Marchionne e il lavoro del manager

Su Marchionne si posso dire tante cose, antipatico, egocentrico, spigoloso, quelchevolete. Ma sui suoi risultati da manager di FIAT non si discute. Semplicemente detto, negli ultimi 10 anni, Marchionne ha salvato due enormi gruppi industriali praticamente già morti.

Marchionne ha infatti preso in mano un gruppo fallito chiamato dalle banche che vedevano a rischio il proprio investimento (prestiti ingentissimi per “salvare” FIAT dai management precedenti). Ha sanato i conti, ottimizzato la produzione, investito la liquidità in innovazione tecnologica e nell’acquisizione di Chrysler, ora completa. Negli ultimi 3 anni ha fatto utili in Nord e Sud America, compensando le perdite enormi del mercato italiano ed europeo, consentendo di non chiudere le fabbriche italiane – sì, perché la cassa integrazione serve ai lavoratori ma non all’azienda che quei soldi manco li vede, e che può chiedere la cassa integrazione per i propri dipendenti proprio perché non sta fallendo – ha portato più innovazione tecnologica, di produzione e di prodotto in Chrysler che in FIAT, perché il mercato americano dell’auto è più arretrato dal punto di vista tecnico rispetto a quello europeo. Senza l’accordo con Chrysler del 2009, probabilmente gli stabilimenti FIAT in Italia sarebbero chiusi da un paio d’anni.

Tutto finito? No, ci mancherebbe. Per il futuro sicuramente Marchionne deve rinnovare i prodotti per il mercato europeo, dove il gruppo FIAT ha perso mercato e immagine rispetto ai concorrenti tedeschi – ma non troppo rispetto ai francesi: la crisi di PSA Peugeot-Citroen è ben più grave di quella di FIAT ed è sostenuta da ingentissimi interventi del governo francese. I grandi gruppi tedeschi (VW, BMW, Daimler) hanno tenuto sul mercato europeo e sono in enorme vantaggio in Cina. Credo che la partita se la giocheranno sull’India e sul rilancio in Europa. Per gli stabilimenti italiani, Marchionne ha il dovere morale di conservare quanto più possibile il lavoro, sebbene le previsioni siano cattive. Insieme al governo, deve riproporre un sistema di gestione in cui i rappresentanti dei lavoratori siedano nel CdA. Proposta già fatta anni fa e rifiutata dai sindacati nostrani: ma che è l’unica salvezza, come dimostra il caso tedesco.

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