Sostenibilità e politica

Questo blog riemerge dopo un periodo di post sporadici causa impegni di (super)lavoro e casini assortiti. I lettori mi scuseranno l’assenza.

Siamo sotto elezioni e l’energia è praticamente scomparsa dall’agenda politica e dai quotidiani italiani. Assieme alle elezioni, arriva il più classico dei tormentoni ambientalisti: le immancabili lamentele per cui nessuno dei partiti tiene in opportuna considerazione l’ambiente. Similarmente, per darsi una patita ambientalista, la parola magica dei programmi elettorali un po’ di tutti i partiti è sostenibilità (smart è oramai demodè). Produzione industriale sostenibile, energia sostenibile, lavori sostenibili, una sostenibilità che non si capisce bene a cosa si riferisca o come si coniughi effettivamente nella pratica. Parlare di sostenibilità nel consumo di risorse minerali, ad esempio, finibili e non rinnovabili per definizione, è infatti niente più che un ossimoro. Non è dunque un caso se chi si interessa di esaurimento delle risorse naturali spesso rifugga i partiti convenzionali, preferendo lidi alternativi quali i decrescisti, dalle ricette però assai più vaporose.

Ora, una domanda sorge spontanea: quali dovrebbero essere le ricette concrete per la sostenibilità, quella vera? Sono realmente adottate da qualcuno? La domanda non è provocatoria e la risposta non è banale.

Capitolo primo: punti-leva di un sistema. Pochi giorni fa, sul blog di ASPO è stata pubblicato un articolo di Donella Meadows sulla dinamica dei sistemi alla base del famoso I limiti della crescita. Nel lungo articolo si trova una introduzione generalista ma efficace del concetto di punti-leva, ossia di quegli specifici punti del sistema su cui minime sollecitazioni generano cambiamenti enormi. Altrimenti detto, nella definizione data da Donella, i punti-leva di un sistema sono le sue pietre angolari, i concetti base che lo definiscono e da cui tutto discende. Ogni sistema li possiede e di quel sistema essi definiscono il paradigma, quello economico in primis. Se oggi l’espressione cambio di paradigma fa venire l’itterizia al solo sentirla nominare, bisogna ringraziare il certosino lavoro di moltissimi esperti del nulla.

Orbene, l’articolo conclude con una osservazione puntuale:

L’idea condivisa nelle menti della società, la grande ipotesi taciuta – taciuta perché non è necessario dichiararla; tutti già lo sanno – costituisce lo schema della società, o più profondamente il sistema di credenze su come funziona il mondo. [..] La Crescita è buona. La Natura è una riserva di risorse da convertire per gli scopi umani. L’evoluzione si ferma con la comparsa dell’Homo Sapiens. Si può “possedere” la terra. Queste sono solo alcune delle poche assunzioni paradigmatiche della cultura corrente, hanno tutte assolutamente lasciato di stucco altre culture, che pensavano che le cose non fossero così ovvie.

Sfrondato dalle tirate ideologiche anti-capitaliste, l’articolo mette in luce un punto-leva ben noto a chiunque abbia studiato economia, e cioè il concetto di Risorsa Naturale: un giacimento di petrolio, una miniera di rame o una terra fertile in mio possesso costituiscono un capitale naturale da investire e valorizzare, che l’economia moderna tratta in misura simile, ma diversa, dal capitale monetario. Questo è il nodo della divergenza tra economisti mainstream e decrescisti/sostenibilisti alla Herman Daly. Nell’ipotesi dello stato stazionario di Daly, l’assunto di finibilità delle risorse naturali viene coniugato sottoponendo l’accesso al capitale naturale ad un debito di sostenibilità, che ha l’effetto di preservare il capitale naturale iniziale (ad esempio, per ogni albero tagliato se ne deve piantare uno nuovo). Va da sè che il grande limite dello stato stazionario di Daly si trova nello sfruttamento delle risorse minerarie e fossili, finibili per definizione. Insomma, all’estrazione di una tonnellata di carbonato di litio o centomila barili di greggio non è ben chiaro quale compensazione (naturale) dovrebbe seguire. Sempre che non si voglia proibire lo sfruttamento delle risorse naturali in toto – quindi niente acciaio per ponti e case, niente alluminio per gli aerei, niente rame per l’aìfon e via discorrendo – l’unica strada percorribile per la sostenibilità passa per il riciclo.

