Arcivernici fotovoltaiche

Il mio articolo per Il Post (con mille ringraziamenti a Sesto Rasi)

Qualche anno fa, per favorire gli investimenti in energie rinnovabili si decise di sussidiare l’installazione di pannelli solari. Per far presto furono concessi incentivi che oggi, a pannelli installati, si traducono in una rendita di circa 11 miliardi di euro l’anno. [..] Oggi l’energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent’anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione.

Così esordisce l’editoriale di F. Giavazzi e A. Alesina su Il Corriere della Sera che, pochi giorni fa, ha scatenato reazioni più o meno contenute in molti ambientalisti e operatori del settore fotovoltaico. Nell’editoriale del Corriere, gli incentivi al fotovoltaico vengono citati come il modo sbagliato di fare innovazione. Sul banco degli imputati, in piena campagna elettorale, il PD e Monti, rei di promuovere una “politica industriale dirigista” a colpi di investimenti pubblici a scapito del libero mercato. La tesi dei due economisti è che è pura illusione attendersi che lo Stato e la politica siano in grado di individuare i settori e le imprese che avranno successo – “vi immaginate quattro funzionari dell’Iri in un garage che si inventano Apple?” – e il pesante fardello degli incentivi statali concessi al fotovoltaico, la cui industria italiana è oggi boccheggiante, ne sarebbe la dimostrazione plastica.

Ora, l’immagine dei funzionari Iri chiusi in un garage a inventare qualcosa è certamente spassosa, ma l’editoriale del Corriere è traboccante di inesattezze e categorizzazioni tranchant al limite dell’ingenuo. Stupisce sia firmato dai due noti economisti di Harvard e della Bocconi, pur in campagna elettorale. Ma andiamo con ordine.

Primo. Numeri e vernici fotovoltaiche Contrariamente a quanto sostenuto sul Corriere, gli incentivi al fotovoltaico non ammontano a 11 miliardi di euro l’anno, ma a circa 6,5 miliardi, il 60 per cento circa. Una differenza non certo da poco. Sullo smaltimento dei pannelli a fine vita poi, sia il quarto che il quinto energia contengono disposizioni precise in materia. Inoltre il fotovoltaico al silicio non è certo una tecnologia vecchia: semmai è stato eccessivamente e dissennatamente incentivata da un sistema mal calibrato e eccessivamente generoso, ma ci torniamo qui sotto. Passando alle vernici fotovoltaiche citate dai due economisti del Corriere, al momento la loro efficienza è ancora scarsa. Numeri alla mano, l’efficienza delle vernici commercialmente disponibili si attesta oggi sull’1% circa, 20 volte meno del fotovoltaico al silicio. Sulle vernici si hanno soprattutto forti riserve sulla durata – e dunque sui costi effettivi dell’energia prodotta – dato che i pannelli al silicio cristallino hanno dimostrato una durata di 20-30 anni mentre poco o nulla si sa sulla durata delle vernici. Certo, le promesse di miglioramenti tecnologici delle vernici fotovoltaiche sono dietro l’angolo… dal 2008, cinque anni fa. Insomma, niente soluzioni miracolose. Fintanto che i miglioramenti nella tecnologie delle vernici non si materializzeranno, tocca tenerci il sistema degli incentivi pubblici.

Secondo. Gli incentivi per il progresso delle tecnologie. Al netto delle sterili diatribe da economisti tra mercatisti e dirigisti, è generalmente noto che una tecnologia, per progredire e divenire commerciale, ha bisogno di scalare i numeri della curva di esperienza. Almeno fino alla maturità commerciale, ma a volte fino alla sostituzione da parte di un’alternativa che la renda obsoleta, una certa tecnologia ha un tasso di riduzione dei costi correlato esponenzialmente con le quantità prodotte. Altrimenti detto, nel caso del solare fotovoltaico, ad ogni raddoppio della potenza installata il costo per unità di potenza si riduce di una certa percentuale fissa. Ad esempio: se per 1.000 MW installati i pannelli solari costassero 5.000 euro/kW e a 2.000 MW installati il costo fosse sceso a 3.500 euro/kW (70%), a 4.000 MW installati il prezzo si ridurrà ad un altro 70%, cioè 2.450 euro/kW. E dopo 8.000 MW saremo a 1.715 euro/kW, e così via. Così dovrebbe essere per le tecnologie dell’energia, plausibilmente.

