Letture della crisi finanziaria

Prima, seconda e terza parte. Di Arnaldo Orlandini, vice-presidente di ASPO-Italia.

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20 Responses to Letture della crisi finanziaria

  1. enrico says:

    che saccenza, che poca conoscenza dei fatti economici di base. regagliamogli un libro di krugman

    • Spiegati meglio, Enrico. Quali fatti economomici di base ignora Orlandini?

      • enrico says:

        Uno di fondo, ma grosso: che la crisi economica corrente deriva da una carenza di domanda, non dal fatto che “il sistema” si è scontrato con dei limiti allo sviluppo dell’offerta. Il problema contingente è nella mancanza di consumo, non nell’eccesso del medesimo a fronte di risorse finite. questo non significa affatto che le risorse non siano finite, tantomeno che i livelli di consumo attuali siano incrementabili indefinitamente: ma la crisi del 2008 ha spiegazioni abbastanza chiare (abbastanza, perchè come in tutti i fenomeni sociali la complessità degli eventi non è interamente riconducibile alle cause primarie) e tutt’altro che sistemiche. Interrogarsi sulla sostenibilità a medio/lungo termine del sistema capitalistico attuale è più che lecito (mi verrebbe da dire che è doveroso) ma prendere una recessione pur grave e trasformarla in una crisi sistemica senza avere argomenti specifici a supporto significa firnire un’interpretazione fuorviante (e, consentimi, grossolana dei fatti).
        Dietro questo atteggiamento si percepisce la solita presunzione dello scienziato che si accosta ai temi economici: l’economia si occupa di mercati e speculazioni, i problemi di fondo sono ben altri, vi diciamo noi quanto si può produrre e con cosa e magari anche quanto si può consumare e come: poveri economisti, che non si sono accorti della “finanziarizzazione” (ossignur!) e non sanno prevedere le crisi, si facciano da parte che se no son danni.
        Ci sono un paio di secoli di storia economica a dimostrare la superficialità e la fallacia di queste teorie, ma evidentemente non bastano: ad ogni crisi economica (vai a rivederti la stampa dell’87 o del 93 se hai dubbi) salta sempre fuori l’interpretazione “sistemica” che condanna il modello economico occidentale in modo irrevocabile.
        Non mi sembra un gran modo di ragionare, anzi dopo 20 righe mi sono stufato e sono passato oltre. Ma posso aggiungere un consiglio: se proprio il signor orlandini non sopporta le scarse capacità previsionali, si eserciti sulla probabilità del prossimo terremoto in emilia, sull’impatto ambientale di un qualsiasi termovalorizzatore o sul tempo a Lodi di qui a una settimana: si accorgerà che ci sono tante materie troppo complicate per consentire vaticini (anche su richiesta della regina) e che vanno studiate ugualmente, con umiltà.
        un caro saluto

  2. Arnaldo Orlandini says:

    Se Enrico vuole regalarmi un libro di Krugman (che già non ho), lo accetto molto volentieri, dal momento che dal premio Nobel del 2008 c’è sempre da imparare.
    Sul fatto che la crisi attuale (come quella degli anni ’30) sia una cirisi di domanda, sono pienamente d’accordo con lui (e con Krugman). Una crisi di domanda che, a sua volta, deriva in gran misura da una certa distribuzione del reddito, che si è venuta realizzando negli ultimi 3-4 decenni. Sono i decenni che hanno visto il progressivo superamento del modello keynesiano-fordista e l’affermazione della “globalizzazione neoliberista”. E la finanziarizzazione (o, se la parola non piace, il ruolo dominante della finanza) ha molto a che vedere con tale distribuzione del reddito.
    Detto ciò, le classiche politiche economiche keynesiane di sostegno alla domanda, nella situazione attuale, sebbene da preferire a quelle insenssate di austerità, possono offrire solo una “soluzione” di breve periodo. A differenza degli anni ’30, infatti, dobbiamo infatti fare i conti in forma attualissima e concreta con i limiti ecologici del pianeta. Qui sta, credo di capire, il reale punto di dissenso tra me ed Enrico.

