Petrolio italiano: opportunità o rischio?

Il mio articolo per iMille-magazine, scritto a quattro mani con l’energisauro

Come è noto, l’Italia sconta un deficit di competitività delle imprese nazionali sui mercati internazionali dovuto al prezzo d’acquisto dell’energia, mediamente superiore di oltre il 25% alla media europea [1].  Ciò è dovuto in primo luogo al mix energetico del nostro paese, dipendente dall’estero per più dell’80%,  e a cui corrisponde una bolletta energetica di oltre 60 miliardi di euro l’anno.

I numeri precisi si trovano ben elencati sul blog dell’energisauro: secondo la Strategia Energetica Nazionale, spendiamo 62 MILIARDI di euro l’anno per importazioni energetiche, equivalenti a circa 4 punti percentuali del nostro PIL. Non poco. Il grafico a torta delle fonti energetiche che utilizziamo annualmente si trova sul Bilancio Energetico Nazionale [2], riportato qui sotto.

Delle fonti energetiche utilizzate in Italia, il 93% del petrolio viene importato dall’estero, il 91% del gas naturale viene importato, il 95% del carbone viene importato. Ma gli altri Paesi Europei avranno una dipendenza simile alla nostra? Non proprio. Molti sfruttano ingenti produzioni Nazionali di greggio e gas (Gran Bretagna, Olanda, Norvegia), altri puntano sul carbone prodotto in loco (Germania), altri sul Nucleare (Francia, Germania, Svizzera). Tirando le somme, la media della dipendenza dall’estero dei Paesi UE 27 è del 53%. Noi siamo all’84%. Questi sono, brutalmente, i numeri della nostra dipendenza energetica dall’estero. Non è allora un caso che gli operatori del settore energia italiani siano in difficoltà economiche per la riduzione dei margini operativi, per il calo della domanda dovuto alla crisi e per la crescita dei prezzi delle materie prime, gas e petrolio in testa.

La recente Strategia Energatica Nazionale (SEN),  attualmente in consultazione, del Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) ha l’indubbio merito di affrontare, in un unico documento programmatico, i temi di un settore strategico come l’energia per lo sviluppo dell’economia, ma ha suscitato reazioni controverse. Nella classifica della polemiche, senza dubbio svetta la decisione di rilanciare la produzione di idrocarburi in suolo italiano. In altri termini: petrolio.

Dei 62 miliardi di euro spesi per importazioni energetiche dall’estero, oltre 40 vengono spesi per l’importazione di petrolio greggio. Secondo il bilancio energetico nazionale [2], il 60% del consumo di prodotti petroliferi in italia è assorbito dal settore trasporti e l’11% dalla produzione di plastiche. Purtroppo in tali settori siamo ancora lontani dall’applicazione di fonti rinnovabili: i biocarburanti di prima generazione si sono rivelati un boomerang, principalmente per l’effetto “land grabbing”, ovvero alla continua ricerca da parte dei Paesi Occidentali di terreni coltivabili in Paesi meno sviluppati, da destinare alla sola produzione di biocarburanti, che ha costretto Bruxelles a correre ai ripari, mentre la produzione di plastiche da risorse agricole è ancora in fase sperimentale. Inoltre la sostituzione del parco auto a benzina/diesel con motori a metano o auto elettriche richiederà ancora del tempo. Altrimenti detto, al netto degli incentivi per i biocarburanti di seconda generazione e la ricerca per soluzioni tecnologiche a maggiore efficienza, date le difficoltà economiche del nostro paese, la questione “petrolio” è una di quelle cose ineludibili, checchè se ne dica o scriva.

