Sussidi alle fonti fossili

Questo blog è rimasto virtualmente fermo per qualche giorno. Un po’ per carico lavorativo a ridosso della stratosfera, un po’ per decisione propria. Il fatto è che, lo sapete tutti, sono in corso le primarie del centro-sinistra e dire qualcosa adesso senza passare per schierato o fazioso non è certamente facile.

Come ben scritto da Amedeo Balbi su Il Post, un gruppo di persone interessate alla scienza, supportate da Le Scienze, ha spinto i candidati alle primarie a confrontarsi su una serie di questioni scientifiche particolarmente rilevanti. Tra queste l’energia. Ora, il livello medio delle risposte si è rivelato buono. Tra queste, ahimè, mi ha negativamente colpito la risposta di Laura Puppato che, per quel che concerne l’energia, ha improntato la sua campagna elettorale su complottismi e denigrazione delle fonti fossili. Un esempio si trova su Il Fatto Quotidiano:

Ma il mondo cambierebbe senza questi contributi [alle fonti fossili, ndEE]? Ebbene, secondo l’International Energy Agency (IEA) se questi contributi fossero eliminati entro i prossimi 8 anni, il consumo globale di energia si ridurrebbe del 3,9% l’anno e la domanda di petrolio si ridurrebbe di 3,7 milioni di barili al giorno, la domanda di gas naturale potrebbe essere tagliata di 330 miliardi di metri cubi e la domanda di carbone scenderebbe di 230 milioni di tonnellate. Questi studi, io credo, inquadrano bene il problema: a chi giovano i contributi e cosa mantengono in vita?

Ora, il complottismo dietro la domanda finale è evidente, e delude assai che venga da una persona competente e preparata come Laura. La questione dei sussidi alle fonti fossili, altresì generalmente indicata come “favori ai petrolieri”, è una di quelle cose di cui si scrive molto sulla rete, spesso a sproposito. Tutti dicono che i sussidi ci sono ma nessuno li definisce mai. Considerato che in benzina si paga più in accise che in petrolio e raffinazione, la leggenda dei sussidi alle fonti fossili come favori ai petrolieri non può non lasciare perplessi.

Come si calcolano questi sussidi? Il metodo è definito dalla IEA, cui fa riferimento Laura Puppato. Senza perderci nei dettagli e con l’esempio della benzina, viene definito un costo medio della stessa e indi viene considerato sussidio tutto quello che ne sta al di sotto. Ad esempio, se il costo medio mondiale della benzina fosse di 1.8 euro al litro e in Austria costasse 1.6 euro al litro, allora escono 0.2 euro al litro di sussidi. Basta moltiplicare per il numero di litri di benzina venduti in Austria e oplà, ecco determinati i sussidi austriaci alla benzina e dunque ai petrolieri. Lo stesso si può fare con il resto delle commodity energetiche (carbone, gas, kWh elettrico, etc). Ovviamente il modello è raffinabile definendo medie diverse per blocchi macro-politici diversi, quali OPEC/non OPEC oppure a livello di singoli paesi, ma le cose non cambiano.

Ora, a parere di chi scrive questo metodo è alquanto bislacco, perchè bastano basi economiche fondamentali per notare che il costo dell’energia dipende da tante cose (lavoro, tipologia di contratti, bilancia commerciale, valore della moneta) che certamente non sono tutti sussidi, anzi. Oltretutto i sussidi andrebbero comparati al tep (o
kWh) e non sommati e basta, altrimenti è ovvio che un business gigantesco come quello del petrolio avrà sempre più sussidi *totali* di tutti gli altri. A monte, il metodo della IEA enfatizza il ruolo di chi paga meno – sussidi agli inquinatori! – scordandosi che c’è anche chi paga di più come l’Italia, per ragioni economiche identiche ma diametralmente opposte.

