Il neo-peronismo di Cristina Kirchner e la nazionalizzazione di YPF
1 maggio 2012 Lascia un commento
il mio articolo per iMille-magazine, scritto a quattro mani con Alan Marazzi.
Pochi giorni fa, la Presidentessa dell’Argentina Cristina Kirchner ha nazionalizzato la compagnia petrolifera YPF, che possiede il monopolio dell’estrazione di idrocarburi nel paese.
Yacimientos Petrolíferos Fiscales (YPF) è una delle più grandi aziende d’Argentina. Fondata nel 1922 da Enrique Mosconi per gestire il business del petrolio sul territorio nazionale, la compagnia fu talmente malgestita sotto la dittatura militare del 1976-1983 che nel 1989 il congresso ne votò la privatizzazione, anche per volontà di Néstor e Cristina Kirchner, la seconda oggi Presidentessa. Tra il 1991 e il 1993, sotto il governo di Carlos Menem, circa l’80 per cento di YPF fu venduta a Repsol per 13 miliardi di dollari. Nel 1999 lo stato argentino vendette il resto. Tuttavia, per convincere gli investitori privati a entrare nell’affare, Néstor Kirchner negoziò dividendi molto generosi. In pratica, Kirchner seppe convincere gli investitori solamente dietro garanzia che gli investimenti sarebbero stati ripagati in breve tempo, tramite cospicui dividendi appunto.
Il prezzo del petrolio è in aumento. Da tempo economisti, esperti, opinionisti e un po’ tutti si scapicollano alla ricerca di spiegazioni e previsioni degli effetti del caro-petrolio sui mercati finanziari e sulla crescita economica. 
Da molti anni, quasi tutte le città mondiali sono impegnate coi problemi del trasporto urbano ben noti a tutti: crescente congestione per aumento dei veicoli privati, problemi di sicurezza, inadeguatezza delle infrastrutture per mancanza di fondi e aumento dell’impatto ambientale (emissioni, energia, materiali). In breve, le grandi città sono fortemente dipendenti dal trasporto. Il trasporto, a sua volta è fortemente dipendente dal petrolio. Se poi nevica, come in questioni giorni, è un casino. Spero di non far offesa a nessuno se scrivo che agli ambientalisti le grandi città generalmente piacciono poco. Aggiungete il picco del petrolio, con un combustibile sempre più raro e costoso, e avete il mix perfetto per gli ambientalisti catastrofisti che prevedono (o sperano) il collasso delle città nel futuro prossimo. 





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