Agire dunque sul lato dell’offerta, la produzione Nazionale, che ad oggi copre soltanto il 9% del petrolio consumato è probabilmente fondamentale per il nostro paese. La SEN mira a raddoppiare la produzione nazionale di petrolio, raggiungendo così il 18% dei consumi interni, tramite maggiori investimenti nel settore oil&gas e migliorie all’iter autorizzativo generale, consentendo l’esplorazione offshore fino a 5 miglia dalla costa e rendendo il processo di estrazione più simile a quello degli altri paesi europei. Il vecchio limite di 12 miglia rimarrà comunque valido nelle aree con riconosciuti elementi di pregio naturalistico. Le aree interessate sono riportate nella cartina sotto. Di seguito proviamo poi ad analizzare opportunità e rischi di tale strategia.

Cominciamo con l’entità delle riserve. Per il petrolio, il Ministero dello Sviluppo Economico valuta le riserve in 129 milioni di tonnellate, assommano riserve provate, probabili e possibili. ASPO Internazionale, stima le riserve provate in 85 milioni di tonnellate [3]. Numeri alla mano, quest’ultimo valore corrisponde al petrolio importato e prodotto nazionalmente in un solo anno. Il raddoppio della produzione nazionale, oggi pari a circa 5 milioni di tonnellate l’anno, come pianificato dal MiSE nel Rapporto annuale 2012 della Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche, delinea infatti uno scenario in cui le risorse di petrolio nostrano basteranno per 14 anni.

Opportunità

La dipendenza dall’estero per le importazioni di energia verrebbe ridotta di circa 6 miliardi l’anno, ossia circa lo 0.3% del PIL. Per quel che riguarda le ricadute economiche dirette, bisogna notare che la catena del petrolio si divide in tre macro-aree: estrazione, raffinazione e distribuzione. Il primo anello, l’estrazione, possiede in assoluto i margini più invitanti, pur con le normali incertezze sui costi legati a fattori produttivi (petrolio onshore/offshore, profondità dei giacimenti, greggi leggeri o pesanti, bituminosi, eccetera). Va notato che in Italia si dovrebbe ricorrere a impianti (onshore e offshore) a basse profondità che, con gli attuali prezzi del greggio di 110 $/barile, risulterebbero comunque profittevoli. Nella SEN si specifica inoltre che, come in passato, nasceranno o si rafforzeranno poli logistici e industriali nelle aree interessate (vedi mappa precedente) cui vanno sommate le royalties sull’estrazione petrolifera. Nel 2011, la regione Basilicata (che produce l’80% dei greggi nazionali ) ha guadagnato tramite royalties petrolifere (le tasse sull’estrazione) un gettito pari a 100 milioni di euro.

Infine vi è la questione dei posti di lavoro che verrebbero a crearsi, sicuramente fondamentale nel periodo attuale di incertezze e crisi economica. Secondo il MiSE, sarebbero 25.000 i posti di lavoro creati dallo sfruttamento del petrolio nazionale. Tuttavia, prendendo ENI come modello di una società nel settore Oil&Gas, si osserva come ENI impiega 80.000 dipendenti in tutto per il mondo per estrarre circa 15 volte la quantità di petrolio stimata dal ministero (circa 100 mila barili al giorno), oltre ad occuparsi anche di trasporto, raffinazione e commercializzazione del combustibile. Insomma, le cifre del Ministro Passera sui posti di lavoro appaio sovrastimate di un fattore cinque, cui va cumulato il fatto che delle 41 istanze per permessi esplorativi in attesa di valutazione, solo 3 appartengono ad aziende Italiane (2 a ENI e 1 a ENEL). Insomma, Signor Ministro, siamo sicuri si creeranno posti di lavoro italiani? E quanti?

Rischi

Al netto dell’annosa questione dell’impatto visivo delle piattaforme petrolifere, i contro sono essenzialmente due. Primo, il rischio ambientale. Il disastro del Golfo del Messico del 2010 ha indubbiamente cambiato il mondo dell’estrazione petrolifera rendendo le norme di progettazione più stringenti. Va però evidenziato che la maggior parte dei disastri petroliferi è avvenuto per incidenti nel trasporto del greggio (navi) e non nell’estrazione e che il settore di estrazione italiano si è da sempre rivelato un settore di assoluta eccellenza in tali attività. Inoltre, per rimanere al Mediterraneo: davvero un disastro ambientale in Libia o in Algeria, nostri fornitori di idrocarburi, sarebbe meno peggio di un disastro ambientale in Sicilia? Secondo. Pesca e turismo.  Secondo le associazioni ambientaliste, l’impatto delle attività estrattive del greggio su queste attività sarebbe fortemente negativo.