Capitolo secondo: riciclare riciclare riciclare. E’ possibile un riciclo totale? In breve, molto probabilmente no, e per rendersene conto basta guarda al caso delle leghe metalliche, acciaio e alluminio su tutti, che costituiscono una grossissima parte dei materiali ferrori prodotti nel mondo. Al netto dei limiti termodinamici – il ben noto problema del quality degradation – riciclare richiede essenzialmente due cose: energia e una filiera acconcia, e qui escono i problemi.

Viste le recenti convulsioni di ALCOA, prendiamo ad esempio il caso dell’alluminio. L’alluminio costa un sacco, è noto a tutti, perché per purificarlo al 99.5 per cento tramite elettrolisi si impiega molta energia (circa il 90% dell’intera energia del processo). L’alluminio avrebbe tantissimo da guadagnare dal riciclo, per le basse temperature di fusione e annealing. Il riciclo dell’alluminio è infatti una realtà industriale largamente praticata nel settore del Packaging. In altri settori a maggior valore aggiunto quali Aerospace (aerei) e Automotive l’alluminio è invece riciclato molto meno. Questo accade principalmente per la mancanza di una standardizzazione adeguata delle leghe aerospaziali/automotive e per la intrinseca maggiore complessità delle stesse rispetto a quelle impiegate nel Packaging. In pratica, il mercato dei materiali Aerospace/Automotive è un mercato ad alto valore aggiunto, e di conseguenza molto competitivo, e standardizzarne eccessivamente le specifiche ucciderebbe di fatto competizione e miglioramenti in efficienza e prestazioni. All’interno delle (blande) standardizzazioni odierne, ogni produttore è libero di produrre i propri materiali nei modi e con le specifiche che preferisce, col risultato di diversificare l’offerta sul mercato ma limitando conseguentemente la riciclabilità. Riciclare un polpettone di elementi e soluzioni diverse da produttore a produttore costa infatti assai più energia che scavare in miniera, purificare i materiali grezzi e colare un pezzo di lamiera nuovo. Certo, riciclare al 90% è comunque meglio che non riciclare affatto. Ma la sostenibilità totale, quella ipotizzata da Daly nel suo stato stazionario mal si sposa col concetto di innovazione e concorrenza. Insomma, a meno di non voler ammazzare competizione e mercato, per quanto si possa immaginare un riciclo totale, sarà necessario continuare a scavare un certo quantitativo di risorse dalle miniere.

Capitolo terzo: crescita e sostenibilità. Pochi giorni fa, sul sito di ASPO è apparso un commento del vice-presidente Arnaldo Orlandini all’ultimo World Economic Outlook (WEO) del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Orlandini fa giustamente notare come il FMI, da sempre appiattito su politiche economiche di ispirazione monetarista e neoliberale, sotto i colpi della crisi perdurante si stia ammorbidendo in materia di debito pubblico e crescita. Dall’analisi del WEO, con poche parole ma molta saggezza, Orlandini conclude:

A prescindere da ogni valutazione sulla decrescita come modello da seguire, l’attuale “grande recessione” non può in alcun modo essere assimilata alla decrescita. Qui siamo di fronte a distruzione di capitale e disoccupazione di massa prolungata, che, oltre ai drammatici risvolti umani e sociali, implica una costosissima perdita di professionalità e conoscenze. L’attuale recessione avrà anche fatto diminuire (in Europa) le emissioni di CO2, per la forte contrazione dell’attività industriale e dei consumi energetici, ma non ci sta certo portando verso quello “stato stazionario” auspicato dai teorici della decrescita.

