Un mondo perfetto?

Questo blog si è fermato un paio di settimane, in pausa. Due sono i fatti che mi hanno colpito e spinto a una pausa di riflessione prima di proseguire.

Il primo fatto è la recente convulsione dell’ILVA, per lo scempio ambientale causato, secondo i magistrati, dall’impianto siderurgico. L’ILVA è un impianto siderurgico a ciclo integrale, dove avvengono tutti i passaggi della lavorazione dell’acciaio a partire dal minerale di ferro. Cinque altoforni alti 40 metri che producono 10 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, il 30% circa dell’intero fabbisogno italiano. Sull’ILVA sono stati scritti fiumi di parole, più o meno assennate. L’ILVA è (parzialmente) sotto sequestro per ordine della magistratura. Lo avete sicuramente letto sui giornali. L’ordinanza del gip ha disposto il sequestro immediato dell’area a caldo dello stabilimento, dove trovano posto parchi minerali, cokerie, area agglomerazione, altiforni e gestione materiali ferrosi. Senza mezzi termini, se il sequestro dell’area a caldo andasse in porto così come chiesto dal gip, cosa non impossibile, di fatto significherebbe la chiusura dell’intera fabbrica.

Ora, prima che non partano gli strali dei benpensanti, la vicenda dell’ILVA è complessa e dolorosa: da molti anni gli abitanti di Taranto sospettavano (eufemismo) dei problemi causati direttamente o indirettamente dallo stabilimento siderurgico. Il sequestro dell’ILVA riporta in auge l’annosa dicotomia tra produzione e tutela dell’ambiente. Uno scambio su Linea Notte del TG3 durante una diretta sugli scioperi degli scorsi giorni offre una sintesi precisa sull’argomento: “volete che l’azienda chiuda, come chiede la magistratura, o volete che continui ad operare?”, cui gli operai dell’ILVA hanno risposto: “non siamo noi che dobbiamo indicare la soluzione, noi rivendichiamo il nostro diritto a lavorare in sicurezza, in un ambiente sano per noi e per le nostre famiglie”.

Ecco, la soluzione. Qual’è la soluzione? Secondo i decrescisti è ovvio e si può leggere su Il Fatto Quotidiano:

Se chiudere una fabbrica che produce morte deve essere normale, meno facile da digerire è chiudere una fabbrica che produce oggetti che non servono a nulla. Qui la vedo più dura. Eppure una riconversione della società in senso ecologico non può non passare anche da qui, dalla strada della rinuncia ai beni superflui, della ricerca della sobrietà e dell’equilibrio – ammesso che esso sia possibile (ed è tutto da vedere) – tra uomo e natura.
Parlare di sviluppo è stupido, parlare di sviluppo sostenibile è stupido e contraddittorio. In futuro occorrerà regredire, ritrarsi, rinunciare. Anche ai posti di lavoro pur che siano.

Insomma, tra lavoro e ambiente non v’è dubbio o terza via: ambiente. Posizioni dure, rigide, che nella oramai stracca retorica decrescista si limitano alla critica dell’esistente senza saper o poter produrre alternative valide oltre le banalità volontaristiche. Come si risolve il problema dell’ILVA? Decrescendo, rinunciando al superfluo e bon. L’ILVA infatti produrrebbe “oggetti che non servono a nulla” (l’acciaio) perchè, nella miopia della furia iconoclasta decrescista, l’acciaio viene probabilmente associato alle automobili, pilastro costitutivo dell’impero del petrolio. Peccato non sia così. Meno del 20% della produzione mondiale di acciaio è infatti dedicato al mercato dell’automobile. L’acciaio serve a tante cose, tra cui case, ponti, acquedotti, pipeline e infrastrutture per la rete elettrica. Oltre ai piloni delle verdi torri eoliche.

Ambientalisti più assennati, consci della crisi dell’economia italiana per la perdita strutturale di industria pesante causa delocalizzazione all’estero di molte attività produttive energy-intensive, ci vanno più cauti:

I posti di lavoro dell’ILVA possono essere salvati avviando subito le bonifiche. Gli operai devono diventare i tecnici delle bonifiche. E’ necessario poi che Taranto venga dichiarata No-Tax Area per almeno 5 anni, misura necessaria per attrarre investimenti italiani e esteri per investimenti su nuove aziende basate sull’innovazione, la Green Economy e un modello economico non inquinante.