  3. enrico says:

    No, non è cosi’: non dissento affatto sulla necessità di tener conto dei limiti ecologici allo sviluppo, dissento sull’interpretazione della crisi che:
    – è sicuramente una crisi da carenza di domanda, di stampo molto keynesiano;
    – può essere stata acuita dall’aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito, ma difficilmente causata da quelle. A me risulta che l’incremento nelle disuguaglianze sia di molto antecedente alla crisi e legato a fattori affatto diversi: se ci sono evidenze in senso contrario che mi sono perso le sarò grato di segnalarmele.
    – può e deve essere affrontata principalmente con strumenti di stampo keynesiano, che dove sono stati applicati hanno dato buoni frutti (non solo con quelli, perché l’euro complica le cose e riduce i margini di manovra, ma meglio non divagare).

    “en passant” rilevo che
    o le disuguaglianze nella distribuzione del reddito sono aumentate all’interno delle maggiori economie occidentali, ma a livello globale sono diminuite e di molto (causa sviluppo di india e cina);
    o non risultano studi convincenti che provino un impatto negativo delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito sulla crescita, semmai in passato le indicazioni andavano in senso contrario. Questo non significa affatto che non occorra perseguire una maggiore equità (anzi!) e neppure che un effetto depressivo delle disuguaglianze non ci sia (soprattutto oltre certi limiti), ma un conto sono i fatti economici ed un altro le scelte politiche;
    o non è vero che lo sviluppo della finanza sia in sé un fattore di aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito: storicamente, è vero il contrario. Lo sviluppo della finanza può certamente avere effetti discorsivi ed amplificare l’impatto delle crisi (è quello che è successo negli ultimi anni) ma gli strali a prescindere contro la finanza sono un ritornello da talk show, non un argomento per analisi economiche serie

    Aggiungo che l’assunto secondo cui il breve periodo conta meno del lungo, implicito nel suo ultimo commento, oltre ad essere incoerente con le critiche espresse all’inizio dell’articolo (nel lungo periodo gli economisti ci azzeccano quasi sempre, con buona pace della regina; è sul breve che sono dolori) denota scarsa familiarità con i problemi economici: non solo perché nel lungo periodo saremo tutti morti come diceva Keynes (e anche mio nonno buonanima) ma soprattutto perché il modo in cui si cerca di arrivare al lungo periodo è determinante per capire dove si arriva (qualunque manuale di storia del ventesimo secolo offre abbondanti esempi delle tragedie umane e politiche di lunghissimo termine che possono essere indotte da errori nelle politiche economiche di breve).

    Chiudo osservando che termini tipo “modello keynesiano-fordista” e “globalizzazione neoliberista” hanno una valenza molto modesta, salvo forse in qualche assemblea liceale; keynes con ford ha poco da spartire, la globalizzazione, oltre ad incidere in misura molto minore di quanto comunemente si creda, ha contribuito semmai a contenere le diseguaglianze distributive, il neoliberismo (e anche il liberismo senza neo) si fa fatica a capire esattamente cosa sia, specie nel contesto della crisi attuale.

    Insomma, una lettura (o rilettura) di Krugman ci vuole: io sto leggendo l’ultimo dei suoi libri (“end this depression now”) ma cercherò di farle avere “the return of depression economics”, che è di qualche anno fa ma rimane eccellente, e dimostra che gli economisti migliori anche sul breve periodo spesso vedono giusto.
    Un caro saluto

  4. Arnaldo Orlandini says:

    Enrico, rilevo che lei vuole a tutti i costi dissentire da me anche dove le dico di concordare con lei (e.g. crisi di domanda, acutezza di alcune analisi di Krugman, misure di sostegno alla domanda). Ho anche l’impressione che mi attribuisca, pregiudizialmente, tesi che non mai espresso. Il mio infatti non era un post di interpretazione della crisi (eccezion fatta, se proprio si vuole, per una brevissima premessa, dove accennavo alla natura sistemica della crisi – vedi sotto).

    Per quanto riguarda il reddito, io mi riferisco ai cambiamenti occorsi nell sua distribuzione a partire dalla seconda metà degli ’70, ossia uno spostamento di una quota considerevole di reddito dal lavoro al capitale, e a quello finanzizrio in particolare). Questo processo, pluridecennale, è a mio avviso una della ragioni fondamentali che spiegano la crisi di domanda.

