Il fallimento delle conferenze sul clima

il mio articolo per iMille-magazine, scritto a quattro mani con l’energisauro

doha-climate-conve_2422375bQualche settimana fa, si è conclusa la conferenza di Doha sul riscaldamento globale. “Il risultato è deludente: niente smuove le coscienze per il cambiamento climatico, nemmeno i recenti avvenimenti dell’uragano Sandy e del tifone Bhopa. E’ come essere ad Auschwitz nel 1945 e dire: agiremo il prossimo anno, non è così drammatico”. Queste le parole di Federico Antognazza dell’Italian Climate Network, non certo prive di mordente.

Dopo la deludente conferenza di Durban del 2011 e quella super-pubblicizzata di Copenhagen nel 2009 – che su iMille seguimmo passo passo mentre la montagna partoriva il topolino – quest’anno è stata la volta della conferenza delle Nazioni Unite sul Climate Change a Doha in Quatar, tenutasi tra il 27 Novembre e il 7 Dicembre, con il risultato commentato sopra.

E dire che prima della conferenza di respirava anche un cauto ottimismo. Ben 193 Nazioni riunite per prendere una decisione: il protocollo di Kyoto, che limitava le emissioni di gas serra nel periodo 2008-2012, doveva essere rinnovato ed allargato ai Paesi in via di sviluppo non coinvolti nella prima fase (Cina, India e Brasile su tutti). Dopo la prima settimana, tuttavia, i negoziati hanno cominciato a procedere sempre più a rilento, fino a concludersi nel vuoto più spinto.

Scenari da riscaldamento globale

Sgombriamo subito il campo da possibili fraintendimenti: il riscaldamento globale c’è, e si vede. Quanto al fatto che sia imputabile a una naturale evoluzione del pianeta o all’influenza dell’uomo, gran parte della comunità scientifica sembra imputare ai gas serra le principali responsabilità. Non tutti i gas serra riguardano la CO2. Parte di tali emissioni consiste infatti in metano, ossido nitroso o altri fattori quali deforestazioni e cambiamenti dell’utilizzo del suolo. Tuttavia, il 61% dei gas serra al mondo emessi dall’uomo è dovuto ad emissioni di CO2 derivanti dalla combustione di fonti energetiche fossili. In particolare tale quantità è distribuita tra 43% carbone, 36% petrolio e 20% gas naturale [1]. Le stime quantitative dell’aumento della temperatura media del pianeta previsto da qui a fine secolo dipendono dai diversi modelli matematici utilizzati dagli istituti di ricerca. Di seguito si trova un grafico sul legame tra gas serra di origine umana e l’aumento della temperatura secondo i modelli più recenti:
andamento-temperature-emissioni1

Dal grafico si osserva come il futuro porti in ogni caso ad un aumento della temperatura planetaria. Anche se le emissioni di gas serra fossero nulle o molto basse – scenari verde e giallo – si avrebbe comunque un aumento della temperatura fino a 2,5°C da qui a fine secolo, a causa della quantità di gas serra accumulati nell’atmosfera in passato. Gli scenari rossi indicano invece aumenti di temperatura più rilevanti, tra 3 e 5°C. La linea verde è un riferimento importante, perché è quella che porterebbe ad un aumento di temperatura di soli 2°C, ritenuto dagli esperti il limite per non incorrere in conseguenze ambientali troppo catastrofiche, quali siccità in aree coltivate, innalzamento del livello del mare, aumento di fenomeni atmosferici estremi e via discorrendo. Secondo i rapporti ambientali più recenti, purtroppo, il mondo si sta allontanando sempre più dalla “zona verde”. Continuando come oggi, col business-as-usual, ci ritroveremmo al 2020 con 14 Gton di CO2 in eccesso, ovvero il 32% di emissioni in più, che non è poco.

Il report più recente, quello della World Bank (sviluppato dal Potsdam Institute for Climate Impact Research) del 2012, suggerisce in modo chiaro quanto sia assolutamente da evitare uno scenario con un aumento 4°C, in quanto comporterebbe:

  • Innalzamento del livello del mare compreso tra 0,5 e 1 m.
  • Acidificazione degli oceani dovuta all’alta percentuale di CO2 in atmosfera, con rischi per l’intero ecosistema marino e, in specifico, estinzione delle barriere coralline, fondamentali per protezione delle coste da inondazioni oltre che per il turismo.
  • Fenomeni metereologici estremi. Alcuni studi attribuiscono una probabilità media o alta che alcuni tra i maggiori fenomeni estremi accaduti nell’ultimo decennio siano legati al global warming. Uno scenario a +4° raddoppierebbe i danni causati da tali eventi straordinari, soprattutto nelle aree del Nord America, East Asia, Caraibi e la regione dell’America Centrale.
  • Esondazioni di fiumi. Previste in particolare nel continente Europeo.
  • Impatti sull’agricoltura. Alto rischio, causa innalzamento acque, nelle zone dei delta di fiumi importanti per le popolazioni locali: Bangladesh, Egitto, Vietnam, e parti delle coste Africane. Minori rese si sono già infatti verificate in India, Africa, USA e Australia. Nella tabella sotto si nota come tra lo scenario +2° e quello +3°C le rese della coltivazione del mais in Cina diminuiscano notevolmente.maize-yields-change
  • Disponibilità acque fluviali. Nello scenario +4°C vi è una diminuzione del flusso medio annuale del Danubio, Mississipi, Rio delle Amazzoni, Murray (Australia) del 20-40%.
  • Diffusione di malattie. Cambiamenti di temperatura, precipitazioni e umidità potrebbero portare, secondo alcuni studiosi ad aumenti di malattie da virus come malaria o febbre dengue, e di malattia di Lyme, Leishmaniosi, schistosomiasi etc.
  • Aggravanti degli scenari. Gli effetti sopraelencati non saranno uniformi pee tutte le regioni terrestri. I Paesi maggiormente colpiti saranno quelli in via di sviluppo soprattutto nelle latitudini dei tropici. Un aumento della temperatura media globale di 4°C equivale ad un picco di 10°C in alcune regioni ed un aumento del livello del mare nelle zone equatoriali anche del 20% rispetto alla media.

