Cina, Africa e biocarburanti

Fino ad oggi, l’interesse della Cina nei biocarburanti è rimasto molto modesto. Ma cosa succede se PetroChina, la più grande compagnia petrolifera cinese, decide di aumentare la produzione di biocarburanti da quasi nulla a circa 1 milione di tonnellate entro il 2015, importando ulteriori 470mila tonnellate? La prima cosa interessante da notare è che PetroChina è una società che tratta idrocarburi tradizionali. Il che significa che molto probabilmente non riuscire a produrre così tanto biocarburante da sola e dovrà andare a prenderlo altrove. Orbene, dove?

Il mercato dei biocarburanti è una galassia complessa dove trovano spazio una moltitudine di soluzioni tecniche. Finora, però, nessuno dei candidati è emerso come vincitore. Negli Stati Uniti trova largo spazio il bioetanolo, che viene miscelato coi combustibili tradizionali in misura del 10 o 15 percento. Il problema dei biocarburanti è che nessuno ha ancora capito come produrli su scala industriale con prezzi in grado di competere col petrolio, anche a 100 dollari al barile. Come il solare rispetto al gas, i biocarburanti sono attualmente un’alternativa più costosa a benzina e diesel. Inoltre, la posizione dominante del bioetanolo negli Stati Uniti è dovuta al fatto che il mercato dei biocarburanti americano è stato catturato dalla lobby dell’etanolo, affamata di sovvenzioni e sostenuta da una gigantesca burocrazia. Circa un terzo della produzione americana di mais viene usata per la produzione di etanolo per carburanti.

Ma torniamo alla Cina. Nel breve periodo, la cosa più probabile è che i cinesi importeranno biocarburanti dal Brasile, che è il più grande produttore mondiale di etanolo. Etanolo che sarà poi mescolato coi combustibili tradizionali e venduto nelle province cinesi meridionali, come già succede negli Stati Uniti. Ben difficilmente però la produzione brasiliana sarà sufficiente a soddisfare l’intera domanda cinese, e allora i cinesi saranno costretti a trovare un’altra soluzione.

La capacità produttiva interna di etanolo per biocarburanti è di circa 1.5 milioni di tonnellate. Come materia prima principalmente verrebbero usati cereali. Tuttavia, al contrario degli Stati Uniti, la Cina non ha il lusso di poter passare terreni agricoli dalla produzione alimentare a biocarburanti. I terreni coltivabili sono usati per sfamare gli 1.3 miliardi di cinesi, ragion per cui la produzione domestica cinese di biocarburante è destinata a rimanere marginale. In altri termini, la Cina dovrà cercare il suo biocarburante dall’estero.

Se la Cina dovesse puntare sui biocarburanti per l’era del post-picco del petrolio, il suo immenso peso potrebbe imprimere non solo far emergere una vincitore nella galassia dei biocarburanti ma anche cambiare la geopolitica dei paesi in via di sviluppo. Pechino ha infatti trascorso l’ultimo decennio coltivando contatti a livello governativo con l’Africa. Non è un mistero per nessuno che uno dei principali obbiettivi negli investimenti cinesi degli ultimi dieci anni – petrolio, materie prime, eccetera – è stata proprio l’Africa. Se Pechino decide che i biocarburanti sono la strada da percorrere per la mobilità nell’era del post-picco, dato che non possono produrseli da soli, è probabile che vedremo un cambiamento drastico nella produzione di rinnovabili – perchè i biocarburanti sono rinnovabili – nel continente nero.

D’altra parte, la maggiore preoccupazione degli ambientalisti nella massificazione della produzione di biocarburanti è la perniciosa competizione che si instaura col prezzo del cibo. I biocarburanti spostano infatti la produzione dei terreni dal cibo al biocarburante, con tutti gli effetti che ne consegue. C’è allora la possibilità che la Cina ignori le preoccupazioni degli ambientalisti in materia e che contribuisca ad aumentare ancora il numero di affamati in Afrifa. Purtroppo, assieme i tanti successi economici, l’interesse per i diritti umani in Cina si distingue proprio per la sua assenza quasi totale.

One Response to Cina, Africa e biocarburanti

  1. ziomaul says:

    Sarebbe l’ultima arrivata sul mercato estero facendo lievitare i prezzi Africani e Brasiliani sul biocarburante che già non sono competitivi. Dunque ipotesi scartata.

    Potrebbe spostare parte della produzione agricola interna sui biocarburanti. Malgrado l’alto tasso di popolazione esporta cibo in tutto il mondo (in Italia arrivano pomodori e angurie e altri mille prodotti) con prezzi più competitivi rispetto l’India (specie sul riso), ma essendo Stato Comunista e non Capitalista non gli conviene incentivare per ridurre il prezzo.

    Infatti l’incentivo è una tassa di Stato che finisce nelle tasche dei contadini per evitare di importare petrolio. Evitando d’importare petrolio si evita di dare soldi all’estero e quindi impoverire le casse di Stato.

    Incentivi(che è perdita) + minor-importazione = Guadagno

    Ma già deve tenere il suo cambio basso rispetto il dollaro (dunque maggior importazioni)e questa equazione funziona se gira fra più tasche come nel capitalismo e poi per un mercato interno di cui è lo stesso proprietario.

    Potrebbe allora tentare di produrre carburanti dal carbone. Questo lo ritengo più probabile del biocarburante.

    Ciao

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