Alcoa. Produrre alluminio in Italia

Il mio articolo per iMille-magazine.

Il caso Alcoa non è impossibile. Alcoa deve rimanere in Italia. L’unica soluzione è dare energia a basso costo. Queste sono forse le tre frasi più emblematiche che si possono leggere sui giornali sulla vicenda Alcoa, la prima delle quali pronunciata dal Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera. Alcoa, i sindacati e il governo stanno ancora ragionando sulle opzioni possibili per lo stabilimento di Portovesme, incluso il rallentamento della procedura di spegnimento dell’impianto.

Prima di entrare nel merito, inquadriamo il problema: produzione industriale di alluminio primario. Il processo di produzione dell’alluminio è complesso e qui verrà fornita solo una panoramica. Esso si svolge essenzialmente in due fasi. La prima fase è chimica: la bauxite viene frantumata e fatta reagire per eliminare gli ossidi indesiderati al fine di ottenere ossido di alluminio (allumina). La seconda fase è elettrolitica: l’alluminio puro viene separato dall’allumina per via elettrolica e indi ridotto a metallo fuso e colato in lingotti o solidificato in prodotti semi-finiti. L’alluminio prodotto in questo modo è chiamato alluminio primario, per la fabbricazione del quale è necessaria abbondante energia elettrica (15-20 MWh per tonnellata). La produzione di alluminio primario è un processo energy-intensive e il costo dell’energia influisce per il 35-40 per cento sul totale. L’alluminio prodotto dal riciclaggio dei rottami di alluminio (scrap) prende invece il nome di alluminio secondario.

Questa la teoria. La pratica dice che, negli ultimo dieci anni, soprattutto dal 2009 in poi, la produzione mondiale di alluminio primario si è progressivamente concentrata in Cina.

Al netto del solito costo del lavoro, il fenomeno è dovuto al costo dell’energia. Il costo dell’energia elettrica in Cina, prodotta principalmente col carbone, è di circa 30 $/MWh. Lo stabilimento di Portovesme ha fin qui goduto di un corposo sconto speciale, che ha portato il costo dell’energia attorno ai 30 €/MWh tramite “aiuti di stato” che Bruxelles ha giudicato illegali e distorsivi per il mercato nel 2005.

Xome da documento pubblico della Commissione Europea datato 19 novembre 2009, le somme ricevute da Alcoa come rimborso dall’ente pubblico Cassa conguagli ammontano a circa 200 milioni di euro all’anno, tra il 2006 e il 2009. Ora, considerando che Alcoa Portovesme consuma circa 2.400 GWh di energia elettrica l’anno, si ha un contributo al costo dell’energia di circa circa 90 €/MWh, tramite rimborsi statali poco graditi a Bruxelles. Tuttava, se in Italia il costo dell’energia elettrica per utenze industriali quali Alcoa è appunto circa 120 €/MWh, bisogna notare che anche nella civilissa Germania non si scende sotto gli 85-90 €/MWh, ben oltre i costi pagati a Pechino.

E’ allora ovvio che, al netto dei costi del lavoro, una tale disparità di costo dell’energia elettrica affonda l’industria europea dell’alluminio che non riesce a reggere la concorrenza cinese. La stessa tendenza di osserva più in piccolo, all’interno dei confini europei, dove al crollo dei mercati nel 2008 causato dal picco nel prezzo del petrolio, la produzione europea di alluminio primario si sta sostanzialmente sostando dall’Europa occidentale e quella orientale, Russia in testa, per motivazioni identiche.

Ora, la decisione di Alcoa di chiudere lo stabilimento di Portovesme non è nuova. Già diversi anni or sono la multinazionale americana decise di chiudere progressivamente gli stabilimenti occidentali per trasferire progressivamente la produzione in Asia, come scritto nei documeni pubblici di Alcoa stessa. Che l’impianto di Portovesme fosse destinato a chiudere era dunque noto da anni a governi e governanti, nazionali e locali. Oggi, 10 anni dopo la cessione dello stabilimento da Alumix ad Alcoa, oltre un miliardo e mezzo di euro è stato speso per tornare di fatto al punto di partenza. Spiace per i circa 500 lavoratori e le loro famiglie, ma stupisce che ci si affanni da più parti a difendere lo stabilimento senza una chiara direzione strategica industriale di lungo periodo. Finirà che a Portovesme verranno investiti altri centinaia di milioni a fondo perduto, con il probabile risultato di chiudere comunque lo stabilimento tra poco tempo, licenziando il personale. Fa specie leggere dichiarazioni perentorie quali “non bisogna chiudere” rilasciate da sindaci, sindacalati o assessori, brandite spesso a colpi di sussidi statali o sterilizzazioni di costi dell’energia, ma senza alcun accenno a operazioni di bonifica o alternative valide.