    Rispetto alle mie espressioni da assemblea liceale, cerco di spiegarmi meglio. So anch’io che Keynes e Ford non si sono mai seduti al tavolo per elaborare un modello. Si tratta tuttavia di un concetto storico-economico ampiamento diffuso in letteratura (certo, non quella della scuola di Chigago e di quella mainstream più in generale), con il quale si indica il modello economico affermatosi nelle economie occidentali dal secondo dopoguerra ai primi anni ’70. Modello poi progressivamente soppiantato, per ragioni che non è qui possibile ricordare, dalla c.d. “gloablizzazione neoliberista”. Posso concordare sul fatto che il termine globalizzazione è stato così abusato da causare ormai un certo fasttidio. Tuttavia, il significato del termine neoliberismo a me è chiarissimo. Nella sua dimensione economico-ideologica (Von Hayek, Friedman, Lucas e seguaci), nella sua dimensione di politica-economica (consesus di Washington e liberalizzazioni, a partire da quella radicale dei movimenti internazionali dei capitali e del settore finanziario in generale) e in ciò che concerne il potere economico reale (quello delle grandi corporation transnazionali). Tutto ciò sta alla base, nella mia interpretazione dei fatti, della crisi “sistemica” attuale (sistemica perchè riguarda il sistema economico nel suo complesso, il modello economico attorno a cui l’economia mondiale è venuta organizzandosi nel corso degli ultimi 30 anni; senza con questo vaticinare la più o meno imminente caduta del capitalismo tout court).

    Infine, io non credo affatto che il breve periodo sia meno importante del lungo. È sono assolutamente favorevole all’applicazione, qui e adesso (breve periodo, quello in cui le sofferenze delle persone devono essere lenite), di strumenti di stampo keynesiano di sostegno alla domanda (il che non significa necessariamente grandi opere infrastrutturali di dubbia o nulla utilità). Quello a cui alludevo nel mio ultimo commento è il fatto che, senza un radicale ripensamento del modello economico imperante (che richiede certo tempi decisamente più lunghi, ma per cui è indispensabile agire fin da ora), tali poltiche avrebbero effetti positivi solo di breve durata, “forzando il ciclo” verso una nuova inevitabile crisi (in un ciclo di crisi sempre più frequenti e severe). Ed è qui che si innesta il discorso sui limiti ecologici e delle risorse naturali.

    Ma qui mi fermo perchè credo di avere già abusato oltermisura dello spazio del blog (e della pazienza dei suoi lettori). Un saluto.

  5. Defcon70 says:

    Accipicchia che novità in ASPO! Si parla addirittura di economia delle risorse. Lo capisco che si senta la necessità di reindirizzare il dibattito ora che i decrescisti stanno occupando le pagine dei quotidiani e i servizi dei tiggì e fra un po’ anche gli scranni del Parlamento.

    Questo significa anche che non sono più bannato sui vostri blog?

    • Defcon, non essere provocatorio.

    • Arnaldo Orlandini says:

      Defcon70, premetto che le opinioni espresse nel post e nei commenti successivi sono personali e non rappresentano necessariamente la posizione o l’opinione prevalente in Aspo.

      Quanto ai decrescisti (felici o meno), pur essendo assai sensibile ad alcune delle loro tematiche e riconoscendogli il merito di averle riportate all’attenzione pubblica, non sono uno di loro.

      Sul tema del “ban” no saprei che dirti. Non mi sono mai occupato di “moderazione” (nei blog Aspo o altrove), e fino a un mese fa non avevo mai nemmeno scritto un post. Ignoro le ragioni (giustificate o meno) per cui tu sei stato bannato. Personalmente, mi fa solo piacere se invii commenti a miei post su REA (passati o prossimi). Quand’anche fortemente critici, se espressi civilmente, non credo sinceramente che saranno bannati. Se così non fosse, avvisami.

      Un saluto (e almeno per oggi, mi taccio davvero).

  6. Silvio says:

    1- Le politiche dal dopoguerra agli inizi degli anni ’70 erano molto più liberiste di quelle successive, soprattutto in Italia ma un po’ in tutto l’Occidente. E’ vero che sono cadute le barriere al commercio internazionale, ma all’interno degli Stati è cresciuto enormemente il peso dello Stato nell’economia (spesa pubblica), nel risparmio (debito pubblico) e nella moneta (politiche inflazionistiche).
    2- Nell’ultimo decennio non c’è stata alcuna crisi della domanda, anzi il tasso di risparmio è costantemente in calo, soprattutto negli USA dove è stato addirittura negativo, ma anche in Europa.
    3- La crisi attuale ha molto a che fare con la limitatezza delle risorse: a partire dalla crisi di borsa delle dotcom, l’abuso di espansione monetaria e creditizia da parte della FED (espansione che vedeva favorevole Krugman), ha generato la crisi di debito privato e pubblico attuale ed è stata l’ennesima dimostrazione che stampare moneta o azzerare i tassi, non risolve nulla, perché aumenta la carta in circolazione, ma il petrolio, l’acciaio, il rame, il mais sono sempre quelli. Ne derivano aumenti di costo che distruggono i profitti attuali e quelli preventivati, causando insolvenze generalizzate e cattivi investimenti (ad es. immobiliare spagnolo)