La necessità di produrre e innovare resta intatto, ma quale sia questo modello economico non inquinante non è dato sapere. L’acciaio comunque no, servono aziende nuove, verdi e innovative. Il ferro per i ponti e le torri eoliche lo tratti qualcun altro lontano da qui, non-nel-mio-giardino (NIMBY). Val qui la pena notare che nella produzione industriale dell’acciaio, il settore più inquinante dell’impianto è la cokeria, dove si fonde il carbone per ottenere il coke. Probabilmente è proprio la cokeria il settore responsabile della maggior parte delle emissioni inquinanti a Taranto. ILVA potrebbe chiudere solo la cokeria per metterla a norma, comprare il coke sul mercato nel frattempo, continuando la produzione ma con un impatto ambientale molto più contenuto. Inoltre, ammettendo che proprio non si voglia una acciaieria sotto casa per l’eccessivo (?) inquinamento, davvero un disastro ambientale in Turchia sarebbe meno peggio di un disastro ambientale in Sicilia? Vogliamo rimettere in pratica le stesse ipocrisie del nucleare francese, svizzero o sloveno?

Il secondo fatto che mi ha colpito è la recente novità affacciatasi sul panorama politico italiano: Fermare il declino. Il declino da fermare è ovviamente quello italiano, oramai constantemente in ansia per i sussulti dello spread. Della complessa relazione tra energia, economia e governance avevamo già parlato tempo fa su questo blog. Il progetto dei promotori di Fermare il Declino è chiaramente ispirato alla scuola economica neo-classica: l’azienda non monopolista nel libero mercato come “scatola nera” ottimizzante e portatrice di valore aggiunto, foriera di crescita economica e benessere. Insomma, liberalizzazioni, competizione, merito. Ricette forse non nuovissime, ma l’Italia dei monopoli e dei cartelli “naturali” ne è certamente ancora distante. Tuttavia, in tempi di picco del petrolio e di prezzi del greggio molto alti, quel che colpisce chi si interessa di energia, ambiente e sostenibilità è senza dubbio l’assenza totale di riferimenti a energia, risorse naturali e loro finitezza nei 10 punti programmatici di Fermare il Declino. Ora, proprio questa mancanza obbliga a riflettere non solo sui problemi da affrontare, ma soprattutto sulle soluzioni e sul modello di governance più adatto oggi per l’Italia per mettere in pratica quelle stesse soluzioni (no, la decrescita volontaria non è un modello di governance serio o credibile).

Ora, i problemi. Il sottoscritto autore di questo blog, contrariamente alla vulgata ambiental-catastrofista, reputa che la rarefazione delle risorse naturali e/o EROEI decrescente non siano la causa principale della crisi delle democrazie occidentali. Ne avevamo già parlato tempo fa su questo blog, a proposito degli effetti del picco del petrolio sull’economia, in un articolo in risposta a Nature. Semplificando brutalmente, è infatti ben noto che durante le crisi economiche gli investitori tendono a limitare gli investimenti all’estero, limitandosi agli investimenti in patria (o a non investire affatto). Ovviamente i paesi che hanno visto più capitali rientrare che uscire non hanno avuto grossi problemi di spread, mentre i paesi che dipendevano dagli investimenti stranieri come Grecia o Italia non hanno potuto rifinanziare da soli un debito troppo alto. Intediamoci, questo non vuol dire che il problema delle risorse sia in generale irrilevante. Personalmente credo che sarà il grande problema di questo secolo. Significa invece che, in questo momento, abbiamo a che fare con una questione economica più semplice ma non per questo meno urgente o importante.

La faccio breve: un sistema basato su libero mercato, controllato e regolamentato da Authority molto potenti che guardano all’interesse della collettività, con un Governo per le priorità nazionali molto probabilmente è il miglior modello per l’Italia, ora e nei prossimi decenni. Per alcune semplici motivazioni:
1) I vantaggi di un libero mercato scevro da monopoli e in competizione sono evidenti. In un mercato concorrenziale i prezzi sono spinti verso il basso tramite miglioramenti dell’efficienza del sistema produttivo, vi più scelta e migliore qualità. Soprattutto innovazione – su progettazione, design, tecniche di produzione, servizi, affidabilità, eccetera – con una costante ricerca di un maggior valore aggiunto, che rende le imprese più competitive sui mercati mondiali.
2) Le Autorithy come organismi indipendenti, con il compito di tutelare gli interessi dei consumatori e di promuovere la concorrenza, l’efficienza e la diffusione di servizi con adeguati livelli di qualità, attraverso attività di regolazione e controllo. Le Autorithy esistono già oggi in Italia, alcune efficienti e efficaci, come ad esempio quelle per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG) e per le garanzie nelle Comunicazioni (AgCom), oltre a molte altre che funzionano più o meno bene.
3) Il Governo per le priorità nazionali e la regolamentazione, più la gestione delle reti strategiche, democraticamente eletto. Gli incentivi alle rinnovabili vengono da qui. È necessario un grande equilibrio nel legislatore per gestire questo lungo periodo di transizione nella decarbonizzazione dei nostri sistemi produttivi (sempre che l’obiettivo sia tenere in piedi le nostre economie, se no avete sbagliato blog). Il recente Piano Energetico Nazionale del Ministro Passera ha decisamente alzato l’asticella rispetto al passato.