Nel lungo periodo – che per noi si sta drammaticamente accorciando – è sempre più chiaro che l’attuale modello di produzione e consumo è ecologicamente insostenibile. Tuttavia, alle sofferenze delle persone va data risposta nel breve periodo, che è come dire qui e adesso. Realisticamente, bisogna iniziare ad agire all’interno del modello esistente. Non si tratta, però, di stimolare la crescita per la crescita. Si può e si deve farlo, fin da subito, con un forte orientamento ecologico. Esiste una differenza radicale tra grandi opere infrastrutturali, di dubbia utilità e certa devastazione ambientale, e un vasto e capillare programma di “riconversione ambientale”. Un programma che parta dalla considerazione del metabolismo fisico dei processi economici (separando le attività estrattive da quelle realmente produttive, valutando in modo appropriato i servizi degli ecosistemi) e costruito attorno ai concetti di smart city, tecnologie per il risparmio energetico, mobilità sostenibile, messa in sicurezza e riqualificazione idrogeologica del territorio. Si creerebbero così attività ad alta intensità di lavoro, lavoro specializzato e opere di utilità collettiva e diffusa.

Orlandini centra il punto quando parla della necessità di fornire soluzioni qui e ora, agendo sul modello esistente ma separando le attività estrattive da quelle realmente produttive, che è il nodo fondamentale della questione fin qui esposta. Il come ci porta direttamente al prossimo capitolo.

Capitolo quarto: esternalità negative. Pochi giorni fa su questo blog s’è commentato l’esito dell’ennesima affollatissima conferenza sul clima. Quest’anno è stata la volta di Doha, in Quatar, risultata nel parto dell’ennesimo vuoto spinto. Le ragioni di questo nuovo fallimento sono in fondo semplici e riassumibili in due punti. Il primo punto è che, al netto di un gran parlare di opportunità e convenienza delle tecnologia verdi, la mancanza di una tecnologia realmente verde, economica e vincente rispetto ai combustibili fossili è palese ed evidente. Certo, si dirà, ma se si considerano le tasse sulle emissioni le cose cambiano. Purtroppo un accordo mondiale sul sistema delle emissioni oggi semplicemente non esiste. La Cina rifiuta, i BRIC non ci sentono, l’America nicchia e l’UE resta sola, in crisi economica, aggrappata al sistema degli ETS. Questo avviene come conseguenza del secondo punto, e cioè che imporre una tassa sulla CO2 semplicemente mina la competitività sul mercato globale rispetto a chi quella tassa non la impone. L’incertezza sui fattori realmente legati alle conseguenze del riscaldamento globale certo non aiuta a raggiungere l’accordo mancante: se vi sono ragionevoli dubbi che l’uragano Sandy e il tifone Bhopa siano da attribuire al riscaldamento globale – e ve ne sono – perché si dovrebbe cautelativamente imporre una tassa quando il vicino si rifiuta, incamerando crescite maggiori? La crescita si misura col PIL, il rendimento dei fondi sovrani pure. Come evidenziato da mesi di gran parlare di spread: è il mercato, baby. Non si guarda in faccia nessuno.

Capitale quinto: to PIL or not to PIL. Ah, il PIL, croce e delizia del sistema economico mondiale e terreno di scontri dialettici più o meno civili. Col PIL si misura la crescita, con la crescita lo sviluppo e un sacco di altri indicatori finanziari. Il PIL come metro della performance economica è un altro punto-leva del sistema economico. Sul PIL come opportuno (o meno) indicatore dello sviluppo sono stati scritti fiumi di parole. Di recente, su iMille-magazine è apparso un articolo dove i limiti del PIL vengono messi in luce. Le critiche al PIL sono comunque già note all’interno della comunità economica. Il valore aggiunto dell’articolo sopracitato è che definisce un indicatore alternativo al PIL, l’indicatore di progresso genuino (GIP), e ne compara i risultati. Al gettito economico da consumo personale, il GIP integra quantitativamente il costo di sfruttamento delle Risorse Naturali finibili (es. petrolio) e rinnovabili (es. terre coltivabili). La valutazione economica del sopracitato sfruttamento consta di molti termini, a parere del sottoscritto alcuni sensati altri meno. Senza perderci nei dettagli, però, è possibile definire un modello minimale in cui al gettito da consumo personale sono affiancati i costi sostenibilisti più importanti quali il costo delle emissioni di CO2, la perdita di foreste, l’inquinamento di acqua e aria, e la durabilità dei beni di consumo. Il costo associato è stimato come la quantità di denaro spesa in sostituiti, per disinquinare l’ambiente o per danni collaterali (es. danni all’agricoltura per la siccità causata dal riscaldamento globale). Queste sono le cosiddette esternalità negative, terreno scivolosissimo sulla cui quantificazione esatta si potrebbe dibattere probabilmente per sempre (qualcuno saprebbe monetizzare con precisione il costo per la collettività di un ingorgo autostradale?). Il modello tuttavia offre comunque risultati interessanti. Qui di seguito vediamo il caso degli USA (U-S-A, non Burkina Faso). Usando i dati ufficiali del governo americano e i costi medi proposti dall’articolo si ottengono i due grafici sotto:

GPIv2
In pratica, si vede come negli ultimi 60 anni il costo di sostituzione (o mantenimento) delle Risorse Naturali è aumentato (grafico a sinistra) – e non è una sorpresa – ma il gettito dal consumo per persona del business-as-usual è aumentato di più. Detto altrimenti, nell’attuale sistema economico, sfruttare liberalmente le Risorse Naturali è ancora conveniente e non v’è per tanto la necessità stringente di uno stato stazionario nell’accezione decrescista di Herman Daly. Tuttavia, il costo di mantenimento delle Risorse Naturali è e sta aumentando più velocemente del PIL (grafico a destra). Il che ci porta dritti alle conclusioni.

Conclusioni. quali dovrebbero essere le ricette concrete per la sostenibilità? Eravamo partiti da qui e siamo arrivati a questo:
– il sistema economico moderno si basa sul concetto di Risorsa Naturale da convertire liberamente per gli scopi umani;
– il riciclo totale delle risorse minerali finibili è probabilmente possibile solo a scapito di concorrenza e innovazione;
– è necessario separare i processi estrattivi da quelli realmente produttivi;
– nel PIL non v’è traccia del costo della degradazione delle Risorse Naturali;
– il costo di mantenimento delle Risorse Naturali sta crescendo più velocemente del PIL, ma è ancora abbordabile.

La risposta alla domanda iniziale è dunque evidente: per perseguire una sostenibilità energetico-ambientale reale è necessario cambiare il concetto di Risorsa Naturale, non più liberamente sfruttabile ma includendone il costo di mantenimento nel PIL. Senza questi due cambiamenti – che definire epocali è poco, si veda alla voce petrolio&sceicchi – parlare di sostenibilità è fuffa elettorale. Va da sè che questi cambiamenti non sono nemmeno all’orizzonte, per un semplice motivo: includere i costi di mantenimento del capitale naturale avrebbe l’immediato effetto di perdità di competitività sui mercati internazionali nei confronti di chi sfrutta senza pagare nulla. Almeno finchè il costo di mantenimento delle Risorse Naturali non sopravanzerà il profitto da consumo. Oggi, e probabilmente per qualche altra decina di anni, a chi volesse sostenere la sostenibilità tocca accontentarsi di efficienza energetica e promuovere il riciclo.

Nota finale: no, le rinnovabili no. Chi propone di installare nuove manciatone di fotovoltaico e eolico in Italia decisamente non s’è accorto che il sistema elettrico italiano soffre, oggi e prevedibilmente anche nel futuro prossimo, di overcapacity. L’ultimo dei problemi dell’Italia è quindi aumentare ancora la potenza disponibile.

Annunci

22 Responses to Sostenibilità e politica

  1. saurosecci says:

    Una disamina indubbiamente completa ed articolata, con una focus decisamente interessante sui limiti del PIL, e sulle esternalità come elemento nevralgico di difiicile valutazione ma di fondamentale importanza nell’implementazione di corrette azioni politiche, al netto delle lobbies, che nel nostro paese stravolgono ulteriormente il quadro di riferimento ed anche quella overcapacity, che citavi e che riguarda clamorosamente le centrali a fonti fossili. Ci sono infatti una miriade di cicli combinati fatti costruire tra gli anni ’90 ed il 2000 che sono sostanzialmente fermi e si continuano ad autorizzare inquinantissime centrali a carbone, pagate sostanzialmente dai cittadini con le bollette e qui si vede la mancanza si una seria strategia energetica nazionale (quella in bozza mi sembra clamorosamente ancora miope), che dopo oltre 25 anni dall’ultimo PEN, Piano Energetico Nazionale, del post nucleare, ridisegni finalmente una road-map di lungo periodo, nel frattempo il contesto energetico è fortunatamente stravolto

  2. domm says:

    Eh, sì Filippo,
    forse ci siamo persi.
    Diamo , prima di tutto, un’occhiata alle mappe e cerchiamo il “voi siete qui”.
    Noi oggi, ci troviamo nel bel mezzo di una transizione epocale e stiamo vivendo la stessa crisi economica dei nostri progenitori che si trovarono a vivere in mezzo, nel guado, nel passaggio fra ll’età del ferro e l’età del bronzo quando , ancora, per gli scambi commerciali, era d’uso il baratto.