Riduzione dei gas serra

USA, Cina, India vengono spesso additati come i più grandi responsabili di emissioni di gas serra.  La Cina è il primo Paese per totale emissioni annuali ed è considerato non a torto il Paese chiave nelle politica ambientale internazionale del futuro. Tuttavia, corretto valutare anche il valore delle emissioni pro capite.  Guardando alle emissioni pro-capite, infatti, si nota come un cittadino Americano emette oggi mediamente più di 3 volte la quantità di CO2 emessa da uno Cinese. Inoltre la Cina ha sostanzialmente migliorato le proprie emissioni per unità di PIL prodotto dal 1990 al 2010.
emissioni-co2-co2-pro-capite-co2-per-pil-di-diversi-paesi
Ora, come scritto sopra, la conferenza di Doha sul riscaldamento globale è stata di fatto un buco nell’acqua, l’ennesimo. In breve, a Doha:

  • È stato trovato un modo per dare continuità al Protocollo di Kyoto per una riduzione delle emissioni nel periodo dal 1° Gennaio 2013 al 2020. Peccato che i Paesi aderenti siano solamente UE, Norvegia e Australia, responsabili per  meno del 20% delle emissioni globali.
  • Russia, Canada, Giappone e Nuova Zelanda si sono tirate fuori.
  • Cina, India e altri Paesi emergenti hanno dichiarato di essere interessate e partecipare solo dalla seconda fase del protocollo, ma comunque senza obblighi. In pratica, si riservano di ignorare l’accordo all’occorrenza.
  • Gli Stati Uniti confermano la non partecipazione al protocollo e mantengono inalterati gli obiettivi da loro stessi prefissati (-17% delle emissioni rispetto al 2005).
  • Dei 60 miliardi richiesti per investimenti verdi nei Paesi in via di sviluppo, soltanto 8 sono stati messi a disposizione da Francia, UK, Germania, Norvegia. Vedremo quanti ne arriveranno sul serio, poi.
  • Nel 2015 ci si aspetta un nuovo verticile, l’ennesimo, per negoziare l’accordo per dopo il 2020.

Certo la crisi economica in corso che sta dando priorità a tematiche socio/economiche a scapito di ambientali e un po’ tutto il resto non ha aiutato. Ma è innegabile che il format delle conferenze superaffollate abbia prodotto scarsissimo risultati fin qui. Le difficoltà dei negoziati internazionali sono infatti dovute a motivi più strutturali, quali:

  • mancanza di una tecnologia realmente verde, economica e vincente rispetto ai combustibili fossili.
  • fattori legati alla diversa fase di sviluppo che stanno attraversando i Paesi: come pensare di chiedere sacrifici a Cina, Russia e India, che complessivamente ricoprono il 35% delle emissioni di CO2 (energy related), quando il PIL pro capite di quegli stessi Paesi è 4, 2 o 8 volte più basso rispetto all’Italia [2].
  • paura di perdita di competitività internazionale per una maggiore tassazione (sulla CO2) presente potenzialmente sono in alcuni Paesi.
  • relativa incertezza sulle reali cause del riscaldamento globale e su fattori legati alle conseguenze: davvero fenomeni quali l’uragano Sandy e il tifone Bhopa sono da attribuire al riscaldamento globale?

Tirando le somme

Seppure il report della world bank non quantifica i potenziali danni e gli effetti del riscaldamento globale, ma ne individua solamente i principali rischi, gli scenari delineati per il futuro non sono affatto ottimistici.

Le conseguenze più drammatiche inoltre si verificheranno nei Paesi in via di sviluppo delle aree tropicali, zone a basse emissioni sicuramente con minor voce in capitolo nelle negoziazioni Internazionali. Questo pone certamente un altro grande ostacolo al raggiungimento di un accordo globale. Nel 2015 i Paesi presenti all’ennesimo summit saranno nuovamente al bivio, lo stesso degli ultimi 10 anni, e si troveranno a dover definire le modalità della politica ambientale per il post 2020. In breve: attendere ancora o agire?

Insomma, il nodo da sciogliere di queste conferenze è lo stesso da oramai un decennio: è necessario un processo di riduzione delle emissioni di CO2 accettato e condiviso a livello mondiale. Processo che oggi non esiste, perché i paesi in via di sviluppo a perdere un vantaggio competitivo come la possibilità di inquinare a piacimento manco di pensano e gli USA mal sopportano accordi ratificati da altri. Il motivo di fonto è sempre lo stesso: si teme la perdita di competitività sul mercato globale. E i summit degli ultimi 10 anni non sono stati capaci di agire efficacemente sul problema.

È triste dirlo, ma forse abbiamo davvero bisogno di una catastrofe per svegliarci.

****

Note a piè pagina.

[1] Dati 2010, da http://www.iea.org/publications/freepublications/publication/CO2emissionfrom

[2] fonte: indexmundi 2012.

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