Tirando le somme

Il dibattito sul benessere ambientale in oppisizione ai posti di lavoro è stato molto acceso nell’ultimo anno, soprattutto dopo quanto successo con ILVA. Ad oggi, l’opposizione al rilancio della produzione di petrolio italiana si oppone prevalentemente agli impianti offshore, che riguardano solo una parte del programma. Difficile, forse impensabile, accettare la costruzione di impianti di estrazione di fronte la propria spiaggia. Prima di prendere posizione, però, val la pena capire cosa c’è sui piatti della bilancia dei pro e dei contro e se esistono valide alternative. Certo non è facile, ma pensiamoci.

*****
Note a piè pagina:

[1] Strategia Energetica Nazionale, Ministero dello Sviluppo Economico (2012).
[2] Bilancio Energetico Nazionale, Ministero dello Sviluppo Economico (2010).
[3] Colin Campbell, ASPO International.

Annunci

16 Responses to Petrolio italiano: opportunità o rischio?

  1. Dario F. says:

    Agire dunque sul lato dell’offerta, la produzione Nazionale, che ad oggi copre soltanto il 9% del petrolio consumato è probabilmente fondamentale per il nostro paese. La SEN mira a raddoppiare la produzione nazionale di petrolio, raggiungendo così il 18% dei consumi interni

    Non ci vedo nessun vantaggio per il Sistema Italia. Quel petrolio estratto sarà venduto agli italiani a prezzo di mercato. Gli unici che ne beneficeranno sono solo le compagnie petrolifere magari straniere (nel caso di Tempa Rossa è la Total), quindi con ricadute tutte da vedere sul settore occupazionale e dell’indotto, e qualche amministrazione locale, ma con royalties tra le più basse al mondo: con 40MB prodotti in Italia nel 2011 (BP Statistical Review 2012) e l’80% delle royalties rappresentate dai 100 milioni di euro della Basilicata, sono stati pagati poco più di 3 euro per ogni barile di petrolio, quando il Brent è ormai stabilmente sui 100$.

    In compenso avremo esaurito in pochi anni una riserva strategica nazionale.

    Adottando lo stesso ragionamento, dovremmo utilizzare le riserve auree della Banca d’Italia per ripianere il debito e rilanciare la crescita, svendendole ad un trentesimo del loro valore e sperando che i principali compratori siano società italiane, così da far crescere un pò il nostro PIL.

    Strano che nessun ci abbia pensato.

    • a) 40 milioni di barili e’ la produzione italiana nazionale. In Basilicata se ne producono circa 27 milioni, che corrisponde a 4 euro/barile di royalties, e non 3.
      b) oltre alle royalties, le compagnie petrolifere devono pagare all’Italia anche le tasse.
      c) oltre a royalties e tasse, le compagnie petrolifere dovranno assumere persone per lavorare. Questo e’ il reale punto del contendere, come scritto nell’articolo: siamo sicuri si creeranno posti di lavoro italiani? E quanti?
      d) sul parallelo tra riserve petrolifere e riserve auree stendo un velo pietoso.

      • Dario F. says:

        Nel 2011, la regione Basilicata (che produce l’80% dei greggi nazionali ) ha guadagnato tramite royalties petrolifere (le tasse sull’estrazione) un gettito pari a 100 milioni di euro.

