Come se la passa l’industria nucleare

Lo sapete tutti: Angela Merkel ha annunciato che la Germania abbandonerà l’energia nucleare entro il 2022. Un po’ di storia e qualche conseguenza per l’industria nucleare.

Il rapporto della Germania con l’energia nucleare è stato conflittuale fin da principio. La prima centrale nucleare fu costruita in Germania Ovest nel 1960. Da allora, l’uso dell’energia dell’atomo è cresciuta, al punto che i 17 reattori nucleari tedeschi oggi garantiscono oltre il 20% dell’energia prodotta nel paese. La crescita del settore nucleare non è ovviamente stata priva di opposizione. Nel 1975, un incendio allo stabilimento di Lubmin, sulla costa baltica, quasi provocò una fusione del nocciolo. Sull’onda dell’accaduto, pochi anni dopo venne formato il Partito dei Verdi che divenne rapidamente una forza politica nazionale dallo slogan “Atomkraft? Nein, Danke” (energia nucleare? No, grazie).

Nei successivi 20 anni, la Germania ha combattuto con le scorie nucleari. Prima, le proteste contro la costruzione di un impianto nazionale di trattamento delle scorie vennero aggirate trasportando le scorie in siti di stoccaggio a medio termine. In un secondo momento, venne deciso di spedirle agli impianti in Francia e Gran Bretagna. Agli inizi del 2000, i manifestanti tedeschi bloccavano regolarmente i mezzi di trasporto delle scorie. Fu un periodo di tensione, che culminò con la morte di un attivista anti-nucleare.

Sei anni più tardi, e siamo nel 2006, Angela Merkel sostiene che spegnere le centrali nucleari sarebbe un errore. Quattro anni dopo, nel 2010, la Merkel rafforza la sua posizione proponendo una legge che estende la vita operativa degli impianti nucleari per 12 anni oltre il limite previsto, fino al 2033. La legge viene approvata nel mese di ottobre 2010.

Cinque mesi dopo, il terremoto e lo tsunami in Giappone colpiscono l’impianto nucleare di Fukushima Daiichi. Il mondo trattiene il respiro per settimane mentre la TEPCO fatica a contenere le radiazioni, a ridare elettricità alla centrale e a riparare i sistemi di raffreddamento per evitare una fusione del nocciolo. Gli anti-nuclearisti tedeschi colgono l’attimo e fanno pressioni su Angela Merkel affinchè ritratti. In pochi giorni, Angela Merkel decide per la sospensione dell’estensione della vita operativa delle centrali nucleari, mettendo temporaneamente off-line per tre mesi i sette impianti più vecchi, risalenti a prima del 1980.

Poche settimane fa, dopo che decine di migliaia di tedeschi hanno manifestato contro l’energia nucleare in tutto il paese, Angela Merkel cementa entrambe le decisioni: i sette impianti più vecchi andranno definitivamente off-line e tutti i reattori nucleari della Germania saranno definitivamente spenti entro il 2022. E niente estensione. La decisione rende a tutti gli effetti la Germania la il primo paese industrializzato a rinunciare al nucleare dopo il disastro del Fukushima. Poi arriverà anche l’Italia, con il recente referendum.

Il drastico cambio di direzione della Merkel segue da una serie di disastrosi risultati elettorali per la coalizione guidata dai cristiano-democratici (CDU). Disastri in gran parte attribuiti alla sua impopolare politica pro-nucleare. Nel mese di marzo, i Verdi hanno infatti ottenuto il controllo di una roccaforte del CDU – il popoloso stato del Baden-Württemberg – assestando un duro colpo alla credibilità della Merkel come leader della coalizione. L’anno scorso, il CDU aveva perso perso un’altra regione chiave, la Westfalia.

Ora la Germania dovrà trovare nuove fonti di sopperire a quel 22% di energia prodotta dai reattori nucleari nel 2010. La coalizione di governo guidata dalla Merkel prevede di ridurre il consumo energetico del paese del 10% entro il 2020. Inoltre è previsto un raddoppio di energia eolica e solare. In tal modo, le fonti rinnovabili forniranno il 35% dell’energia prodotta in Germania, quando verrà staccata la spina al nucleare.

