Obsolescenza programmata

Qualche volta agli ambientalisti va di traverso il cornetto e scrivono post indignati contro il deterioramento dell’alimentazione contemporanea e la perdita di vecchi e sani valori come il bere un po’ d’acqua tra un boccone e l’altro. Vale per cornetti, jeans, borsette nuove che si rompono dopo nemmeno un mese e altro ancora. Beni di consumo prodotti con la data di scadenza, programmati per rompersi a tempo. Una spirale di ricambi forzati con l’unico scopo di far fare quattrini alle multinazionali (complotto!). L’ultimo post di Anna Ryden è un esempio perfetto in tal senso: lavatrici, elettronica, acciaio scadente e la falce del nonno, non se ne salva uno. Tutta roba fatta per rompersi a (breve) tempo. Vuoi mettere i bei tempi di una volta, quando le cose erano costruite per durare una vita e i treni arrivavano in orario? Ovviamente la cose sono più complesse.

L’obsolescenza programmata è una strategia di prodotto abbastanza semplice: un prodotto viene progettato e costruito in modo da divenire obsoleto (fuori moda o non più utilizzabile) dopo un tempo prestabilito. In tal modo il consumatore sente il bisogno di acquistare nuovi prodotti che il produttore mette in evidenza per sostituire quelli vecchi. Stante questa premessa, il fatto che l’obsolescenza programmata venga percepita come un sinistro complotto delle multinazionali ai danni dell’ambiente e del consumatore inerme non stupisce più di tanto. Ora, a parte l’ovvia implicazione che l’obsolescenza programmata comporta un miglioramento della qualità di beni e servizi, in un mercato privo di beni durevoli qualunque azienda ne producesse guadagnerebbe immediatamente una robusta fetta di mercato. Non è un caso che la durabilità rivesta un ruolo molto importante nell’economia industriale. Vediamo qualche esempio.

Uno dei casi forse più indicativi è l’industria dell’abbigliamento. La moda per definizione ha insito il concetto di obsolescenza programmata. I jeans di quest’anno sono progettati per essere sostituiti da nuovi modelli l’anno venturo. Una parte dell’industria dell’abbigliamento non sente dunque il bisogno di aumentare i costi con doppie o triple cuciture per vestiti che verranno dismessi comunque tra un anno. Un altro classico caso di obsolescenza programmata è la calza di nylon. L’inevitabile “laddering” cui le calze di nylon sono soggette porta i consumatori ad acquistarne sempre di nuove e scoraggia i produttori dall’investire in ricerca su materiali più durevoli. Insomma, l’innovazione costa risorse e se non interessa a nessuno non v’è interesse ad investire. Poi, non è vero che l’obsolescenza programmata sia una fonte di soldi facili per le multinazionali. Strategie di vendita basate sull’obsolescenza programmata possono anche ritorcersi contro i produttori. Sostituzioni troppo frequenti incontrano infatti la resistenza dei consumatori, come accade nel settore informatico, dove gli utenti pesano vantaggi e svantaggi di abbandonare la vecchia versione per quella nuova. Ne sa qualcosa Microsoft, che dopo aver investito camionate di risorse per lo sviluppo di Vista, Windows 7 e 8 si ritrova ancora una robusta base installata di Windows XP (il sottoscritto incluso) che di upgradare il software non ci pensa proprio.

L’obsolescenza programmata è pianificata con attenzione dai produttori, in relazione al prodotto e alla tipologia dei clienti. La durata dell’automobile, ad esempio, è raddoppiata in pochi decenni principalmente grazie alla migliore qualità dei materiali che la compongono (acciaio in primis e poi alluminio). Audi, ad esempio, fornisce una garanzia di 12 anni sui materiali, quasi tutti acciai avanzati o di alta qualità. Certo, nuovi design e cosmetica assortita sono i tipici volani utilizzati dai produttori per indurre a cambiare il vecchio modello per uno nuovo, ma difficilmente possono convincere qualcuno a sborsare quattrini che non ha. L’obsolescenza programmata infatti non è una strategia percorsa nel mercato delle auto di lusso. Marchi come Rolls-Royce usano la strategia opposta che l’auto possa valere domani più del prezzo pagato oggi.