        a) La matematica non è un’opinione: dei 40MB di greggio prodotti in Italia nel 2011(dati BP), l’80% dell Basilicata è pari a 32MB, non a 27. Se poi i dati di questo articolo sono sbagliati, allora conviene rettificarli. Per ogni barile le royalties sono quindi state 100/32=3 euro.
        b) Se le tasse sono così significative andrebbero quantificate nell’articolo.
        c) Appunto, quanti? Non è che per caso che il MSE stima i posti di lavoro allo stesso modo con cui ha stimato un paio d’anni fà quelli che sarebbero derivati da una nuova avventura nucleare?
        d) Il velo pietoso andrebbe steso sulla politica energetica inglese degli ultimi 40 anni, che l’Italia così proditoriamente cerca di emulare con questa “Strategia Energetica”. Il Regno Unito ha promosso lo sfruttamento dei suoi giacimenti petroliferi dopo le due crisi petrolifere degli anni ’70. Peccato che in quel momento il mondo fosse ancora pieno di petrolio. Risultato: gli inglesi hanno ottenuto l’indipendenza petrolifera svendendo le loro riserve quando il prezzo del barile era più basso. Ora che ne avrebbero bisogno, hanno però i giacimenti in netto declino già dal 1999, e dal 2005 sono diventati importatori netti di petrolio (sempre dati BP). Se a questo si unisce la situazione disastrosa delle loro centrali nucleari, con molte ormai prossime alla chiusura, si capisce il grande ritorno del carbone in inghilterra: semplicemente non hanno più alternative.
        “Strategia” non è forse pensare a lungo termine, cioé 30-40-50 anni? Che strategia è accellerare un processo di esaurimento di una risorsa non rinnovabile fondamentale per il funzionamento di una società, riducendola a quantitativi marginali in poco più di dieci anni?
        Dov’è allora “il velo pietoso” con il paragone delle riserve auree? Se si fosse ragionato con lo stesso orizzonte temporale nell’accumulare riserve auree, semplicemente la Banca d’Italia non lo avrebbe mai fatto. Che senso avrebbe avuto spendere soldi per comprare oro da rivendere dopo 10 anni?

      • a) l’80% e’ un dato arrotondato. Aggiungero’ “circa” al testo, onde evitare equivoci. Stiamo cmq parlando di differenze minime.
        b) ci sono le tasse sui guadagni dell’impresa (IRES, IRAP, ecc.) e sul lavoro (IRPEF, ecc.) e i contributi (INPS, INAIL, ecc.). Questi sono numeri che puo’ stimare solo il MiSE. Ma ha ragione a ricordarlo.
        c) Quanti posti di lavoro lo abbiamo chiesto nell’articolo anche noi al MiSE. E’ il MiSE che deve rispondere.
        d) cioe’ la sua teoria sarebbe di tenerci il petrolio e rivenderlo in futuro, quando sara’ piu’ scarso e costoso. Ora, a parte che i conti di oggi (e l’Italia ne ha di salati) vanno saldati oggi, e non tra 30-40-50 anni, il prezzo del petrolio deriva sostanzialmente dal suo valore d’uso. In altri termini, se domani la mobilita’ elettrica o a gas diventa dominante per leggi stringenti sulle emissioni, quanto vale il barile di petrolio sul mercato?
        d-plus) sull’ammontare delle riserve, va notato che, come scritto nella SEN, il burosauro italiano ha praticamente bloccato le esplorazioni sul territorio Nazionale, da quasi 15 anni. Insomma, non e’ escluso che le riserve potrebbero aumentare.

      • Dario F. says:

        d) In altri termini, se domani la mobilita’ elettrica o a gas diventa dominante per leggi stringenti sulle emissioni, quanto vale il barile di petrolio sul mercato?

        Non accadrà abbastanza presto e non accadrà mai in misura tale da far calare il consumo sotto la quota di produzione nazionale. Il petrolio non serve solo nei trasporti, anche nel suo articolo lo si ricorda, essendo materia prima per l’industria petrolchimica. Quindi sarà sempre materia prima strategica e accellerare lo sfruttamento delle riserve nazionali sarà sempre una pessima idea, a meno di trovarsi in una severa crisi petrolifera, momento in cui forse i nostri figli potrebbero ringraziarci per avergli lasciato qualcosa.
        No la mia teoria non è rivenderlo quando costerà di più. La mia teoria è usare PRIMA il petrolio degli altri e POI il nostro, che comunque è talmente poco che è risibile. E’ così che dovrebbe ragionare un Governo che pianifica sul lungo termine.