In campo energetico, i sussidi generalmente vengono concessi dai governi dei paesi produttori di carbone soprattutto ma anche greggio e gas naturale, per permettere alle loro aziende di recuperare competitività sui mercati se e quando serve. In Italia, data la cronica dipendenza energetica dall’estero, al più si fanno sconti sulle accise ad alcune categorie (trasporti, agricoltura, pesca). A giudicare poi da chi sono i fondi sovrani che stanno più accumulando capitali, dubito fortemente che per quei governi il gioco finanziario sia a somma zero o negativa, checchè se ne dica o scriva. I sussidi alle fossili sono infatti largamente concessi dalle economie emergenti, la solita Cina in testa, che non sottoscrivono gli accordi di riduzione delle emissioni facendo leva sulla responsabilità storica delle economie avanzate – ma è storia vecchia – per far crescere l’economia più velocemente. Non è un caso infatti che l’analisi della IEA sia basata sulla generalizzazione dei dati di sussidio raccolti ove disponibili, ossia solo su questi paesi: Angola, Bangladesh, China, India, Indonesia, Pakistan, Philippines, South Africa, Sri Lanka, Thailand and Vietnam.

E’ dunque evidente l’intento della IEA in tutta questa manovra: scoraggiare l’incremento irrazionale dei consumi di fossili nei paesi emergenti, che effettivamente è il problema energetico di questi tempi. Più ci si pensa e più è evidente che tutta questa manfrina dei sussidi alle fossili è stata probabilmente messa in piedi dalla IEA come monito a Cina e India.

Per quel che concerne i paesi OCSE, gli esportatori netti (es. Norvegia per il petrolio) hanno risposto come era lecito attendersi:

Some authorities regard the above method of determining reference prices as inappropriate. In particular, a number of energy resource-rich economies are of the opinion that the reference price in their markets should be based on their cost of production, rather than prices on international markets as applied within this analysis. The basis for their view typically is that natural resources are being used to promote their general economic development, and that this approach more than offsets the notional loss of value by selling the resource domestically at a price below the international price.

Per i paesi OCSE importatori netti come l’Italia il problema dei sussidi alle fossili non esiste proprio, con buona pace di Laura Puppato, che quando parla di sussidi alle fonti fossili si riferisce dunque ai soldi di altri.

Il più grande sussidio che i governi italiani hanno dato alle aziende energetiche (di stato) è di tipo indiretto, ossia le mancate liberalizzazioni che hanno permesso a ENI (ed Enel a suo tempo) di fare i prezzi che voleva nel mercato interno e una politica estera accomodante per farla espandere sull’upstream a giro per il mondo. Sono misure altrettanto efficaci dei sussidi diretti, come si vede dai risultati, per quello l’UE spinge tanto sulla liberalizzazione dei mercati energetici. Finché le bilance commerciali e i piani energetici saranno nazionali, nessuna SEN italiana o di altro paese in analoga situazione di dipendenza energetica potrà mai appellarsi ai sussidi come fondi di cui servirsi per spostare equilibri.

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3 Responses to Sussidi alle fonti fossili

  1. Defcon70 says:

    E dire che la Puppato ha puntato molto sulle potenzialità della green economy nella sua mini campagna per le primarie. D’altra parte, dovendosi inventare dal nulla in poche settimane, ha pescato su temi di sicura presa.

  2. ziomaul says:

    I sussidi alle fonti fossili sono una cosa.Le tasse sulla benzina sono un’altra cosa.
    Anzi con le tasse che prende sulla benzina che lo Stato finanziano le fonti fossili (la maggioranza vanno all’estero) e questo permette che ci perda lo Stato e i consumatori mentre ci guadagnano i produttori/trasformatori/distributori dei derivati (non esiste solo la benzina e diesel dal Petrolio ma milioni di derivati) del Petrolio.

    Se vuoi avere ragione te: Devi mettere il petrolio e non la benzina nel tuo serbatorio dell’auto!

    Nota: Il Carbone è una fonte fossile.

    Ciao

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