Il punto su cui il sistema italiano è maggiormente carente è indubbiamente il primo, ed è giustamente al centro del programma di Fermare il Declino, anche se non per questo gli altri due vanno dimenticati. I temi sono molti e molto complessi: togliere peso alle millemila rendite su cui si basa molta dell’economia italiana, meritocrazia come regola ferrea, equità inter-generazionale, svecchiamento culturale e anagrafico della classe dirigente, scuole e università pensate per gli studenti e non per chi ci lavora. Insomma, cose che molti anche “di sinistra” riconoscono come irrinunciabili da almeno vent’anni, ma da altrettanti vent’anni sono periodicamente frustrate e i cui sostenitori vengono ironicamente etichettati come “il partito del due per cento”. Intendiamoci, per quel che riguarda l’energia, la sostenibilità e la decarbonizzazione delle nostre economie certamente non avverranno dall’oggi al domani. Stiamo parlando di riassestamenti del sistema produttivo e piani strategici con orizzonti decennali. Luoghi dove il mercato da solo non arriva e che necessitano, per ragion d’essere, di un modello di governance robusto, in grado di prendere decisioni di tal portata e tener salda la barra, anche grazie alle Authority. E’ però illusorio pensare che senza lo stimolo alle competizione del libero mercato, carrozzoni para-statali in regime di quasi-monopolio (vedi alla voce RAI) riescano a guidare e maturare l’innovazione necessaria agli obiettivi di cui sopra.

Insomma, crescita non vuol dire necessariamente inquinare o cementificare e decrescere non significa stare fermi. Sostenibilità significa invece scambiare obiettivi di quantità con quelli di qualità, ma sempre con conti economici che stiano in piedi e non soddisfino solamente gli azionisti e le loro tasche o i timori di conservatori benestanti. Chi si preoccupa dello smantellamento dello stato sociale per squilibri indotti dal libero mercato, non ha che da votare per un governo lo tuteli, per sorveglianza e controllo ci sono le Authority. Prendetevi le vostre responsabilità, dunque, e stati attenti a quello che desiderate.

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13 Responses to Un mondo perfetto?

  1. Mauro Venier scrive:

    Articolo veramente interessante. Su molte cose concordo, su altre devo un attimo rimuginare… ma tutte danno spunti di riflessione. E questa è la cosa più importante.
    Vorrei aggiungere qualcosa di interessante sull’ILVA. Io sono figlio di un ex operaio dell’ILVA di Genova, dove le proteste contro l’inquinamento prodotto dall’impianto sono cominciate anni prima che a Taranto.
    Il famoso movimento delle “donne di Cornigliano”, il movimento che ha poi portato di fatto allo smantellamento acritico dell’area a caldo (senza che venissero mai prese in considerazione ipotesi di risanamento/miglioramento dell’impianto stesso), ha avuto due caratteristiche molto interessanti.
    1) Queste “donne di Cornigliano” hanno taciuto per anni, fino a che i loro mariti erano impiegati nello stabilimento, e improvvisamente hano sviluppato una coscienza ambientalista quando la generazione dei loro mariti alla fine degli anni ’80 è andata in pensione (in parte per ragioni anagrafiche, in parte coi prepensionamenti dovuti alla crisi della siderurgia).
    2) Tra tutte le parti sociali genovesi questo movimento ottenne il massimo sostegno (anche economico) non da sindacati, ambientalisti o simili… ma dall’imprenditoria. Soprattutto edilizia. Essendo le aree ILVA a Genova in piena città, sul mare, con collegamenti (strade, ferrovie, ecc.) già presenti… non serve che specifichi perché detta imprenditoria sosteneva il movimento anti-ILVA.
    Saluti,
    Mauro.

  2. France scrive:

    Al solito bell’articolo Filippo. Sull’ILVA, tu che sei del ramo mi sapresti dire se e’possibile “bonificare e mettere in sicurezza” un impianto di quelle dimensioni, oltretutto a ridosso di un centro densamente popolato, e ridurne drasticamente ‘l’impatto sulla saute di chi ci abita vicino? E quanto puo’costare?

