Il neo-peronismo di Cristina Kirchner e la nazionalizzazione di YPF

il mio articolo per iMille-magazine, scritto a quattro mani con Alan Marazzi.

Pochi giorni fa, la Presidentessa dell’Argentina Cristina Kirchner ha nazionalizzato la compagnia petrolifera YPF, che possiede il monopolio dell’estrazione di idrocarburi nel paese.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales (YPF) è una delle più grandi aziende d’Argentina. Fondata nel 1922 da Enrique Mosconi per gestire il business del petrolio sul territorio nazionale, la compagnia fu talmente malgestita sotto la dittatura militare del 1976-1983 che nel 1989 il congresso ne votò la privatizzazione, anche per volontà di Néstor e Cristina Kirchner, la seconda oggi Presidentessa. Tra il 1991 e il 1993, sotto il governo di Carlos Menem, circa l’80 per cento di YPF fu venduta a Repsol per 13 miliardi di dollari. Nel 1999 lo stato argentino vendette il resto. Tuttavia, per convincere gli investitori privati a entrare nell’affare, Néstor Kirchner negoziò dividendi molto generosi. In pratica, Kirchner seppe convincere gli investitori solamente dietro garanzia che gli investimenti sarebbero stati ripagati in breve tempo, tramite cospicui dividendi appunto.

La privatizzazione di YPF si inserì nel più ampio contesto delle privatizzazioni realizzate in Argentina a cavallo degli anni ‘90 e ‘2000. Allora il paese era sull’orlo del default, e le compagnie occidentali approfittarono della debolezza argentina per spuntare condizioni molto favorevoli nell’acquisto di importanti risorse (prezzi bassisimi e contratti assai poco vincolanti). In pratica, con squisita ironia del destino, YPF fu praticamente un regalo alla Spagna. L’Argentina andò comunque in default. L’incubo della miseria durò un anno, dalla fine 2001 a tutto il 2002. Molte imprese chiusero o fallirono, l’inflazione accumulata per la svalutazione del pesos era pari all’80 per cento e i salari, per chi ne aveva ancora, restavano invece fermi ai livelli pre-crisi. Fu in quel momento che il paese venne salvata dalla nuova economia mondiale. La crescita di Cina e India ebbe infatti l’effetto di triplicare il prezzo della soia sui mercati internazionali e determinò un grande afflusso di valuta estera. La grande ripresa economica dei paesi dell’OCSE determinò anche forti aumenti delle materie prime, del petrolio e dei cereali, dando ulteriore spinta alla ripresa economica nazionale.

Cos’è successo con YPF, allora? Molto semplicemente, a distanza di anni, il quadro di riferimento dell’Argentina è molto cambiato: inflazione al 23 per cento, fuga di capitali argentini in Florida, crescita in calo, produzione di idrocarburi in netto crollo e importazioni che aumentano più velocemente delle esportazioni. Non va inoltre dimenticato che l’Argentina è ancora in default con il Club di Parigi dei creditori sovrani e l’ICSID della Banca Mondiale ha stabilito che il paese deve ancora molti soldi a compagnie estere. Più in specifico per quel che riguarda YPF, il problema è che la produzione nazionale di petrolio è calata del 15 per cento negli ultimi 13 anni. Al contrario, il consumo interno è salito e l’esportazione netta si è corrispettivamente quasi azzerata, come si vede dal grafico sotto tratto da Energy Export Database.

Questo è il quadro di riferimento al momento della decisione di nazionalizzare di YPF. Secondo la presidentessa Kirchner, la causa del declino della produzione interna di petrolio discende dai lauti dividendi di cui sopra, in cui se ne va il 90 per cento dei guadagni di YPF, pappandosi buona parte degli investimenti in esplorazione e produzione. Repsol, ovviamente, ha respinto le accuse, sottolineando come YPF abbia investito molto più di qualsiasi altra compagnia in loco in esplorazione – solo nel 2011 YPF ha infatti investito 3 miliardi di dollari e 20 sono i miliardi investiti negli ultimi 13 anni – e che il declino della produzione è comune alla maggior parte delle imprese operanti in Argentina. La compagnia spagnola, inoltre,  ha dovuto fare i conti con un mix di prezzi controllati e tasse sulle esportazioni che hanno mantenuto il prezzo dei carburanti molto più basso che nei paesi limitrofi. Questo trend dei prezzi è facilmente visibile da questa cartina che indica il prezzo in centesimi di dollaro al litro.