        Ora, a parte che i conti di oggi (e l’Italia ne ha di salati) vanno saldati oggi,
        Appunto, allora perhé non vendiamo l’oro della Banca d’Italia? Forse perché è meglio tenere qualcosa per i momenti più difficili?

      • La mia teoria è usare PRIMA il petrolio degli altri e POI il nostro
        In altri termini, la sua teoria e’ continuare a dipendere dall’estero per le forniture energetiche, esattamente come ora. Insomma, va bene cosi’.

      • Dario F. says:

        c) Insomma, le cifre del Ministro Passera sui posti di lavoro appaio sovrastimate di un fattore cinque, cui va cumulato il fatto che delle 41 istanze per permessi esplorativi in attesa di valutazione, solo 3 appartengono ad aziende Italiane (2 a ENI e 1 a ENEL). Insomma, Signor Ministro, siamo sicuri si creeranno posti di lavoro italiani? E quanti?

        Ha ragione, nella fretta non avevo letto bene. Mi cospargo il capo di cenere.

      • Dario F. says:

        In altri termini, la sua teoria e’ continuare a dipendere dall’estero per le forniture energetiche, esattamente come ora. Insomma, va bene cosi’.

        No, non va bene così.
        Passare dal 7 al 14% del fabbisogno energetico nazionale, solo per 10 anni, Lei lo chiama indipendenza dall’estero? Che differenza fa a livello di sicurezza degli approvvigionamenti, visto che sarà il massimo cui potremo mai aspirare? Il declino del Cantarell, del Brent non ci insegna proprio nulla?
        Il calo della dipendenza dall’estero potrebbe essere molto più proficuamente raggiunto con politiche più coraggiose sul consumo energetico nell’edilizia o sul rilancio del trasporto pubblico. Sono entrambi settori con ampi margini di miglioramento e in cui le barriere non sono tecnologiche, bensì sociali ed organizzative. Inoltre questo avrebbe una ricaduta che la SEN neanche si prende la briga di citare: una riduzione dell’inquinamento soprattutto in pianura padana, dove la meteorologia e l’adeguamento alle norme UE sta creando seri problemi alle amministrazioni locali.

        Un strategia energetica che si dimentica persino dell’esistenza dell’inquinamento dell’aria pur di mantenere il più possibile l’attuale assetto energetico nazionale, spacciando l’accelerazione dell’esaurimento delle riserve petrolifere nazionali per maggiore “sicurezza energetica”, beh, per citare un frase fatta molto di moda adesso: “se ce piace così…”. Vedo che in effetti piace.

      • Il calo della dipendenza dall’estero potrebbe essere molto più proficuamente raggiunto con politiche più coraggiose sul consumo energetico nell’edilizia o sul rilancio del trasporto pubblico.
        Efficienza energetica (che per altro ha a che fare col gas e non col petrolio) e trasporto pubblico sono settori capital intensive. Secondo lei, dove li prendiamo i soldi?

      • Dario F. says:

        Efficienza energetica (che per altro ha a che fare col gas e non col petrolio) e trasporto pubblico sono settori capital intensive. Secondo lei, dove li prendiamo i soldi?