    • Filippo Zuliani scrive:

      Quando puo’ costare non so. Dovrei metter mano direttamente in ILVA. Il resto e’ possibile. Sul fatto che sia a ridosso del centro abitato, ti ricordo che io vivo a 10min di bicicletta da un impianto analogo, senza problemi di sorta.

      • France scrive:

        Beh pero’i costi sono il nocciolo della questione: a quanto ho capito hanno stanziato 300 milioni per le bonifiche. che pero’ a detta di molti servirebebro solo, appunto, a bonificare, mentre per mettere in sicurezza il ciclo ne servirebbero altri. Cosa manca all’ILVA di Taranto per essere sicura come la tua acciaieria? Quanto costa colmare il gap? Mi sembra che parlando di costi e benefici queste siano domande cruciali.

      • Filippo Zuliani scrive:

        Una cokeria nuova costa appunto centinaia di milioni di euro. Non so quali siano le “bonifiche” che Clini ha in mente con quei 350 milioni che ha stanziato. Sicuramente basterebbero per mettere in sicurezza la cokeria secondo gli standard moderni.

      • France scrive:

        Me ne intendo meno di te, ma a quanto ho capito dalle boiate che ho letto, le bonifiche riguardano le “aree” dentro e fuori l’acciaieria, piu’che gli impianti. Fosse solo questione di cokeria allora si. Sempre che non arrivi la LAV a difendere i poveri cocker indifesi ;-)

      • Filippo Zuliani scrive:

        Clini ha dichiarato tutto e il suo contrario in questi giorni. Ti copio qui le valutazione dell’ARPA, che mi sembrano le migliori nel rendere il quadro: L’Ilva di Taranto “formalmente è in regola” – ha spiegato il direttore dell’Arpa, Giorgio Assennato – ma ci sono alcuni valori, rispetto all’inquinamento che produce, che devono essere abbassati. Le acciaierie di Taranto rispetto al resto dell’Europa siano in regola? “Da un punto di vista formale – ha risposto Assennato – rispettano i parametri previsti dall’autorizzazione ambientale e dalle normative. Però alcuni di questi parametri sono assolutamente insensati. Noi abbiamo nella legislazione nazionale un valore limite per le emissioni di diossine di origine industriale assolutamente privo di senso, altissimo, e per il quale è stato necessario coraggiosamente attivare la legislazione regionale e quel limite rimane ancora attivo, non è stato modificato da nessun provvedimento e quindi pur essendo formalmente in regola sotto molti punti di vista, ci sono alcune criticità, come quelle ben note delle polveri, come il benzopirene, che devono essere assolutamente ricondotte a valori più bassi”.

      • France scrive:

        Oh, ecco, appunto, siccome diossine e polveri si accumulano nell’ambiente circostante, che rimane cosi’ un serbatoio di agenti inquinanti se non bonificato, a quanto o capito i 350 milioni servirebbero per questa bonifica. E sorvoliamo sulla faccenda dei limiti insensati: se sono stabiliti a livello europeo, perche’ ad amsterdam tutto bene e a Taranto no? mah…

      • Filippo Zuliani scrive:

        Hai ragione Francesco, la faccenda dei limiti delle emissioni e’ un po’ un casino. Ho fatto una ricerca e provo a riassumerla. In pratica, i criteri per la definizione dei limiti sono contenuti nel Protocollo di Aarhus, approvato dal Consiglio UE nel 2004 e recepito da 16 paesi dell´Unione ma non dall´Italia (sic!). L’Italia si è uniformata alla normativa europea per quanto riguarda le regolamentazione delle emissioni delle diossine per gli impianti d’incenerimento, ma non per il resto (leggi ILVA), avvalendosi della possibilità di adeguarsi a tali limiti entro il 2012. Il Ministro dell’Ambiente in carica all’epoca era Stefania Prestigiacomo (ri-sic!). I limiti previsti nel nostro paese rimangono quindi a 10 nanogrammi/m3 e fanno riferimento alla concentrazione totale e non alla tossicità equivalente, come nel resto d’europa. Nel 2008 Vendola propose di passare al criterio della tossicita’ equivalente, fissando la soglia ad un iniziale 2.5 ng/m3 da abbassare a 0.4 (standard europeo) nel 2010 e provocando un lungo braccio di ferro tra Regione Puglia, ILVA e Governo. Le misurazione ARPA col metodo della tossicita’ equivalente effettuate nel 2007 ritornavano valori medi di 3.9 ng/m3 per le emissioni ARPA, nel 2008 di 6.9. Nel 2011 secondo misurazioni ARPA saremmo scesi appunto a 0.4 ng/m3. Volendo credere alle misurazioni, e non v’e’ motivo di non farlo, questo vorrebbe dire che ARPA oggi emette secondo norme europee. Certo, resta il fatto che tutta la diossima emersa in precedenza e sparsa sul territorio andrebbe bonificata. Che alla fine e’ quel che ha detto Clini l’altro giorno, che ha appunto parlato di criticità dovute al passato.