Avessimo investito quel miliardo e mezzo finito nelle casse di Alcoa in un piano industriale coerente di ricerca, innovazione e start-up, oggi la Sardegna avrebbe sicuramente molte piú opportunità da offrire sul mercato del lavoro che 500 posti in una azienda che sul mercato non vuole nessuno.

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7 Responses to Alcoa. Produrre alluminio in Italia

  1. Emanuele scrive:

    Post interessante. Qual è il tuo parere sulla proposta di acquisizione di ?

  2. Defcon70 scrive:

    Io non ho idea di dove Ippolito possa trovare i soldi per acquisire lo stabilimento e i relativi impianti produttivi (a meno che non pensi che uno stabilimento che nessuno vuole valga sul mercato 1€) ma – dal punto di vista di una piccolissima azienda che però possiede brevetti in cui crede – la mossa è intelligente e coraggiosa.

    Al minimo, si farà pubblicità a costo zero su media per loro inavvicinabili.

    • Emanuele scrive:

      Per i fondi necessari all’acquisizione, mi sembra di capire che richieda un aiuto di Stato…ma potrei sbagliarmi.

      • Defcon70 scrive:

        No, chiede in parte in conto capitale i mln€ per la costruzione dei 600MW di aerogeneratori Kitegen che sarebbero elargiti come tariffe feed-in in 20 anni.

        Non è una cosa completamente campata per aria: anche l’AEEG sta chiedendo al Governo di spostare parte degli 11mld€ di incentivi alle FER che pesano in bolletta sulla fiscalità generale.

        Cito:
        “KiteGen® propone:
        di alimentare gli stabilimenti di Portovesme con un 100% di energia da fonte eolica troposferica, eventualmente acquisire lo stabilimento e senza riduzioni di personale, quale miglior vetrina della tecnologia di generazione in opera ma a condizioni equivalenti a quelle prospettate dalle attuali offerte sul tavolo, convertendo parzialmente le previste sovvenzioni in conto energia in puro capitale di avviamento.”

        Andando un po’ più in dettaglio, si capisce che alla Kitegen Research non sono ancora pronti:
        “Per il KiteGen-Alcoa in cifre:
        – 5M€ e 14 mesi per impostare, organizzare e fornire evidenze non controvertibili della
        concretezza della specifica soluzione tecnica.
        – 50M€ e altri 12 mesi per iniziare a fornire energia da una Kitefarm troposferica da 150MW
        nominali, con un LEC iniziale di 80 euro/MWh. La taglia di 150 MW è la minima indispensabile, come da piano industriale, per ottimizzare i costi realizzativi.
        – Ulteriori 24 mesi, dove la Farm mantiene autonomamente le attività di selezione ed il test delle migliori soluzioni principalmente aerodinamiche per raggiungere un LEC di 20 €/MWh (7 €/MWh è il limite teorico), non solo, la KiteFarm è in grado di pilotare la realizzazione di ulteriori 450 MW nominali che sono sufficienti per alimentare la produzione degli stabilimenti ALCOA di Portovesme senza intermittenza.”

      • Filippo Zuliani scrive:

        anche l’AEEG sta chiedendo al Governo di spostare parte degli 11mld€ di incentivi alle FER che pesano in bolletta sulla fiscalità generale.

        Dove l’hai letto? Mi sapresti dare un link?

      • Defcon70 scrive:

        Ad esempio nella relazione annuale del Presidente Bortone: http://www.autorita.energia.it/allegati/relaz_ann/12/ra_12pres.pdf

  3. Pingback: Europa ed energia: fuori le idee o le industrie scappano via! | L'energisauro

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