    • Arnaldo Orlandini says:

      Silvio, naturalmente (dato quello che ho scritto in precedenza) la mia visione è molto diversa dalla tua. In alcuni casi credo che gli “eventi / fatti” che citi non corrispondono alla realtà storica, in altri dissento dall’interpretazione che ne dai (concatenazione, sequenza logica e/o cronologica).
      Tuttavia, in particolare nei punti 2 e 3, tocchi, amio avviso, aspetti di grande importanza, che hanno giocato un ruolo assai rilevante nella genesi e nell’evoluzione della crisi, Su tali elementi ho intenzione di tornare in un prossimo articolo / post, che è probabilmente il luogo più adatto per sviluppare un discorso organico su un un tema tanto complesso. Senza pretese, ovviamente, di possedere l’interpretazione “autentica”.

      Qui mi limito ad un’osservazione al punto 2, dato che si può formulare in (relativamente) poche righe.
      Dal fatto che il tasso di risparmio sia costantemente calato in Occidente (vero), non si può dedurre che non ci sia stato alcun problema di domanda effettiva. Se infatti il reddito delle famiglie in percentuale del PIL si riduce (cosa che è effettivamente successa, con evidenza cristallina, a partire dagli anni ’80, giacchè la quota di reddito del capitale è cresciuta scapito di quella del lavoro), un tasso di risparmio calante (o persino negativo, ossia un indebitamento) è perfettamente compatibile con una domanda aggregata sostanzialmente stagnante.
      Di più, l’indebitamento delle famiglie, negli ’90 e primi 2000, è stato proprio una conseguenza,del ridotto potere acquisitivo dei salari. Indebitamento incoraggiato peraltro dal credito ultrafacile (bassissimo costo del denaro, funzionale ai profitti del sistema finaziario) e che si è retro-alimentato in molti paesi (e.g. USA, UK, Irlanda, Spagna) con la bolla immobiliaria (prezzi più alti delle case, offerte come collateral, permettevano infatti ai poprietari di ottenere ulteriori prestiti). Questo meccanismo (led-debt growth) a permesso per anni di compensare la declinante domanda “da salari”. Fino a quando le bolle non hanno cominciato a scoppiare (ed è qui, ritengo, che il fattore risorse naturali sia entrato in gioco) ed è venuto giù tutto.

      Un saluto.

  7. enrico says:

    – politiche anni 70 liberiste? dove? direi che è vero esattamente il contrario
    – il calo dei risparmi privati non esclude un calo della domanda: dare un’occhiata all’andamento degli investimenti può aiutare (e magari anche a quello dei tassi di interesse). comunque mai confondere gli orizzonti temporali: il calo della domanda che ha prodotto la crisi è emerso dopo il 2005, non a partire dagli annni 80
    – mi piacerebbe avere indicazioni sulle basi fattuali dell’asserto secondo cui l’indebitamento delle famiglie deriverebbe da un ridotto potere d’acquisto dei salari. tra l’altro, anche qui, se si guarda oltre gli ultimi anni il reddito disponibile delle famiglie è cresciuto;
    – il credito “ultrafacile” non è necessariamente funzionale ai profitti del sistema finanziario, anzi;
    – cosa c’entrerebbe, di grazia, la limitatezza delle risorse naturali con la bolla immobiliare (che è l’unico elemento citato con una base fattuale chiara)?