    Oggi, la transizione è fra l’età del Capitale e l’età dell’Informazione ed è appena cominciata.
    Le leggi economiche del secolo passato, perderanno sempre più di efficacia man mano che avanzeremo nel tempo.
    Questa è la Crisi del nostro tempo, ed è , in misure diverse, GLOBALE.

    Le tue domande non sono assolutamente banali. Tutt’altro. Così”tutt’altro” che la loro originalità costringe ad uno studio ampio che sarebbe impossibile condensare in un commento da blog.
    Vediamo di riuscirci e cominciamo dalla sosteniblità.

    Nella nostra accezione, “Sostenibilità” , per definizione , è l’interazione fra due o più soggetti economici attivi , atti al “trasferimento” reciproco di Energia o dei suoisurrogi che sono le MONETE di SCAMBIO.

    La natura è impietosa e rigorosa. Con la Natura non si può barare.

    Anche per l’Uomo , come per tutti gli altri esseri viventi, vale la legge del “Bilancio Energetico”.
    La Sostenibillità si trova al centro fra due limiti di Alert:: l’accettabilità da una parte e dall’altra parte l’INACETTABILITA’ o soglia del Dolore.

    Nei casi citati dall’articolo, i soggetti potrebbero , ad es., essere :
    – L’Uomo, inteso come Individuo, come persona singola.
    – L’homo Sapiens inteso come Genere Umano, come popolazione mondiale.
    – Le Risorse Naturali (cielo e Terra)
    -le Risorse Economiche ovvero la Monetarizzazione delle Risorse Naturali rese disponibili dall’Uomo.

    Per Sostenibilità , io intendo, in primo luogo, la DISTRIBUZIONE delle Risorse Naturali, in parti più o meno equo , agli individui che popolano il globo.
    Salto per il momento , le modalità della distribuzione , azione strettamente politica, per
    rispondere alla prima delle domande.

    “Ci sono ricette concrete per la sostenibilità” ? NO ! Non ci sono e poichè non ci sono, nessuno le può adottare.
    Anche perchè , se ci fossero di nuove, diventerebbero obsolete in poco tempo, data la velocità di cambiamento dei nostri giorni, dovuta al processo di globalizzazione.
    Ma soprattutto perchè l’ECONOMIA non è fra le Scienze esatte ma fra le Scienze ANTROPICHE.

    Pur tuttavia… così, un pò per gioco e un pò per Scienza ho provato a derivare da una formula fisica molto nota e collaudata, dalla legge universale dei gas PV x nRT , una formula economica che potrebbe,forse, aiutarci a capire meno di niente.

    Riconoscendo alla Politica (con la P maiuscola= Scelta= decisione) il ruolo di Fulcro molto massivo posizionato sotto il punto-leva di una leva economica, sulla leva, ai suoi estremi, io ci metterei i seguenti due prodotti :
    RN * nI
    RE * nI
    Dove RN è il totale delle Risorse Naturali rese Disponibili.

    RE è il totale delle Risorse Economiche (Massa monetaria) in JOULE , o meglio in GLOBI aventi come simbolo una G tagliata verticalmente da due barre.
    Per cominciare si potrebbe porre 1 Globo = 1000 Joule.
    _____________________________________________________

    Il Cambiamento in atto appena iniziato:

    da questo paradigma:

    Capitale-produzione-salario-consumi- profitto-capitale

    molto molto lentamente che le generazioni neanche si accorgeranno, molto probabilmente passeremo a quest’altro tipo di paradigma:

    INFORMAZIONE-BENESSERE (salute) – LAVORO – PRODUZIONE – CONSUMI – UTILI – CAPITALE – INFORMAZIONE.

    nI è il numei degli individui.

    la formula diventa : RN * nI = RE * nI

    la sostenibilità dovrebbe raggiungere la fase stazionaria su 50…50% e oscillare intorno a questo punto con variazioni più o meno ampie.

