Quasi quasi abbandono il nucleare

Sull’addio del nucleare in Giappone si è scritto pochi giorni fa su questo blog. La decisione giapponese segue quella della Germania, impegnata a sua volta nell’Energiewende, il piano per l’abbandono del nucleare tedesco in seguito all’incidente di Fukushima.

Rispetto alla Germania, che bene o male procede col suo Energiewende, il Giappone si trova ad affrontare una grana ben più grossa. Per dirla facile, il problema del Giappone non è che abbiano deciso per l’abbandono dell’energia dell’atomo, ci mancherebbe. Il problema è che la decisione è stata presa senza adeguata pianificazione, per motivi puramente elettorali, e ora il Giappone si trova alle prese di rimando con problemi economici e di politica estera assai pelosi.

La condotta nella decisione di Tokio per lo spegnimento delle centrali termonucleari in patria è stata ondivaga e ambigua a dir poco. Dopo il terremoto, abbiamo assistito il premier Yoshihiro Noda dichiarare, nell’ordine, lo stop momentaneo per accertamenti di quasi tutti i reattori del paese, il loro spegnimento definitivo, la riattivazione perchè senza non si va avanti, lo spegnimento definitivo nel 2040, no nel 2030 ma nel 2050 qualche reattore (quanti?) potrebbe restare attivo. La mutevolezza delle dichiarazioni ha ovviamente molto a che fare con le elezioni in Giappone, che il Premier Noda ha promesso al più presto ma nei cui sondaggi boccheggia. Sempre dai sondaggi, a seguito del disastro di Fukushima, l’opinione pubblica si è schierata contro l’energia nucleare e Noda è semplicemente andato dietro ai sondaggi, senza riflettere troppo sulle conseguenze.

Al netto delle convulsioni indotte nell’industria nucleare nazionale, il problema del Giappone è come rimpiazzare l’energia elettrica prodotta dai reattori termonucleari giapponesi, circa un terzo dell’intera produzione nazionale. Le rinnovabili non bastano: già prima dell’incidente a Fukushima il Giappone era il più grande importatore mondiale di Gas Naturale Liquefatto (GNL) e oggi, a centrali parzialmente spente, ne importa per quasi un terzo dell’intera produzione mondiale. E’ ovvio che dover garantire simili volumi di fornitura, a buon prezzo oltretutto, non è una passeggiata nella politica estera.

Più in dettaglio sui potenziali fornitori di GNL per il Giappone:

L’America è in piena febbra da Shale Gas ma il Governo americano è diviso sugli export in Giappone. Le grandi imprese commerciali giapponesi sono già in posizione per l’export dello Shale americano ma hanno bisogno dell’approvazione del Dipartimento per l’Energia americano. Il Giappone infatti non ha ancora un accordo di libero scambio con gli USA e l’opposizione all’accordo è schierata su due fronti: da una parte gli ambientalisti e i rischi dello sfruttamento dei giacimenti di Shale Gas, dall’altra i conservatori che temono un rincaro del prezzo del Gas sul mercato interno qualora la domanda per l’esportazione dovesse crescere. In mezzo, le elezioni americane di quest’anno, con tutto il corollario politico che ne consegue.

L’Australia potrebbe diventare il più grande fornitore di GNL del Giappone entro il 2020, sorpassando il Qatar. Anche il Canada si muove in direzione giapponese, ma deve prima sviluppare i cinque terminali proposti sulla costa canadese del Pacifico. Insomma, per mettere in piedi le infrastrutture ci vorrà tempo.

Per finire c’è la Russia, con cui il Giappone ha relazioni problematiche (eufemismo). Per fare un esempio, Giappone e Russia non hanno ancora firmato un trattato di pace dalla fine della seconda guerra mondiale. Oggi la Russia soddisfa circa un decimo della domanda giapponese di GNL. Pochi giorni fa Gazprom e il governo giapponese hanno deciso un investimento di 13 miliardi di dollari per un impianto per GNL a Vladivostok. Putin è praticamente costretto a guardare verso nuovi mercati per l’esportazione di GNL, per compensare il calo di vendite in Europa per la crisi. Non è però ancora chiaro quanto costerà il GNL russo a Tokio. Alle ruvidità diplomatiche bisgona infatti sommare la fatiscenza delle infrastrutture russe.

Insomma, il problema del Giappone è il prezzo della fornitura di GNL. Le (robuste) importazioni di energia spingono infatti in rosso la bilancia commerciale giapponese. Quando la bilancia commerciale di un paese è in passivo e diminuisce la domanda per cambiare i soldi in quella moneta, per comprarne i beni, il valore della moneta stessa diminuisce. Il risultato netto è quello di accrescere il debito nazionale, con tutto ciò che questo comporta (tagli allo stato sociale, aumento delle tasse, eccetera). Questo è quanto sta avvenendo oggi in Giappone. Ecco, quando si parla di cattiva politica non si parla di abbandonare o sostenere il nucleare. Si parla di decidere una cosa e il suo contrario a giorni alterni, cavalcando sondaggi e umori elettorali senza un solido piano energetico e industriale alle spalle. Quando si parla di cattiva politica si parla di questa cosa qui, mica altro.

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One Response to Quasi quasi abbandono il nucleare

  1. michele scrive:

    Da notizia recentissima : Nella versione approvata ufficialmente del piano energetico è sparito ogni riferimento temporale sull’uscita dal nucleare. Il ministro dell’industria e del commercio, Yukio Edano, ha ammesso infatti che, mantenendo la data, «il piano sarebbe potuto risultare impossibile»: la possibilità di uscire dal nucleare entro il 2040 «non è qualcosa che dipende solo da una decisione politica, ma anche dalle scelte dei consumatori, dall’innovazione tecnologica e dalle politiche energetiche per l’ambiente a livello internazionale».

    http://www.guardian.co.uk/world/2012/sep/19/japan-2040-nuclear-power-exit

    Per quello che mi riguarda, pur essendo un sostenitore delle rinnovabili rimango anche un sostenitore del nucleare, questo almeno fino a quando non esistera’ una tecnologia che sia in grado di fornire la stessa quantita’ di energia alle pari condizioni, ossia senza nessun tipo di emissione serra.

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