        Ho citato le cifre complessive fornite nel SEN sulla presunta “indipendenza energetica” raggiungibile sia con il gas sia con il petrolio italiano.
        Per la questione edilizia il costo è pari a zero per lo Stato. Io stesso vivo in una casa A+ appena costruita, dove gli extra costi per isolamento ed utilizzo di tecnologie efficienti sono ripagati ampiamente dai minori consumi energetici. L’edilizia consuma un terzo dell’energia primaria in Italia. Se lo Stato promuovesse nuovi standard energetici (almeno A) per il nuovo costruito e per le ristrutturazioni che vogliono beneficiare delle detrazioni fiscali, entro il 2020 la parte di quel 7% addizionale dovuta al gas in più che si vuole estrarre, sarebbe sorpassata dal consumo evitato.
        Sul settore dei trasporti l’approccio è più difficile, ma si deve prendere atto che il settore auto è già in crisi per dinamiche proprie, aggravate dalla crisi e dal costo dei carburanti. e quindi programmare una strategia nazionale dei trasporti pubblici è doveroso. Innanzitutto dovrebbero essere liberalizzati più velocemente i trasporti pubblici su ferro, con il pubblico che deve entrare in concorrenza con il privato. Lo stesso dovrebbe capitare con le aziende dei trasporti municipali, spesso vecchi carrozzoni inefficienti. Emblematico è l’impossibilità a liberalizzare il settore taxi, la cui scarsità di licenze e gli alti prezzi spesso obbligano alla proprietà dell’auto in città, quando in altri paesi europei ciò non capita affatto.
        Sul lato privato si dovrebbero fornire agevolazioni ad iniziative di car-saharing e car-pooling, come ad esempio l’esenzione dai blocchi del traffico, una fiscalità ridotta nei primi anni di avvio, la possibilità di gratuità nell’utilizzo autostradale (per questo si dovrebbe aspettare le nuove concessioni, ma lo stato potrebbe effettuare le dovute “pressioni” sui concessionari già prima).
        Da qui al 2020, iniziative a basso costo, ben progettate e condotte, possono fare la stessa differenza di tante “teste d’asino” che girano in Basilicata.

      • Per la questione edilizia il costo è pari a zero per lo Stato.
        Nel suo lungo commento mi sono fermato qui, perche’ una cosa e’ certa: lei non sa quello che scrive.

      • Dario F. says:

        Quanto è costata allo Stato Italiano l’emanazione del decreto legislativo 192/05 che ha obbligato alla certificazione energetica?
        Quanto costa ad una PA un intervento in FTT tramite ESCO o capitolato in “global service” da essa stessa definito?
        Quanto costa ad condominio l’accesso ai servizi di una ESCO?
        Zero.
        Mi può parlare di difficoltà di accesso al finanziamento, nello stato attuale dell’economia, ma non certo di costi, essendo gli interventi per loro stessa natura ripagati dai risparmi di energia che ne conseguono.
        Se tiene un Blog che parla di Energia dovrebbe essere informato anche sugli aspetti dell’energia nel residenziale, se non lo è, le assicuro che non ci fà una bella figura ad improvvisarsi tuttologo.

  2. energisauro says:

    Ciao Dario… devo dire che il tuo commento è giustissimo ma merita delle ulteriori riflessioni:

    1- l’argomento posti di lavoro non è da sottovalutare al giorno d’oggi (vedi ILVA) anche se, come già detto, il confronto posti italiani vs non va meglio specificato dal ministero
    2- royalties molto basse, è vero, ma ci sono delle proposte per l’aumento delle royalties da 4 a 7 $ a bbl , comunque ancora basse rispetto alla media Europea
    3- altre tasse: non abbiamo specificato meglio in quanto pagate da qualsiasi azienda in Italia ma le altre tasse sarebbero pagate dalle consociate Italiane delle compagnie (ad esempio Total Italia spa) pari al 27,5% del reddito (IRES), 10,5% robin tax, 4 o 5% IRAP. Non pochi quindi.
    3-Le riserve si esauriranno in 10 anni?
    Non è detto.
    Come scritto nella SEN le difficoltà burocratiche che caratterizzano l’Italia hanno praticamente bloccato le esplorazioni nel territorio Nazionale.
    Le riserve potrebbero di gran lunga aumentare (vedi pag.100 della SEN, non riesco qui ad incollare l’immagine)
    4- L’estrazione nei prossimi anni potrebbe portare ad un guadagno economico ed occupazionale nel breve periodo, utilissimo in un momento delicato come questo e soprattutto transitarci nel medio periodo (2030) verso una nuova fase di progetti sostenibili di cui l’Italia ha assolutamente bisogno (in 20 anni l’Italia DEVE e ci auguriamo che lo avrà fatto ridurre i propri consumi petroliferi tramite biofuel di 2^ e 3^gen, auto metano, auto elettriche, produzione plastiche da risorse agricole)