Per scalare questi numeri, qualche volta vi sono investitori privati disposti a rischiare da soli, molto più spesso v’è invece bisogno di una qualche agevolazione, e allora entra in gioco l’incentivo, che è in sostanza un investimento pubblico non privo di risvolti politici. Nei primi anni ’70, ad esempio, si pensò che le turbine a gas potessero scendere dagli aerei e diventare un sistema di generazione elettrica migliore di carbone e olio combustibile. Il governo statunitense concesse allora larghi margini di emissione di NOx (3-400ppm) alle prime centrali elettriche con tecnologia a turbogas, permettendo di produrre i primi modelli commerciali e gettando le basi per la successiva innovazione della tecnologia. Oggi il turbogas è una tecnologia matura e relativamente pulita, con emissioni di 10ppm di NOx ottenibili piuttosto agevolmente. Non è un caso che dal turbogas oggi si esigano appunto simili limiti di emissioni (a volte anche meno), molto minori di quelli iniziali. Semplicemente, senza intervento pubblico, la tecnologia del turbogas sarebbe morta sul nascere, privata di una reale opportunità di maturazione.

Terzo. Gli incentivi al fotovoltaico. Per il solare fotovoltaico gli incentivi avrebbero idealmente dovuto attivare lo stesso meccanismo di innovazione tecnologica di cui sopra. Checchè ne dicano gli economisti del Corriere, infatti, un aiuto insufficiente nella prima fase della curva di esperienza taglia sul nascere la capacità di penetrazione sul mercato. Con gli incentivi al fotovoltaico, purtroppo, si è finito per esagerare in senso opposto. È ben noto che la tecnologia del solare fotovoltaico in Italia ha beneficiato di incentivi fin troppo generosi, concessi al fine di scalare la curva di esperienza il più velocemente possibile, probabilmente per liberarsi dalla dipendenza energetica dall’estero, certamente il vero problema europeo di questi tempi. Per aumentare la produzione a dismisura e abbatterne i prezzi, gli incentivi hanno assicurato alle rinnovabili la competitività per legge premiato l’energia prodotta invece dell’innovazione tecnologica, annullando ogni volano all’innovazione della tecnologia del solare fotovoltaico al silicio (prima generazione) verso quella a film sottili (seconda generazione) e quantum dots (terza generazione). Un sistema di incentivi migliore, legato alla efficienza di conversione e non all’energia prodotta, avrebbe certamente stimolato un maggiore progresso prestazionale per unità di fotovoltaico installato.

Quarto. Innovazione. L’ingenuità forse più grande nell’editoriale di Giavazzi e Alesina si trova nel forzoso distinguo dei due economisti tra copiare e innovare. L’editoriale del Corriere conclude infatti che ieri “non era necessario inventare cose nuove, bastava importare tecnologia dagli Stati Uniti e riprodurla, possibilmente facendo meglio di chi l’aveva inventata” portando l’esempio di Toyota e dell’elettronica giapponese. Esempi che oggi non basterebbero più, dato che “per crescere servono creatività e flessibilità, non una politica industriale che affida le scelte allo Stato”. Questo è ingenuo perché ricalca il classico luogo comune da uomo della strada per il quale i giapponesi sanno solo copiare. I giapponesi in realtà decidevano per un investimento strategico (ad esempio costruire moto) e venivano in Europa a vedere cosa facevano italiani e inglesi. All’inizio li copiavano poi, imparato il gioco, i giapponesi uscivano sul mercato con prodotti loro, migliori e inconfondibili. Vero che a volte l’ignoranza rende il pensiero più libero, ma su prodotti fortemente tecnologici prima di innovare si comincia imparando da chi già sa, onde evitare di reinventare la ruota ogni volta.

Insomma, se l’intervento dei due economisti su fotovoltaico e innovazione può far sorridere, certamente gioverebbe evitare deduzioni azzardate o perorare soluzioni miracolose sulla base di una incerta conoscenza della tecnologia e delle scienze naturali.

********
Si ringrazia tanto (ma proprio tanto) il coautore del presente articolo Sesto Rasi – Questione di Energia. Si ringrazia inoltre Corrado Truffi per segnalazioni, suggerimenti e correzioni.

Qui notizie sull’arcivernice del Professor Lambicchi.

One Response to Arcivernici fotovoltaiche

  1. domm says:

    Gli incentivi alle tecnologie mergenti e alternative, se da una parte costituiscono vitamine per la loro stessa crescita, su un altro versante possono costituire grossi pericoli di crisi e di sopravvivenza per quelle già esistenti con i loro svantaggi di esercizio,, se elargiti copiosamente e in tempi ristretti.

    Esempio: se i piccoli utenti (utenza diffusa con impianti FV al di sotto dei 15 Kw) potessero versare sulla rete solo l’eccedenza dell’Energia prodotta dal loro impianto, anzichè venderla tutta al Gestore per poi ricomprare quella necessaria al proprio fabbisogno, molto probabilmente questa potrebbe essere una forma di incentivo più vicina al mercato ma sicuramente costringerebbe gli operatori a rivedere molti dei contratti di fornitura dei combustibili per le Centrali tradizionali.

    Una ripianificazione energetica per Area di distrubuzione, si renderebbe tassativa.

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