Piccola chiosa sulla TAV

Sulla TAV Torino-Lione, molto è stato scritto, qualcosa anche su questo blog. Sulla sostenibilità energetica si è qui scritto già qualche mese fa, mentre l’aspetto strategico-economico dell’opera è stato puntualizzato dal bravo Terenzio Longobardi su iMille-magazine pochi giorni fa. Dal punto di vista puramente numerico non v’è molto altro da aggiungere. Poi, siccome la certezza matematica del domani non l’ha nessuno, è sempre importante mettere i numeri in prospettiva.

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Il picco del petrolio rivelato

il mio articolo per iMille-magazine

Last Shot in the Life of a LensIl picco del petrolio, sintetizzando brutalmente, è il momento in cui la domanda di petrolio raggiunge (e supera) l’offerta. Altrimenti detto, è il momento in cui non c’è abbastanza petrolio per tutti.

La discussione sul picco del petrolio risale al 1956, quando il geologo Hubbert predisse un picco nella produzione del petrolio in America intorno al 1970. Nel 1998, quasi 15 anni fa, Colin Campbell scrisse l’articolo The end of cheap oil, rifacendosi ad Hubbert. Campbell sosteneva che le riserve petrolifere mondiali si stavano impoverendo a causa del crescente e eccessivo sfruttamento. Sostenuto da dati empirici, Campbell prevedeva l’imminenza di un picco mondiale della produzione di petrolio, cercando di capire e quantificarne l’impatto sulla società, l’economia, e le vite della gente comune. Da allora, sul picco del petriolio sono stati scritti centinaia di articoli, alcuni intelligenti altri meno, oltre ai tre film della serie di Mad Max, che più di tutti hanno lasciato un segno nell’immaginario comune sulle conseguenze della scarsità di petrolio.

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Petrolio, energia ed economia

Pochi giorni fa su questo blog si è parlato di economia del petrolio e delle risorse finibili. La teoria economica dello sfruttamento delle risorse naturali si basa essenzialmente sulla teoria marginalista. In sunto, essa prevede che, in una situazione di scarsità delle risorse conviene limitare l’estrazione ad un valore minimale, conservando l’eccesso per venderlo in futuro, ad un prezzo più alto. Come già scritto.

Dal punto di vista economico, questa situazione prende il nome di razionamento speculativo. Tecnicamente, si verifica quando il prezzo di mercato sale in modo tale da far crescere la rendita ad un saggio maggiore del tasso di interesse corrente. In termini più concreti e di maggior interesse comune, vuol dire che il picco del petrolio è reale ma il plateau attuale della produzione di greggio potrebbe durare molto a lungo, con buona pace dei catastrofisti.

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Prendete nota

Pare che il fotovoltaico faccia bene all’economia nazionale.

Punto, punto e virgola, due punti

Questo blog è nato un anno fa, con uno scopo in mente: mettere un po’ d’ordine nel difficile mondo dell’energia e dei trasporti, due dei più grandi business del mondo e due dei pilastri della civiltà moderna, quotidianamente massacrati da catastrofisti, complottisti e cialtroni assortiti.

In questi dodici mesi sono accadute tante cose: Fukushima e il referendum italiano sul nucleare, l’auto elettrica, il fallimento dell’industria verde americana, la Cina, la crisi dei debiti sovrani europei, il governo Monti, solo per citarne alcuni rigorosamente in ordine sparso. In ognuno di questi eventi, energia e trasporto hanno avuto la loro parte. Da ognuno di questi eventi abbiamo imparato qualcosa sul mondo che prima non sapevamo, il padrone di casa qui per primo.

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Economia e risorse fisiche

il mio articolo per iMille-magazine

Cos’è una risorsa? Se nell’antichità erano considerare risorse naturali le terre da arare, con l’industrializzazione il concetto si è spostato verso le materie prime necessarie ai processi produttivi. Oggi le conosciamo coi nomi di risorse minerarie e risorse energetiche. Vi risparmio la definizione astratta di risorsa che viene dall’economia, perché la conoscete tutti. Ora, qualcuno potrebbe giustamente chiedersi a quanto ammontano queste risorse, e quando finiranno. La risposta è: dipende. Dipende a chi lo chiedete, se a un fisico o a un economista, diciamo.

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Vi aspettate che funzioni?

Come non avessimo abbastanza problemi con l’economia, ora ci si mette anche il global warming. Mentre l’euro-zona è ancora in crisi profonda, nonostante Mario Monti e gli sforzi della BCE, il World Energy Outlook 2011 della IEA avverte che la crisi climatica è diventata praticamente inevitabile, a meno di non agire molto rapidamente.