Ecco, il punto sta tutto lì: la durevolezza costa, materiali migliori costano, doppie e triple cuciture costano, la ricerca costa e non tutti vogliono (o possono) pagare quei prezzi. Un’auto di media cilindrata ieri pesava sui bilanci familiari con anni di rate, oggi la si porta via in contanti senza nemmeno troppi problemi. Poi, se domani si rompe vedremo cosa fare. La cosa vale anche a rovescio: produrre beni troppo durevoli quando i clienti non sono disposti a pagarne il valore – checchè se ne dica, la durevolezza non è un valore universalmente riconosciuto e prezzabile – porta dritti al fallimento. Lo sa bene Saab, che produceva auto di qualità ma senza ricavarne un margine sufficiente dal suo portfolio clienti. E oggi Saab è fallita (ahimè).

Certo, la durevolezza è un investimento e farebbe un gran bene all’ambiente. Ma se gli sforzi dei produttori industriali di materiali sono incentrati su durevolezza e qualità lo stesso non si può dire della domanda di mercato. Ditemi un po’ voi: i vostri amici che optano per una Punto sono forse tutti forzati dell’auto al limite dell’indigenza che mai potrebbero permettersi una Audi?

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21 Responses to Obsolescenza programmata

  1. jumpjack says:

    C’e’ un H di troppo in questo articolo (ha -> a)

  2. ijk-ijk says:

    Quindi il crollo del mercato dell’auto è dovuto ad un miglioramento della durevolezza dei modelli?

  3. Emanuele says:

    Bentornato.

    Tutti ragionamenti abbastanza ragionevoli, se considerati singolarmente; ma (secondo me) mancano il punto. Ad esempio, dire prima

    in un mercato privo di beni durevoli qualunque azienda ne producesse guadagnerebbe immediatamente una robusta fetta di mercato

    e poi dover ammettere che nella dura realtà

    Saab, che produceva auto di qualità ma senza ricavarne un margine sufficiente dal suo parco clienti (…) è fallita (ahimè)

    non è contraddittorio?

    Mi sembra sia ciò che obietta (in termini diversi) anche il precedente commento.

    • Ciao Emanuele. Probabilmente mi sono espresso male io nell’articolo. Lo dico in altro modo: il punto e’ che la durabilita’ costa e non tutti sono disposti a pagare. Insomma, uno puo’ anche lamentarsi che la sua lavatrice s’e’ rotta dopo 2 anni, subito dopo la fine della garanzia (obsolescenza programmata!) ma se si prende una lavatrice fatta bene, che costa 3 volte tante, scopre che di anni ne dura 10 (la mia ne ha 13). Un po’ la stessa cosa si puo’ dire per le auto. Poi, tenersi i soldi in tasca fa piacere a tutti ma eviterei di dar la colpa al complotto quando le cose si rompono prematuramente rispetto alla attese/desideri.

      Il primo commento che citi serve a spiegare che la storia che tutti i produttori sono associati stile Spectre per costruire solo roba che si scassa subito per forzare i consumatori a ricomprarla e’ una banfa, perche’ lascerebbe praterie alla concorrenza. Werner Scholz, direttore dell’associazione tedesca dei costruttori di elettrodomestici, ebbe a dire sulla lungimiranza dell’obsolescenza pianificata come politica aziendale (“dopo aver comprato un prodotto scadente, il cliente probabilmente acquisterà da un altro produttore”).

      Il secondo evidenzia che l’obsolescenza programmata non e’ la gallina dalle uova d’oro e va maneggiata con cura, onde evitare di far la fine di Saab. Saab falli’ perche’ produceva auto ottime ma i suoi compratori – i compratori, nessun complotto della Spectre – non erano disposti a pagarla il necessario.

      • Emanuele says:

        Grazie per il chiarimento. Confermo che il tuo ragionamento fila. Ho, però, l’impressione che valga solo per alcuni settori di mercato.

        Esempio: i rasoi elettrici. Anche i modelli di fascia alta (e/o “di marca”) hanno spesso delle parti poco resistenti che si rompono facilmente o batterie di tecnologia antiquata (specie per certe fasce di prezzo) nemmeno sostituibili a fine vita. L’esempio non è scelto a caso: parlo per esperienza personale :)

        In questi casi, penso che la strategia di mercato più efficace sia evidentemente quella dell’obsolescenza (rapida) programmata senza che ci siano, purtroppo, marchi che tengano. È un complotto? È un cartello? È il libero mercato che va così? Tuttavia il risultato è quello.

