Come va con l’Energiewende

Del piano di trasizione alle energia rinnovabili tedesco (Energiewende) si parla sull’Economist, questa settimana. L’Economist riprende ed espande alcune considerazioni di cui s’era già parlato un anno fa su questo blog.

Per raggiungere gli ambiziosi obiettivi posti con l’Energiewende l’installazione massiccia di pannelli solari o pale eoliche non è sufficiente. Un piano generale all’altezza di tali premesse deve necessariamente passare attraverso alcuni snodi energetici fondamentali: la riorganizzazione della rete elettrica nazionale, lo stoccaggio di energia, gli incentivi di mercato e le politiche per l’efficienza energetica.

A distanza di un anno, in Germania le cose non sembrano ancora girare per il meglio.


Riorganizzazione della rete elettrica. La maggior parte della potenza eolica e solare è generata lontano dai maggiori centri di consumo, il che rende necessaria la costruzione di nuove dorsali elettriche per la rete ad alta tensione. Purtroppo la costruzione di tali dorsali è molto in ritardo, principalmente a causa dell’opposizione dei comitati NIMBY (Not-In-My-Back-Yard, non nel mio giardino). Secondo i piani di Berlino, la Germania ha bisogno di più di 4.000 km di nuove linee di trasmissione entro il 2022. Ad oggi, ne sono stati costruiti meno di 300 km. I comitati NIMBY sono probabilmente il più grande paradosso dei nostri tempi: da una parte chiedono a gran voce la chiusura delle centrali nucleari, dall’altra si oppongono all’ampliamento della rete di trasmissione necessaria allo sviluppo massiccio delle rinnovabili.

Stoccaggio di energia. Lo sapete tutti: le rinnovabili sono intermittenti e per garantire la stabilità della rete elettrica bisogna avere un quantitativo di energia stoccata. L’alternativa è tenere al minimo, in regime spesso non economicamente produttivo, le centrali a gas e carbone convenzionali. In Italia succede già da da tempo, con il risultato di trovarci costretti a staccare cospicui assegni in aiuti di Stato ai gestori delle sopracitate centrali – il cosidetto Capacity Payment – onde evitare un fallimento di proporzioni bibliche. Semplicemente detto, il problema è che in Germania non vi è capacità per bacini idroelettrici sufficiente alla scopo. Esattamente come in Italia, si tengono in funzione a regime minimo le centrali a gas e carbone convenzionali come back-up contro l’intermittenza della produzione rinnovabile. La produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, tuttavia, beneficia di dispacciamento prioritario e costo marginale nullo. Il che fa scendere il prezzo dell’energia elettrica a livelli in cui solo le centrali a carbone riescono a sopravvivere condannando le ben più verdi centrali a gas fuori mercato – anche grazie al recente fallimento delle politiche europee degli ETS. L’Economist osserva come questo meccanismo, nonostante l’incremento della potenza installata di fotovoltaico e eolico, abbia portato ad un incremento delle emissioni in Germania.

Mercato e energia. E’ cosa ben nota che gli incentivi alle rinnovabili in Germania, riversati in bolletta, hanno fatto aumentare i costi per i consumatori. Se per una utenza domestica è un aggravio sostenibile, per una azienda sono un sacco di soldi. Con la crisi che morde, alla ricerca di esenzioni e scappatoie per i costi crescenti dell’energia, molte aziende tedesche hanno ottenuto di essere ufficialmente passate nella categoria “ad alta intensità di energia”, per poter godere del miglior trattamento economico per l’energia consumata. L’Economist scrive che il numero di queste aziende è passato da 59 nel 2003 a oltre 2.000 di oggi. Assommate, stiamo parlando di un quinto dell’intera potenza disponibile in Germania. Chi non ha ottenuto l’esenzione “energivora” si arrangia con generatori privati, alimentati ad esempio a biomasse. Il risultato è che i contribuenti rimasti devono pagare di più, in piena tradizione di Pantalone.

Conclusioni. La debolezza strutturale della Germania ma un po’ dell’Europa in materia d’energia, i cui costi sono e rimangono alti, è schematizzata nel grafico sotto.

Questo mentre i prezzi del gas naturale e dell’energia elettrica negli Stati Uniti stanno andando a picco grazie allo shale oil. Nella perdurante crisi europea, le industrie tedesche stanno già guardando oltre oceano per espandere i propri mercati. Vi è il rischio possano muoversi esse stesse.

In Germania, anche solo ridiscutere il piano per lo spegnimento del nucleare non è nell’agende politica di nessun schieramento. Tuttavia, quanto è realmente sicuro una Germania senza reattori nucleari quando ne sono presenti moltissime in Francia, Repubblica Ceca e, tra poco, Polonia? E nel contesto mercato unico europeo, è ancora sensato parlare di rivoluzione delle rinnovabili a livello nazionale?

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4 Responses to Come va con l’Energiewende

  1. Lorenzo Tondi says:

    Da quel che riporta l’Economist questi nimbysti sarebbero circa 2.000. Secondo te possono costituire un ostacolo serio?

  2. Defcon70 says:

    L’ultima domanda è quella più significativa; la risposta è costruire reti e gli europei lo stanno facendo di gran lena, sul fronte sia elettrico che del gas, attivando investimenti che sono anche un corposo contrasto alla perdurante crisi. In Italia ad esempio, SNAM ha 7mld pianificati entro il 2016 per sostenere il Reverse-flow e Terna ha in cantiere 1,1mld per le interconnessioni con Montenegro e Francia che aggiungeranno 2 ai 7GW già esistenti.

    Per rispondere – da parte mia – a Lorenzo,
    sì, i NIMBY sono un problema di tutte le società avanzate, ma lo sono soprattutto nei Paesi in cui i troppo frazionati livelli decisionali della PA cavalcano la protesta alla ricerca di pezzi di consenso e di finanze di compensazione. Tutto ciò genera ritardi ed extracosti pazzeschi: fatti un giro sul sito di Terna per sincerartene.

  3. energisauro says:

    Articolo molto triste ma molto incisivo. È purtroppo la foto di un continente che si ritrova con risorse di gas in calo e si permette di dire no al nucleare (non tutti), no al carbone e probabilmente no allo shale gas. Si può essere d’accordo o meno ma ovvio che le conseguenze da qualche parte si devono vedere

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