    Per gli aggiustamenti e le correzioni economiche ( fenare e accelerare il sistema) il Politico
    potrebbe agire sullo spostamento del punto di fulcro alla leva. per allungare e accorciare i rispettivi bracci.

  3. domm says:

    AVVISO
    Dopo aver spedito il post, mi sono accorto che le ultime sei righe non sono al posto giusto.
    Vanno prima della riga. Non dopo i paradigma.

  4. Francesco Cerisoli says:

    Bell’articolo Filippo
    Forse ci starebbe anche un aspetto demografico: USA, BRIC e Africa equatoriale sono i paesi che contribuiranno maggiormente alla crfescita demografica mondiale da qui al 2050 (quando, si prevede, saremo 10 miliardi). L’Europa invece contribuira’ in maniera marginale, crescendo, si prevede, “solo” di una qujindicina di milioni di abitanti (su 500).Anche solo per questo si capisce come USA e paesi emergenti siano poco propensi a ragionare di sostenibilita’ (che li esporrebbe ad uno stress incredibile a medio termine sotto la spinta demografic), mentre in europa ci siamo gia’dentro fino al collo.
    SUL PS: l’óvercapacity in Italia e’ effetto solo della crisi, oppure abbiamo esagerato con i pannelli solari?

    • l’óvercapacity in Italia e’ effetto solo della crisi, oppure abbiamo esagerato con i pannelli solari?

      Tutti e due. Eravamo gia’ in overcapacity da impianti a gas prima che cominciassero i (generosissimi) sussidi al solare. Il risultato e’ storia attuale.

  5. saurosecci says:

    Per quanto riguarda l’inflazione e l’abuso della parola sostenibilità, citato in premessa dell’ottimo articolo, l’abuso a volte che sfocia nel cattivo gusto, della parola sostenibilità, non è certo un fenomeno degli ultimi tempi, ma si ritrova da molti anni, anche se intensificato negli ultimi tempi, per far rimanere troppo spesso le cose come sono. Questo temine è oggi alla base del marketing a tutto tondo, e per anni è stato utilizzato, da parte di politici, amministratori ed operatori economici, senza nemmeno conoscerne la genesi e la gestazione, da quando cioè, dopo i primi summit mondiali degli anni ’80, e sopratutto della cosiddetta Commissione Bruntland con l’omonimo Rapporto, conosciuto anche come “Our Common Future” del 1987 che ne ha certo tracciato meglio il profilo, per quanto arduo possa essere un concetto così intriso di inevitabili indeterminatezze.

  6. energisauro says:

    Parole sante Filippo, bell’articolo che purtroppo lascia con un pò di amaro in bocca vedendo la differenza PIL, GPI e sapendo che l’applicazione delle esternalità negative è un concetto molto lontano da una reale e globale applicazione

  7. ziomaul says:

    Mi pare che nessuno voglia un riciclo totale. Questa storia del riciclo totale mi sembra più una scusa per non volere il normalissimo riciclo dei materiali.

    • Non ho capito: una scusa di chi per non voler il riciclo?

      • ziomaul says:

        Barzelletta: Ad un ciccione viene detto che deve fare una dieta e lui risponde “Potrei morire di anorressia”.
        Esistono forti interessi economici, politici, culturali per non volere il riciclo e per questo si risponde spesso con estremismi esplicativi.

      • Nomi, grazie. Il gombloddo dei “poteri forti” è aria fritta.

      • ziomaul says:

        Vuoi nomi? Prendi le pagine gialle.alla voce produttori. Come vedi Domm c’è arrivato in pieno! Attenzione: Affermare che uno “Grida al gomblotto” è una vecchia tecnica denigratoria.
        Ciao

  8. domm says:

    Temo ,Filippo
    che ziomaul si riferisca alla naturale, ovvia , attesa e comprensibile resistenza ( pre-mercato) dei produttori di materia prima, se un BUON riciclo riuscisse ad offrire ,” buttare” sul MERCATO grosse quantità di “materia seconda”.

    • Non so che materiali avete in mente voi, ma i produttori di materia prima mica comandano tutta la catena produttiva. Tutti quelli che dipendono dai sopracitati produttori (vedi alla voce Rio Tinto) farebbero salti di gioia se venissero immesse sul mercato grosse quantita’ di materia seconda (eh, la concorrenza).