    a presto

  3. Dario F. says:

    3)Le riserve si esauriranno in 10 anni?
    Non è detto.
    Come scritto nella SEN le difficoltà burocratiche che caratterizzano l’Italia hanno praticamente bloccato le esplorazioni nel territorio Nazionale. Le riserve potrebbero di gran lunga aumentare (vedi pag.100 della SEN, non riesco qui ad incollare l’immagine)

    Non stiamo parlando dell’Artico che è una zona inesplorata. Stiamo parlando di un piccolo paese che ha una cartografia geologica di base dall’inizio del ‘900. I giacimenti si possono trovare solo in zone che presentano 5 condizioni ben descritte da Jeremy Leggett in “fine corsa” (roccia madre sotto, strato permabile in mezzo, strato impermeabile sopra, forma di questi in modo che sia presente una trappola, assenza di fratturazioni della trappola). Quindi non è lecito attendersi grandi scoperte on-shore, e probabilmente neanche off-shore a guardare la cartografia riportata in questo articolo. Insomma in Italia si lavorerà nella coda dei ritorni decerescenti dell’industria dell’esplorazione.
    Il grafico a pag 100 del SEN riporta, nella colonna di destra a tutt’altezza le riserve 3P (proven+probable+possible). NON va inteso come i nuovi giacimenti da scoprire, ma come il petrolio che, con una probabilità del 10%, potrebbe essere estratto, anche dai giacimenti già in produzione o noti alle condizioni tecniche ed economiche attuali.
    L’uso delle 3P nel SEN è fuorviante: la SEC vieta ad esempio di fare menzione sia delle 2P che delle 3P, solo le riserve certe possono essere pubblicate dalle compagnie petrolifere quotate nelle borse americane.

    • energisauro says:

      Ciao Dario, scusami ma non mi riferivo alle risorse probable e possible. Io mi riferivo al grafico di pagina 100 della SEN (cioè 102 del pdf)

      • Dario F. says:

        Quel grafico rappresenta un’evoluzione abbastanza scontata. C’è stato un picco esplorativo a metà degli anni 80 con un picco di sviluppo attorno al 1990. Poi un calo molto deciso, probabilmente dovuto ad un mix di prezzo troppo basso del petrolio (nel 1999 ha sfiorato i 10$) e del progressivo esaurimento dei bacini interessanti per l’esplorazione. Come accennavo, l’esplorazione è un settore che soffre pesantemente della legge dei ritorni decrescenti.
        Nel documento si lamenta poi che il calo dell’attività esplorativa sia avvenuto dopo il 1999, con la modifica del titolo V e il passaggio della competenza del settore energia alle regioni. Questa osservazione sinceramente non sta in piedi: innanzitutto la riforma del titolo V della costituzione a me risulta essere dell’ottobre 2001, ben due anni dopo, e secondariamente mi riesce difficile credere che i processi esplorativi e di sviluppo degli anni successivi non fossero stati già autorizzati con la vecchia impostazione amministrativa. Quindi, direi che almeno sino al 2003-2004 la riforma del titolo V non possa essere addotta per il crollo delle perforazioni.
        Tutto questo per dire che non posso negare la possibilità che ci possano essere ancora scoperte da effettuare, ma tutto lascia supporre che siano poco probabili ed eventualmente di modestà entità. Le incertezze sulle URR (Ultimate Recoverable Resources) si giocano principalmente sul prezzo del barile, sulle tecnologie disponibili e sulla reale situazione geologica delle trappole petrolifere già individuate.
        E accellerare i processi esplorativi e di sviluppo non cambia di una virgola l’URR.
        Mi spiace, ma rimango della mia idea, che mi sembra più “strategica” dell’approccio con cui è stato scritto il SEN.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...