In ogni caso, la Presidentessa Cristina Kirchner nazionalizza YPF, con una brusca inversione rispetto alla decisione presa col marito anni fa. Roba dar far concorrenza alle politiche venezuelane di Chavez, della Bolivia e di buona parte del Sud America. Tuttavia, anche se condannata da molti nella comunità internazionale, la decisione di espropriare YPF si è dimostrata una buona mossa per la politica interna argentina, in pieno populismo. Nel nazionalizzare YPF, la Presidentessa Kirchner e il suo governo hanno infatti sostenuto che la decisione era necessaria per garantire all’Argentina la “sovranità energetica”. Tuttavia la mossa gioca pesantemente sul risentimento popolare nei confronti del libero mercato, accusato di essere la causa delle difficoltà economiche del paese – con le solite accuse alle multinazionali cattive – distraendo così l’attenzione dal rapido aumento dell’inflazione nel paese, dalla fuga di capitali e dal declino della popolarità della Presidentessa Kirchner stessa negli ultimi tempi.

Cosa succederà ora è facilmente immaginabile. Ieri la Presidentessa ha inviato un disegno di legge al legislatore con cui, in pratica, l’Argentina prende subito il controllo gestionale sulla società. Ci sarà un periodo di tempo per la negoziazione del risarcimento, durante i quali Repsol chiederà molti miliardi di dollari – il valore di mercato di YPF era di 10 miliardi di dollari e l’impresa fino a poche settimane fa stava per essere venduta ai cinesi della Sinopec per 15 miliardi – ma l’Argentina offrirà molto meno. Possiamo tranquillamente prevedere che Repsol non verrà mai ripagata decentemente. Il caso di ExxonMobil, che pochi mesi fa, dopo arbitraggio internazionale, ricevette solamente 900 milioni di dollari per gli asset in Venezuela nazionalizzati dal Presidente Hugo Chavez – circa il 10 per cento del loro valore reale – fa scuola. E’ probabile che l’Argentina chiederà anche uno scaglionamento nel tempo dei pagamenti, ed è anche prevedibile che sulla nazionalizzazione verrà montato uno spettacolo nazional-populistico al limite della farsa a vantaggio della politica interna. Per la decisione finale in sede giudiziaria internazionale saranno necessari almeno quattro anni, forse di più. Il che rimanderà il pagamento almeno fino al 2016, o probabilmente più a lungo. Certo, alla fine l’Argentina dovrà pagare, ma in ogni caso non sarà un problema per Cristina Kirchner, che  resta in carica solo fino al 2016.

Tuttavia, almeno nel breve periodo, il populismo di Cristina Kirchner sembra dare i suoi frutti: non solo l’opinione pubblica argentina è quasi totalmente a favore della nazionalizzazione, ma anche i membri dei partiti di opposizione hanno dato il loro pieno appoggio. Perfino l’ex presidente Carlos Menem, che in passato aveva personalmente curato la privatizzazione di YPF, ha dato il suo appoggio, sostenendo che i tempi sono cambiati. Il populismo della mossa di Cristina Kirchner è evidente dall’annuncio che il vuoto lasciato (lorononostante) dagli spagnoli di Repsol verrebbe colmato dai brasiliani di Petrobras, pronti a investire 500 milioni di dollari per lo sfruttamento delle riserve petrolifere argentine, con buona pace delle accuse alle multinazionali cattive e al diabolico mercato. Chi si aspettava che l’Argentina avrebbe faticato a trovare investitori stranieri si sbaglia: le riserve argentine fanno gola a molti, specie  in tempo di rarefazione delle risorse naturali.

Va da sè che in uno stato di diritto l’espropriazione è opzione prevista dalla Costituzione. Essa però si regge su legalità, pubblica utilità e compensazione ragionevole. Senza compensazione ragionevole – ed è probabile che la compensazione finale non coprirà un decimo del valore di mercato – la nazionalizzazione di YPF si chiama invece semplicemente furto, e i suoi ideatori non dovrebbero certo meritarsi appellativi quali “cervelli” o “strateghi” o “economisti”, ma ben altro. Sarebbe auspicabile che l’Europa non lasciasse la Spagna da sola di fronte a questa ingiustizia. Vedremo se ancora una volta l’Europa è fatta di ricotta o saprà farsi rispettare. Noi ci auguriamo la seconda.

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