      • France scrive:

        Grazie per il chiarimento. Spero tuttavia che le emissioni dell’ARPA siano zero senno’ c’e’ da preoccuparsi veramente ;-)))

      • Filippo Zuliani scrive:

        ILVA dice che la drastica riduzione e’ dovuta all’ installazione di un sistema di iniezione di polvere di carbone attivo e quello di urea, entrati in funzione proprio tra il 2010 e il 2011. Le cokeria sono state ammodernate nel 2010 (170 milioni di euro di investimento). Gli ambientalisti si lamentano pero’ che le misurazioni non avvengono a sorpresa, e che ILVA le effettuerebbe dunque lontano dalla produzione di punta, con valori quasi dimezzati rispetto alle emissioni vere. Insomma, un casino. :)

  3. Pietro Marzani scrive:

    Viste le recenti vicende forse l’AgCom non è proprio un così buon esempio di Autorithy indipendente in un mondo perfetto … :-)
    In generale, temo che per non farti rispedire al mittente le accuse di formulare proposte poco serie o credibili, dovresti spiegare meglio come far funzionare, in ITALIA, il sistema delle Autorithy indipendenti (chi le nomina, quanto durano in carica, a chi devono rispondere, …)

  4. Nonsonoio Liuc scrive:

    “Il sequestro dell’ILVA riporta in auge l’annosa dicotomia tra produzione e tutela dell’ambiente.”
    Dicotomia? Che parlate di dicotomia siete in due, tu e quel decrescista del falsoquotidiano che citi.
    Piú che di dicotomia, io parlerei di nonsense, ovvero persone sensate che si affidano al sentito dire per discutere di problemi su cui é abbastanza facile informarsi.
    Come hai pottuo vedere confrontando i limiti di emissione olandesi con quelli italiani, c’é un problema serio, ovvero che legale italiano \neq sensato (alla luce delle ultime ricerche e linee guida dell’oms).
    A causa di questo puoi vederci l’inerzia dei politici nell’aggiornare le leggi, o l’efficacia della famiglia Riva nel fare “pressioni” per mantenere i vecchi limiti o nel concordare le visite con l’arpa, ma una cosa che proprio non si ha da nutrire é questa “dicotomia”, questo vedere (e alimentare, come fanno i nostri pregevoli giornali) lo scontro fra due mondi fittizi, i lavoratori contro gli ambientalisti. Bignami di sopravvienza politica, se frammenti le opposizioni le rendi piú deboli.
    Gli operai, i tarantini, chiedono lavoro e vita. L’ILVA potrebbe dare tutti e due. E sanno che é possibile, anche tu, cifre alla mano, vedi che bonifica e aggiornamento degli impianti é un investimento importante, ma abbordabile.
    I media italiani invece vogliono … polemiche? alimentare la tensione? bene, non seguiamoli, altrimenti il casino diventerá sempre piú difficile da dipanare.

    I limiti di legge, italiani e europei, sono molto diversi, organizzazioni impegnate nella realtá tarantina da anni ne sono consci e non hanno alcuna intenzione di “rimettere in pratica le stesse ipocrisie del nucleare francese, svizzero o sloveno”.
    E non sono ambientalisti, sono associazioni che vogliono vedere migliorata la propria qualitá di vita, qualitá che in questo caso, sfortunatamente, coincide con quantitá nel senso di aspettativa di vita :/ .
    Non vogliono farlo loro, non facciamolo “noi” dando fiato a sterili scontri, che quando un processo diventa una faccenda di piazza, anche i giudici perdono la loro (sperata) neutralitá.
    Insomma, il problema dell’ilva é che inquina sine qua non o inquina solo perché i limiti di emissione italiani sono cosí ridicoli che persino quei quattro ignoranti degli operai se ne sono accorti?
    Classificare le opinioni in ambientalisti, decrescisti, nimby é utile solo all’essere classificati a propria volta.
    Senza dimenticare che gli “ambientalisti” in giro in italia sono 3: chicco testa, ermete realacci, paolo scaroni. E il piú verde dei 3 é proprio l’ultimo.

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