    Mah…

  8. Silvio says:

    Arnaldo: l’impostazione è diversa, le opinioni anche, ma uscendo dalle etichette “Stato”, “Mercato” ecc… si può ragionare e trovare dei punti di contatto. Prima ho messo in rilievo su cosa la penso diversamente, ma ci sono cose che condivido.
    Condivido il fatto che la diminuzione dei salari reali sia uno dei temi centrali della crisi, soprattutto in Italia. Io credo che le cause siano molte, ma un aspetto poco considerato è che il lavoro (indipendentemente dal rapporto giuridico in cui è inquadrato, quindi sia dipendente che autonomo), aumenta la propria reddittività in rapporto al capitale impiegato, il quale è funzione del risparmio. Per questo secondo me le politiche monetarie che minano il risparmio finiscono per rallentare o impedire l’accumulazione di capitale fisico che rende più produttivo il lavoro. Naturalmente è importante anche la riallocazione del capitale, perché le preferenze dei consumatori cambiano, per cui posso arrivare a produrre 1 milione di auto con 10 operai, ma se poi non le compra nessuno, di certo il salario non aumenta.
    Condivido anche la lettura del rapporto tra indebitamento e crisi immobiliari. bisogna sottolineare che tale indebitamento è fortemente influenzato dalle politiche monetarie. Il tasso di interesse è uno dei prezzi più importanti, forse il più importante in un’economia di mercato, perché è il prezzo del credito. Questo prezzo è stato costantemente manipolato dalle banche centrali al ribasso, nell’illusione di poter evitare la recessione per sempre, ma così si reiterano solo i cattivi investimenti.

  9. Silvio says:

    Enrico: non ho scritto che le politiche degli anni ’70 erano liberiste, anch’io penso il contrario, ho scritto che prima di allora le economie erano più “libere”, perché infatti ritengo che da allora il peso dello Stato sia progressivamente aumentato e ho fatto gli esempi della spesa pubblica e del debito, peraltro nulla vieta di essere statalisti ma avversi al debito, si può desiderare un’espansione della spesa ma senza debito, personalmente ritengo che entrambi gli aspetti, soprattutto oltre una certa soglia impoveriscono il Paese.
    Chiarisco il legame tra limitatezza delle risorse e crisi immobiliare: l’aumento dei costi delle materie prime diminuisce i profitti (rispetto a quelli attesi) degli imprenditori che operano nel settore e nello stesso tempo riduce il reddito reale delle famiglie che dovrebbero comprare gli immobili, alla fine il calcolo errato emerge e la bolla scoppia, i debiti contratti non possono essere ripagati, perché non c’è stata la creazione di ricchezza attesa. La ricchezza è data dai bene e servizi prodotti disponibili, l’espansione creditizia e monetaria illude gli attori di avere più ricchezza di quella che esiste in realtà, attirando investimenti in settori “sbagliati”.

  10. enrico says:

    ma dai! i costi delle materie prime non sono affatto aumentati nel medio periodo (sono calati a lungo, poi sono aumentati sotto ala spinta della crescita cinese, poi hanno rallentato grazie agli investimenti in maggiore capacità produttiva, poi sono calati pesantemente quando l’economia cinese ha rallentato) e del resto non è affatto detto detto che il maggior costo delle materie prime vada a comprimere i profitti delle imprese (nel breve capita spesso l’opposto). anche l’idea che l’espansione creditizia sia una specie di sovrastruttura calata sull’economia reale è completamente (leggi: completamente) campata per aria, bastano poche letture di storia economica per capirlo. E ancora: perchè se mi illudo di avere più ricchezza dovrei investire in settori sbagliati? e chi dice quali sono i settori sbagliati, e su che basi?
    il ragionamento mi sembra privo di sostanza dall’inizio alla fine

  11. Silvio says:

    1 – Su che basi si decide se un investimento è sbagliato? Quello sbagliato produce perdite, quello giusto produce profitti. Questo aspetto è meno banale di quanto sembri, perché rappresenta uno dei motivi principali per cui il mercato produce ricchezza: gli errori eliminano le cose che non funzionano, quindi il fallimento è l’essenza stessa del mercato. Il mercato è fatto di esseri umani (come i Governi del resto), che quindi sbagliano, solo che gli errori dei Governi non vengono mai corretti. Qui si introduce un altro grande motivo della crisi: impedire alle banche di fallire è la premessa migliore per generare crisi.
    2 – “bastano poche letture per capirlo”: ma meglio tante letture per capire che c’è anche chi la vede diversamente. L’espansione creditizia è sicuramente una sovrastruttura calata dall’alto dalla banche centrali se queste manipolano i tassi di interesse: tasso di interesse zero, significa che si può indebitare anche chi non è solvibile. Tu presteresti i tuoi risparmi a banche sull’orlo del fallimento, magari all’1% di interesse? La BCE lo ha fatto, creando 1000 miliardi di euro (salvando peraltro in questo modo dal default Italia e Spagna, perché era implicito che le banche dovessero poi comprare Titoli di Stato…. A proposito questo classifichiamo come capitalismo o statalismo?)
    3 – Prezzi materie prime: io ho citato la reazione della FED al crollo azionario del 2000 e da allora mi sembra che le materie prime siano aumentate, in ogni caso mi auguro che tu abbia ragione e io torto e che le politiche di Greenspan e adesso Bernanke , della BCE, della BOJ siano quelle giuste per farci uscire dalla crisi. Secondo me no e il 2013 sarà peggio del 2012, però sinceramente spero di sbagliarmi, anche perché io sono uno di quelli che la crisi non la legge sul giornale ma la vive di persona.