I produttori di energia tedeschi non sono ovviamente soddisfatti della decisione della Merkel. Un portavoce della RWE, la più grande aziende produttrice di energia, ha dichiarato che “la fine del nucleare entro il 2022 non è la data che avevamo sperato”. La società ha detto che continuerà a “tenere aperte tutte le opzioni legali”, riferendosi alla decisione del governo di mantenere la tassa sul combustibile nucleare recentemente approvata, malgrado i piani di arresto degli impianti. La tassa era legata al prolungamento di vita dei reattori. E.on, un altro grosso produttore di energia tedesco, ha minacciato di citare in giudizio il governo sulla stessa tassa prima ancora che venisse annunciato il piano di arresto delle centrali nucleari. RWE ha inoltre già depositato un contenzioso contro la decisione di sospendere le sette centrali più vecchie dopo Fukushima.

La BDI, la Confindustria tedesca, ha detto che l’uscita dal nucleare causerà molto probabile un rialzo dei prezzi dell’energia e rendere più difficile raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Secondo BDI, il deficit di energia nucleare dovrà essere compensato da carbone e gas. Angel Merkel, invece, ha confermato obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra del 40% entro il 2020.

In Germania, oggi ci sono 13 GW di potenza in costruzione, principalmente carbone, alcuni di gas. Ma è improbabile che almeno quattro dei nove impianti a carbone attualmente in costruzione siano consegnati nel 2011-2012 come originariamente previsto, a causa di un problema con la costruzione delle caldaie. Sono dunque in molti a sostenere che il piano di dismissione del nucleare non sia sostenibile e che lascerà la Germania senza abbastanza energia per coprire il fabbisogno interno.

La decisione tedesca ha causato ovviamente perdite per molti produttori di uranio. Cameco, il più grande produttore di uranio del mondo, ha perso il 3.3% in pochi giorni, mentre Uranium One è sceso del 2.7%. Tuttavia, personalmente non mi aspetto che la decisione della Germania – anche dovesse venir ritrattata da qui a qualche anno – abbia alcun impatto sul mercato dell’uranio nel lungo periodo.

I 17 reattori tedeschi rappresentano infatti solo il 5% della domanda globale di uranio. Ci sono ancora 104 reattori nucleari operativi negli Stati Uniti e 58 in Francia. E mi aspetto che i paesi in via di sviluppo contribuiranno ad aumentare la domanda molto più di quelli già sviluppati. La Cina ha 27 reattori in costruzione, 50 previsti e altri 110 proposti. L’India ne ha 5 in costruzione, 18 previsti e 40 proposti. La Russia ne ha 10 in costruzione, 14 previsti e 30 proposti. Molto difficilmente ritratteranno le decisioni per pressioni dell’opinione pubblica, ammesso che ve ne siano (e non è per nulla scontato).

I fondamentali di lungo termine per l’uranio secondo me sono ancora forti. E’ possibile che la crescita della domanda supererà anche l’aumento dell’offerta nel medio termine, dato che i paesi in via di sviluppo stanno lavorando freneticamente per assicurare una fornitura di elettricità a miliardi di persone che ne sono ancora senza. Ho i miei dubbi che il disastro di Fukushima, e la reazione dei paesi sviluppati ad esso, possa cambiare lo stato delle cose.n pon

One Response to Come se la passa l’industria nucleare

  1. ziomaul says:

    Diciamola tutta :
    Cina 27 reattori in costruzione con il raddoppio del tempo di questi 50 progetti che dovevano esser costruiti già nel 2000. Eppure all’inizio dovevano essere 110. Dunque non 27 + 50 +110 ma solo 110 progetti di cui solo 27 in costruzione e anche costruzione rallentata.
    Idem India : Dei 40 proposti sono calati sui 18 reattori che solo 5 saranno costruiti.
    Russia : Dai 30 reattori si è scesi ad 14 di cui solo 10 reattori in costruzione.
    Notare che i “proposti” dovevano sostituire i reattori vecchi da dismettere e non aggiungersi! Eppure questi Paesi non sono inclini all’ambientalismo….

    Ciao

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