      • ziomaul says:

        La capacità manageriale è avere dei buoni forniitori anzi cercare il monopolio delle forniture se non integrarsi con il fornitore stesso. Cosa succede se un concorrente acquisisce un nuovo fornitore più o meno concorrente del tuo?

      • L’unico motivo per cui il riciclo stenta e’ che il riciclo e’ una faccenda complessa. Mettere in piedi una filiera, standardizzare i materiali per evitare i polpettoni, gestire e uniformare il flusso dei materiali riciclati e’ una faccenda tutt’altro che semplice. Spesso, anzi, e’ un casino cosi’ grosso che finisce per costare piu’ di rifare lamiere, polimeri o tocchi di plastica daccapo. Finche’ hai abbonandanza di risorse, spesso e’ piu’ facile (e conveniente) buttare e rifare tutto che darsi al riciclo. Il resto sono complottismi stracchi.

      • ziomaul says:

        Il fatto che bisogna creare una filiera e qusta in start-up costi non elimina le altre cause.

      • domm says:

        Naturalmente ci si riferisce al Settore AGGREGATO delle “materie prime” (mercato globale)
        Le Borse vi contunuerebbero, ciscuna nella propria misura, a secondo l’andamento delle compravendite complessive, le quali, , a loro volta, contribuirebbero a stabilire nuovi scambi all’interno di ciascun settore di appartenenza dei materiali.

  9. domm says:

    Cert,certo Filippo,dipende tutto dalla resa, ovvero dal “LAVORO per kilogrammo di materiale puro.”
    Per l’ORO, per esemipo, la convenienza è già dalla parte del Riciclo.

    Non a caso sono sorti come funghi, negli ultimi tempi, numerosi Centri “COMPRO ORO “.
    Considerando che (come scrivi tu) :

    “farebbero salti di gioia se venissero immesse sul mercato grosse quantita’ di materia seconda (eh, la concorrenza)”,

    non si può escludere che possano essere gli stessi produttori/estrattori ad agevolare il fenomeno(economico) per non stressare più di tanto il sottosuolo. o/e perchè i costi di estrazione per giacimento aumentano in modo esponenziale per ciascun metro cubo di terra da muovere.

  10. gianlu says:

    bel post, che ci lascia però senza speranza. Soprattutto io percepisco un livello di urgenza nella gestione delle risorse natrali e nella necessità di attuazione di politiche climatiche che difficilmente si sposano con le decine di anni di cui parli .
    Una domanda sui rifiuti
    Ma l’idea che alla fine il polpettone rimanente dal riciclo dei rifiuti, (Plastica, vetro alluminio, legno, ferro, raee, carta, umido ecc) quello che si chiama residuo secco, possa essere trattato in un impianto TMB e trasformato in materia prima seconda ?

  11. Tutto vero e sacrosanto. Aggiungerei soltanto un pizzico di ottimismo ad una delle ultime frasi: “questi cambiamenti non sono neanche all’orizzonte… almeno finchè il costo di mantenimento delle risorse naturali non sopravanzerà il profitto da consumo”. Vero, esistono però, anche se oggi lontane, altre 2 possibilità. 1) che sopraggiunga una rinnovabile verde, economica e vincente contro le fossili; mi viene in mente una produzione su larga scala di biodiesel da alghe che spiazzi i prodotti petroliferi. Ovviamente non è semplice e sono scenari lontani ma io non mi sento di escluderli. 2) Non è necessario che il costo di mantenimento sopravanzi il profitto da consumo ma che il loro delta (linea verde del grafico) segni un tratto decrescente. Magari un Paese conscio di tale fenomeno potrebbe attrezzarsi e adottare le necessarie politiche e i giusti indicatori (GPI o HDI) pur sapendo di perdere competitività (non so magari non un Paese grande come gli USA ma un Paese più piccolo, più gestibile, con una grande voglia di cambiamento e che non basi la propria economia sulle export). In seguito, magari sulla scia di successi realizzati da diversi piccoli Paesi si può pensare che anche altri Paesi adottino tale modello.

  12. Pingback: Il valore dei lavori verdi | iMille

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...