        Attenzione: non sto dicendo che non esistano affatto (ad esempio) rasoi elettrici durevoli. Sono, però, una minoranza difficile da scovare con “sorprese” a riguardo di prezzi e marchi. I modelli migliori (secondo questo punto di vista) sono annegati in un marasma di prodotti valutati in base a frizzi e lazzi che nulla hanno a che fare con la robustezza o qualità del prodotto.

      • Tocchi il tasto giusto: in alcuni settori e’ relativamente facile riconoscere i prodotti durevoli (auto, lavatrici, frigoriferi), in altri no (rasoi, piccoli elettrodomestici vari). Una standardizzazione della durabilita’ farebbe un gran bene. Certo e’ una cosa enorme, che richiede la definizione di moltissimi standard.

  4. fausto says:

    Invece secondo me centra bene il punto, almeno un punto importante: se vogliamo spingere l’utente finale a scegliere prodotti decenti, forse dobbiamo incentivarlo un po. In definitiva ci vorrebbe poi poco.

    Immaginiamo di tassare all’origine un elettrodomestico per lo smaltimento. Il modello schifoso costa 50 euro, e quello decente 100 euro. Piazzo una tassa piatta su tutti e due che assorbe tutto: e appiattisco la differenza tra i due. Immettere un + qualcosa in tutti i prezzi significa spianare le differenze. Indovinate, al decrescere della differenza, cosa comprerebbero gli italiani. E’ un approccio drastico, e magari un po stupido; ma lo propongo a livello di mera provocazione.

    Un’altra cosa che si potrebbe fare è ragionare sulle durate di garanzia. Offrire qualche incentivo valido ai produttori che si impegnano ad estenderla oltre i 2 modesti anni di ordinanza. Questo magari è più immediato, e più facile da reclamizzare a livello di etichetta. In generale mi sembra che manchi un po la coscienza del valore di queste scelte, anche a livello di decisori politici.

    • Emanuele says:

      Ok. Se questo era il punto dell’articolo, francamente non mi sembra affatto chiaro. Almeno a me.

      Ciononostante, non mi sembra che quanto tu proponi sia minimamente in antinomia con quello che gli ambientalisti stigmatizzati nel post denunciano, anzi…

    • Fausto, l’idea della tassa sulla durabilita’ in stile pigouviano e’ interessante e certamente vicino alle soluzioni ambientaliste (tasse) ma se sei povero finisce che non ti puoi permettere nemmeno il modello schifoso.

  5. Bruno says:

    Questo articolo mi ha fatto venire in mente un episodio di quando ho comprato la mia cucina.
    Il venditore mi propone un frigo da 2000€, al che gli facci osservare che con la stessa capienza e classe energetica ce ne sono da 700-800€. Al che lui dice, si ma questo ti dura 20 anni.
    La mia replica è stata che se uno prendevo da 700 e mi durava solo 10 anni, dopo 10 anni ne avrei preso uno di classe energetica superiore e avrei speso meno.
    I

  6. Ciao Filippo e bentornato! Argomento interessante; penso che siano pochi i consumatori che scelgano “razionalmente” i loro beni come l’economia classica insegna effettuando un’analisi sul lungo periodo. Da una parte la moda (che spinge a cambiare qualsiasi cosa ogni 2 anni), dall’altra la fiducia nella tecnologia (so benissimo che posso intanto accontentarmi e poi in futuro troverò di meglio) e in ultimo la sfiducia nel futuro (accentuata dalla spirale della crisi) portano inevitabilmente a preferire l’oggi al domani.

  7. Quindi: l’obsolescenza programmata non paga sempre e i produttori devono usarla con cervello. Ho interpretato bene? Se sì, l’accenno gratuito ai fessi che pensano al “complotto!” è fuori luogo, in quanto il post conferma implicitamente che questa strategia esiste eccome.

    • Defcon70 says:

      I gomplottisti rimangono fessi perché non scelgono (da liberi consumatori) prodotti pensati per durare di più. Mi sembra banale.

