dell’Italia, o meglio si dovrebbe correttamente scrivere il problema comune a quasi tutti i produttori di acciaio europei, è l’alto costo delle materie prime, per il cui approvvigionamento l’Europa dipende quasi completamente dall’estero. Questo, unito alla volatilità delle quotazioni delle materie prime sul mercato, incide negativamente sui costi produttivi e dunque sulla competitività delle aziende sul mercato. Prima che qualcuno sollevi il punto: no, la rarefazione delle risorse naturali non c’entra niente. Il problema è squisitamente commerciale. Nel mercato delle materie prime per la siderugia, infatti, vige di fatto vige un oligopolio di tre società minerarie: Bhp Billiton, Vale e Rio Tinto (due australiane e una brasiliana) che gestiscono circa l’80% delle esportazioni globali. Il mercato delle materie prime per la siderurgia è da qualche anno diventato terra di scontro tra grossi gruppi semi-monopolisitici, il cui potere contrattuale si misura in termini di pure dimensioni; brutalmente, il più grande comanda. Ora, tenuto conto che la produzione di acciaio in Europa nel 2010 è stata di 170 Mton mentre la Cina ne ha prodotte 630, è subito chiaro chi resta col cerino in mano. Da tempo l’industria dell’acciaio italiana e europea ha esternato questo problema, ma con poche risposte anche dai sostenitori del libero mercato. Più in dettaglio nella specificità italiana, vi è inoltre il problema della bolletta energetica, che ha costi generalmente superiori alla concorrenza. Si vedano i costi italiani del kWh elettrico per utenze industriali confrontati col resto d’Europa. In questo, una completa privatizzazione dei settori del gas e elettrico è decisamente auspicabile.

Ora, il mercato dell’acciaio in Europa è sotto crescente pressione per le importazioni extra-Europee, raddoppiate negli ultimi due anni a svantaggio della produzione locale. Contrariamente alla vulgata comune, non si tratta della solita concorrenza cinese sui prodotti a basso valore aggiunto. Gran parte delle importazioni riguarda infatti prodotti di notevole qualità come laminati a freddo o rivestiti per automobile, e non solo prodotti di bassa qualità. Tuttavia, nonostante costi della manodopera inferiori, la quota di import di acciaio cinese in Europa è generalmente limitata dai costi di trasporto. La pressione di cui sopra deriva invece dalla concorrenza di paesi ai confini dell’Unione Europa come Turchia, Russia e Ucraina. Questi sono infatti in posizione logistica ottimale per l’importazione ma non risentono dei vincoli ambientali in vigore nel mercato europeo. L’industria dell’acciaio europea da tempo lamenta questa disparità, senza reazione dai legislatori. Considerata la natura estesa del problema del Riscaldamento Globale, una riduzione delle emissioni nel settore dell’acciaio in Europa per perdita della produzione viene compensata – o subisce financo una maggiorazione netta – da un aumento di produzione e di emissioni extra-europee. Insomma, il risultato netto è quello di delocalizzare, e dunque perdere, la produzione d’acciaio in Europa e tutto l’indotto associato a vantaggio di Turchia, Russia e Ucraina, senza alcun guadagno per il Riscaldamento Globale o i limiti delle emissioni. Intendiamoci, non si sostiene qui l’adozione di misure protezionistiche sulle importazioni di acciaio. Quella sarebbe davvero l’ultima risorsa. Sarebbe invece più proficuo e onesto che l’Unione europea stabilisse vincoli ambientali, da applicarsi gradualmente, sui prodotti siderurgici dei Paesi extra-UE, imponendo un costo aggiuntivo sul modello della Carbon Tax o degli ETS. Altrimenti, hai voglia a parlare di efficienza energetica e investimenti. Le recenti convulsioni di due colossi come ThyssenKrupp e Lucchini sono la dimostrazione plastica che il problema è reale e concreto. Continuando così, senza interventi da Bruxelles, finirà che in Europa ci giocheremo l’industria dell’acciaio, sacrificata sull’altare di un miope esibizionismo dei policy-maker per la diminuzioni delle emissioni in Europa, non importa il prezzo.

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Disclaimer: l’articolo è scritto sulla base dei dati pubblicamente disponibili. L’opinione dell’autore espressa è puramente personale e non costituisce né implica alcuna approvazione o favoreggiamento dalle aziende menzionate o del settore dell’acciaio.

2 Responses to Produrre acciaio in Italia

  1. Massimo scrive:

    ti riporto una risposta che considero interessante sui vincoli ambientali
    M

    Credo proprio che non si possano richiedere certificazioni ambientali su nessun prodotto importato (e tanto meno sociali). Quando la WTO è stata creata, in nome di Illuminati principi liberistici (non so come si possano definire altrimenti per evitare gli strali dei liberisti), è stato previsto tutto: due prodotti uguali sono uguali, indipendentemente dal processo di produzione e non si può discriminare.

    La soluzione sarebbe di denunciare il trattato WTO, che oltretutto impedisce ogni altra protezione dall’ambiente, ma deve essere altrettanto difficile che denunciare la Convenzione ONU sulle sostanze stupefacenti del 1988.

    Già che ci siamo, verrebbe pure da abolire il Washington Consensus, su cui si basa tutto il liberismo instaurato a partire dalla caduta dell’URSS, compreso quello del FMI e di Monti.

    Guido

  2. Francesco Cerisoli scrive:

    Eh, purtroppo e’ quello che stavo per dire io. “Sarebbe invece più adeguato che l’Unione europea stabilisse vincoli ambientali, da applicarsi gradualmente, sui prodotti siderurgici dei Paesi extra-UE, imponendo un costo aggiuntivo sul modello della Carbon Tax o degli ETS”: ma anche questo, e non solo per il WTO, e’ protezionismo…

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