  12. enrico says:

    Caro Silvio, i tuoi tre punti sono un minestrone di slogan e false affermazioni: è falso che gli errori dei governi non vengano mai corretti (perchè? cambiano i governi, cambiano le politiche), è falso che si sia sempre impedito alle banche di fallire (anche se in qualche caso recente le protezioni sono state eccessive), è falsa (e anche un po’ ridicola) la definizione dell’espansione creditizia come sovrastruttura, è falso che a tasso di interesse zero si possa indebitare chi non è solvibile (perchè poi? cosa c’entra il tasso di interesse con le valutazioni di solvibilità? chi non è solvibile non dovrebbe ottenere credito punto e basta, ma ovviamente non è detto che la non solvibilità sia rilevata), è falsa o almeno molto inesatta l’interpretazione delle iniziative BCE (Spagna e Italia non erano esattamente sull’orlo del default e la creazione di liquidità è uno dei compiti statutari della BCE, che nulla ha a che vedere con lo statalismo); infine, mi spiace, è falsissimo che i prezzi delle materie prime siano tendenzialmente in aumento, anche se ovviamente si può sempre trovare un (breve) periodo temporale con fluttuazioni al rialzo.
    La crisi la viviamo di persona in tanti, ma questa non è una buona ragione per confondere gli slogan con i fatti.
    auguri.

  13. Silvio says:

    Stiamo andando un po’ fuori tema e non è carino in un blog altrui. Io ho cercato di argomentare, compatibilmente con lo spazio disponibile, poi chi legge giudicherà quali affermazioni sono più aderenti ai fatti. Chiudo aggiungendo solo la spiegazione allo “slogan” che effettivamente non ho giustificato , userò un esempio, così risulterò più comprensibile: gli errori del Governo si perpetuano. Allora io e te facciamo un’impresa che ha per oggetto fare la punta alle matite. Se troviamo clienti e facciamo soldi: l’investimento era giusto, oppure non ne troviamo era sbagliato. Se il Comune, o la Regione o lo Stato assumono personale per fare la punta alle matite, come facciamo a sapere se l’investimento interessa realmente a qualcuno o no? Tu stesso in precedenza chiedevi come fosse possibile valutare la giustezza di un investimento. La spesa citata impiega una piccola quota pro capite delle tasse pagate, così piccola che anche se i contribuenti fossero tutti contrari, comunque non si mobilitano per far cessare l’investimento, mentre coloro che ci campano sono molto motivati a proseguirlo. Ecco perché le disfunzioni e le diseconomie pubbliche tendono a mantenersi nel tempo. Poi certo arriverà qualche governante che deciderà di cambiare, ma fino ad oggi. in Italia, le spese pubbliche devono essere giudicate tutte profittevoli per la comunità, visto che aumentano costantemente, anche in tempi di presunta austerity e di fantomatiche spending review.

  14. enrico says:

    Caro Silvio, chiudo anche io perchè concordo che asbusiamo dello spazio di un blog dedicato ad altri temi. Tu silvio sei partito dicendo che l’espansione creditizia produce un’allocazione distorta delle risorse per investimenti, perchè “illude gli attori di avere più soldi di quelli che hanno”. questo è semplicemente falso, anzi è vero l’opposto: storicamente uno dei principali fattori di distorsione nella allocazione delle risorse (e di persistenza nelle diseguaglianze distributive) è stat l’INSUFFICIENTE espansione creditizia e le conseguenti barriere nell’accesso ai finanziamenti. Il resto, in particolare la valutazione degli investimenti pubblici, è un discorso in gran parte diverso. In generale comunque la misura della validità di un investimento non può prescindere dall’arco temporale di riferimento e dalla sostenibilità nel tempo dei benefici generati: per esempio un impianto che fa la punta alle matite a occhio ha poche probabilità di generare vantaggi sostenibili, quindi tende a generare profitti di breve durata e giustifica investimenti ridotti. Il problema degli investimenti pubblici non è tanto la fonte dei fondi (le tasse) quanto la definizione dei benefici (che possono non essere esclusivamente monetari: es il mantenimento di una certa stabilità occupazionale ha vantaggi di lungo periodo per una comunità) e il controllo sui medesimi. In linea di principio io preferiscono stati che spendono, regolano, ma gestiscono direttamente il meno possibile, però le valutazioni vanno fatte caso per caso. Ad ogni buon conto, non è vero che le disfunzioni pubbliche tendano necessariamente a perpetuarsi e certamente il fatto che le spese pubbliche aumentino (cosa non sempre vera in termini reali) non prova nulla sul fatto che siano profittevoli per la comunità: intanto perchè spesa pubblica ed investimenti pubblici non sono la stessa cosa, poi perchè le decisioni politiche che producono aumenti di spesa non sempre seguono criteri economici: basta pensare alle guerre o all’organizzazione di manifestazioni sportive internazionali, due eventi di natura completamente diversa ma entrambi notoriamente antieconomici per chiunque vi si impegni, che tuttavia spesso, purtroppo, riescono ad aggregare un ampio consenso politico).
    se mi permetti, però, vorrei salutare con una riflessione di carattere generale: il motivo per cui mi sono inserito in questo dibattito, e visto quanto mi sono dilungato probabilmente ho fatto male, non era legato al dissenso su un asserto specifico, ma all’irritazione per il modo in cui molti scienziati (tra i quali mi permetto di includerti) affrontano i temi economici: quasi sempre sciatto, superficiale, semplicistico, saccente. Gente intelligente, preparata, che nella sua materia ragiona in modo rigoroso e che non si permetterebbe di commentare discipline scientifiche estranee alla propria senza essersi scrupolosamente informata, quando si tratta di economia non esita a sparare le sciocchezze più grossolane assemblando con sicumera i peggiori luoghi comuni della stampa quotidiana (la speculazione, la finanziarizzazione, il neoliberismo, la dittatura dei mercati, gli economisti che non sanno fare previsioni, le crisi “di sistema” e compagnia cantante). Uno spettacolo desolante di intelligenza gettata nel cassonetto. Intendiamoci, non che i singoli argomenti non meritino una riflessione (magari non tutti, via) ma perbacco, un minimo di umiltà e di rispetto dei fatti. L’economia, come tutte le scienze sociali, non si presta alla formulazione di regole troppo rigide, ma questo non comporta che qualunque scempiaggine sia ammessa: io non mi permetterei mai di andare da un geologo a chiedergli perchè non ha saputo prevedere le conseguenze di una “terremotizzazione” dell’Emilia, magari intimandogli di rivedere radicalmente le basi teoriche della sua materia perchè è evidente che questa “terremotizzazione” imprevista le smentisce. Anzi, seguo questo blog proprio perchè mi consente di informarmi in maniera (mi sembra) corretta su temi scientifici che da solo non saprei dominare. Invece se uno guarda ad esempio la letteratura decrescista (ricca di interventi di scienziati che di economia non sanno nulla, anche se hanno perfettamente ragione a preoccuparsi dei limiti fisici allo sfruttamento delle risorse enrgetiche) ci trova dentro una montagna di bestialità, dette magari in buon a fede e con ottime intenzioni, ma non per questo meno patetiche. E allora, perbacco, abbiate la compiacenza di trattare l’economia con il rispetto che merita, e pure gli economisti, anche se non faccio parte della categoria. un buon consiglio lo da’ nassim taleb (quello de “il cigno nero”): minimizzare la lettura delle pagine economiche dei quotidiani, leggere invece qualche buon magazine (l’Economist è di gran lunga il migliore) e dei buoni libri (io dico krugman e schiller, ad esempio, taleb che è più snob direbbe Keynes e Smith, ma anche la storia economica è molto importante, che so landes, benjamin friedman, kenneth rogoff, ecc.). tra l’altro molti di questi autori (non keynes e adam smith, pace all’anima loro, ma krugman, rogoff, noah smith, brad de long, ecc.) tengono ottimi blog.
    E per carità, il cielo ci scampi dalla finanziarizzazione.
    Da qui ero partito, ora taccio davvero. Scusate tutti

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