    • Non c’e’ nessun complotto. Questo dice il post. Ognuno e’ libero di acquistare i beni con la durabilita’ che vuole, pagandola il dovuto. E’ il mercato, baby.

      • Mmmh… che ognuno sia “libero” di scegliere, quando sappiamo benissimo che la bilancia pende dalla parte di vende, è del tutto opinabile: ad esempio, qui in Belgio, dove vivo io (ma immagino anche in altri Paesi del Nord Europa), gli elettrodomestici SMEG sono considerati il non-plus-ultra (bel design, marca italiana ecc.) anche se la loro qualità/durabilità è piuttosto bassa. Ho il serio dubbio che la gente sappia quello che compra (a caro prezzo) quando li acquista, invece di, mettiamo, un elettrodomestico Siemens che costa uguale. Questo per dire che “ognuno è libero di acquistare…” non sta in piedi, perchè io, povero consumatore, magari di cultura medio-bassa, non abbonato a Test-Achats, e parecchio influenzato dalla pubblicità e dalle mode (la maggioranza, diciamo), come faccio a scegliere? Basandomi sul prezzo? Mah.
        Un punto finale: per me il “complotto” esiste, eccome: perchè nessuna grande industria ammette senza mezzi termini che l’obsolescenza programmata viene utilizzata come strumento di mercato?

      • Che la bilancia penda dalla parte di chi venda e’ vero solo in tempi di deficit di offerta. La crisi economica attuale, al contrario, e’ una crisi da deficit di domanda e chi vende oggi ha ben poco da fare lo schizzinoso quando c’e’ da accontentare il cliente. Poi se uno spende soldi suoi e non si prende nemmeno la briga di informarsi su quel che compra e’ difficile dare la colpa a chi vende. Infine, la ragione per cui l’utilizzo del termine “obsolescenza programmata” non e’ promosso come strumento di mercato e’ semplice: da una parte e’ un termine tecnico da addetti ai lavori, che interessa chi si occupa di economia industriale, dall’altro se ne evita la strumentalizzazione da parte di gruppi interessati – anche tra ambientalisti o concorrenti c’e’ chi non lesina mezze verita’ e propaganda senza scrupoli per i propri scopi, nobili o meno che siano.

  8. Magari sono un pignolo, ma per me “obsolescenza programmata” significa far sì che un prodotto, di buona o cattiva qualità, non importa, sia concepito e prodotto per rompersi PRIMA di quanto la tecnica di fabbricazione e i materiali che lo compongono consentirebbero. Credo che per la gente comune questo sia il significato percepito e, in fondo, l’argomento da dibattere più interessante rispetto al fatto che un prodotto fatto meglio (e mediamente più costoso) dura di più di uno mediocre.

    • Defcon70 says:

      Il discorso non cambia: poco più che ventenne ero un tipo molto comune e mi feci comprare una Panda 750 Fire dai miei genitori, usata di 2 anni. Poco dopo notai che ad altre Panda dello stesso tipo, magari un po’ più vecchie, si allentava e cedeva il sostegno del paraurti anteriore, all’altezza dei passaruota. Davo la colpa ai rispettivi conducenti, che non sapevano parcheggiare e che sbattevano ovunque ma poco dopo anche alla mia ha cominciato a cedere lo stesso sostegno… Sono passati vent’anni, sono un tipo ancora (abbastanza) comune, di auto ne ho avute altre 5, nessuna di queste è più stata una Fiat.

    • Le tue idee sul termine “obsolescenza programmata” non sono corrette. Il prodotto si rompe nel tempo in cui e’ stato progettato per durare (per motivi in genere diversi). Non prima. Sta scritto nel post.

  9. Andrea says:

    ciao a tutti, io sono uno studente di 5 superiore, non sono molto informato sulla questione OBSOLESCENZA PROGRAMMATA, però vorrei saperne molto di più, perchè è molto interessante e quindi vorrei che fosse il mio argomento d’esame, dato che quest’anno ho la maturità. Io faccio un liceo professionale, Perito Meccanico, vorrei basare la mia tesina sull’obsolescenza programmata sulle AUTOMOBILI. Volevo sapere se potevo avere consigli e opinioni sulla questione AUTOMOBILI, dato che vi reputo molto informati :) . Grazie mille.
    Andrea

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