Ora, di avvertimenti fin qui ne sono stati lanciati tanti, ma questo a me personalmente sembra diverso. Per la prima volta l’IEA ha messo un numero al disastro: 2017. E’ l’anno in cui, secondo la IEA, il mondo avrà speso la propria quota di emissioni di carbonio. Altrimenti detto, senza interventi drastici entro il 2017, l’infrastruttura per l’energia presente in tale data genererà così tanta CO2 da rendere impossibile contenere il riscaldamento globale al limite accettabile di 2 gradi. Dopo di che, beh, andremo solamente di male in peggio.

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Meno stato e meno mercato

Dunque, intanto che il G20 è in corso proviamo a fare un po’ d’ordine. La situazione economica mondiale è più o meno questa:

L’Europa è nell’occhio del ciclone. Il punto del contendere, è doppio.

Da una parte la Grecia, che ha recentemente evaporato il 50% del debito contratto e che minaccia di evaporare anche l’altro 50% con un default per referendum.

Dall’altra l’Italia, dall’economia robusta ma che galleggia da 15 anni a crescita nulla. Paese politicamente instabile e governato da una classe politica inetta che a prendere decisioni importanti e/o a farsi da parte non ci pensa proprio, come scrive Irene Tinagli.

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Cosa succede se un paese va in default

In attesa del G20, dove l’Europa Unita chiederà ai paesi emergenti – India, Russia e Cina – di pagarci i debiti, diventando di fatto una colonia del blocco Eurasia, sul Corriere potete leggere un encomiabile riassunto dell’attuale papocchio europeo.

Se fallisce un’azienda, il peso ricadrà su dipendenti e fornitori. Se un Comune, interviene lo Stato centrale e i servizi ai cittadini proseguono (magari ridimensionati). Ma se è uno Stato a fare default, significa che non è più in grado di fronteggiare gli impegni economici assunti: dal rimborso alla scadenza prevista del denaro preso in prestito per finanziarsi attraverso l’emissione di titoli di Stato, agli stipendi da pagare ai dipendenti pubblici. Il fallimento dell’Argentina nel 2001 è un ricordo ancora vivo nei risparmiatori italiani che avevano nel proprio portafoglio i tango bond: divennero carta straccia. Ma è vivo soprattutto nella classe media argentina che si trovò sul lastrico. Certo, Buenos Aires è ancora lì, però popolazione e risparmiatori hanno pagato a caro prezzo le scelte economiche e politiche – sbagliate – della Casa Rosada.

[continua su Il Corriere di oggi]

Update: mi segnalano che ieri Giannino e Prodi hanno spiegato bene cosa succede se un paese va in default – Ti svegli la mattina e le banche sono chiuse. Lo Stato non paga più gli stipendi. I servizi pubblici sono bloccati. Nessuno paga più nessuno. La banca ti chiama per riavere i soldi del mutuo o chiamano le aziende chiedendo indietro i prestiti. Si va in crisi di liquidità. Quando le banche riaprono per alcuni giorni o settimane (a seconda della gravità) ti danno solo 50 Euro al giorno. Non puoi fare bonifici o movimenti bancari finché non arriva liquidità dall’esterno (FMI o EU o chi volete voi). Tutti gli investimenti e i risparmi in titoli della stato italiano non valgono più nulla, valori quasi azzerati che vengono rinegoziati e ripagati dopo anni esattamente come successo per i Bond Argentini. Giannino l’ha chiamato, in modo del tutto appropriato, la “patrimoniale dei poveri”.

Lezioni di economia globale

Sulla crisi dei mercati finanziari si sono scritte tante cose. Quella sotto è forse una delle più intelligenti.

Quel che non va è che ci sono troppi mercati – finanziari, ma anche industriali – che sono diventati troppo grandi e troppo astratti per essere davvero mercati. Mercati che per definizione non possono essere concorrenziali. [..] Quel che stiamo vedendo in questi giorni, il potere delle agenzie di rating, o la potenza del tutto razionale – dal punto di vista di chi la esercita – della “speculazione” nel determinare il destino di intere nazioni, non è altro che la più alta e tragica rappresentazione di una rinnovata situazione di monopolio dell’informazione e di concentrazione del potere. Al posto del mercato che tutto livella grazie alla concorrenza, il mercato che tutto concentra grazie al monopolio – di fatto – del capitale e dell’informazione.

[il sempre ottimo Corrado Truffi su iMille]

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