To Europe or not to Europe?

Il mio articolo per iMille-magazine, scritto a quattro mani con l’energisauro.

In Italia, il dibattito mediatico sulla politica energetica si concentra su singoli fatti, viene spesso combattuto senza esclusione di colpi, tramite slogan ipersemplificati – fotovoltaico bello ma costoso, fracking e terremoti, nucleare e radiazioni mortali – da tifoserie contrapposte. Come conseguenza, il punto di partenza, la decarbonizzazione dell’economia, viene irrimediabilmente smarrito. Il fenomeno anti-europeista di questi ultimi mesi sostiene che l’Italia potrebbe raggiungere da sola e meglio l’obbiettivo della decarbonizzazione. Le cose stanno davvero così? Abbiamo davvero bisogno dell’Europa, la cui presenza secondo gli anti-europeisti sarebbe invadente e ingombrante, e delle politiche energetiche e ambientali di Bruxelles? Vediamo.


Riscaldamento globale (global warming). Probabilmente il tema più noto e dibattuto di questo secolo. In breve, il pianeta si sta lentamente riscaldando con tutte le conseguenze che questo comporta sul clima e sulla biosfera (siccità, eventi naturali estremi, eccetera). Il 95% degli scienziati concorda che il riscaldamento globale sia principalmente dovuto all’attività umana e alle emissioni dei gas serra provenienti dalla combustione delle fonti energetiche fossili (carbone, petrolio, gas naturale) che alimentano l’economia produttivista moderna. Da tempo l’Europa ha assunto ruolo e responsabilità di leader mondiale nella decarbonizzazione dell’economia. Nel 2008 i paesi membri si sono impegnati col celebre pacchetto clima-energia “20-20-20” nel Protocollo di Kyoto – più efficienza, più rinnovabili, meno emissioni. L’Italia ha giustamente aderito all’iniziativa, elaborando nel 2009 il Piano di Azione Nazionale per le Energie Rinnovabili (PAN), nel 2011 il Piano di Azione per l’Efficienza Energetica (PAEE) e nel 2013 la Strategia Energetica Nazionale (SEN), quest’ultima colpevolmente assente dalle politiche nazionali da più di venti anni. L’Italia è responsabile per circa l’un per cento delle emissioni planetaria. Altrimenti detto, una qualsiasi strategia nazionale isolata risolverebbe ben poco del problema del riscaldamento globale. E’ dunque necessaria una lobby forte e autorevole capace di spingere le maggiori economie mondiali (USA e Cina) verso la decarbonizzazione dell’economia produttivista globale, possibilmente con un accordo vincolante già dalla prossima conferenza sul clima nel 2015. Insomma, su temi globali come il riscaldamento del pianeta, decisamente Europa Sì.

Inquinamento dell’aria e polveri sottili. Le polveri sottili sono certamente uno dei maggiori problemi ambientali delle città italiane. Prodotte principalmente dalla combustione di prodotti petroliferi di auto, industrie ed edifici, le nostre città superano regolarmente i limiti di emissioni imposti per legge, con tutte le conseguenze e i rischi del caso per la salute dei residenti. Da anni Legambiente combatte strenuamente contro i PM10. La Commissione Europea ha imposto delle sanzioni ai comuni inadempienti e, per rientrare nella norma comunitaria, in molti comuni italiani si è ricorsi a soluzioni quali la circolazione a targhe alterne o blocchi del traffico. Una soluzione strutturale al problema viene ancora dal pacchetto clima-energia “20-20-20” di Kyoto, recepito in diversi Paesi Europei tramite il “Patto dei sindaci”. Questi ultimi si impegnano a stilare un “piano di azione per l’energia sostenibile” (PAES) per tagliare le emissioni di gas serra del 20% entro il 2020. Più di 1.300 comuni Italiani hanno aderito e l’82% di essi ha presentato il proprio PAES. Insomma, anche per l’inquinamento cittadino Europa Sì.

Costo dell’energia. In tempi di crisi economica, la questione del costo dell’energia è argomento importante e delicato. Se osserviamo la realtà delle infrastrutture per il trasporto dell’energia, l’Italia è interessata da cinque corridoi, due per l’elettricità e tre per il gas. Per quel che riguarda l’elettricità, il chilowattora costa in Italia circa il 50% in più che in Germania. E’ erroneo però imputare questo differenziale a lobbismi europei di Berlino a nostro sfavore. La realtà è che in Germania il dibattito sull’energia è di buon livello. I cittadini tedeschi, chiamati a scegliere tra rinnovabili ancora legate a incentivi statali o carbone e nucleare a prezzi bassi ma con problematiche ambientali di vario tipo, sono generalmente consci della cruda realtà delle alternative disponibili. In Italia, invece, il dibattito pubblico si arena sul No carbone, No nucleare, No incentivi alle rinnovabili, No Tav, No inceneritori, No rigassificatori e via così, nel più classico movimentismo del non fare che contraddistingue ancore troppo spesso il nostro paese, avulso dalle dinamiche del mondo reale. Per quel che riguarda il gas naturale, infatti, è ben noto il prezzo del gas deriva essenzialmente dal costo d’importazione stabilito con i fornitori, che per l’Italia sono Russia, Libia e Algeria. L’Italia da sola può soltanto sperare che i contratti di fornitura di lungo periodo  vengano rinnovati da tali paesi con clausole meno punitive di quelli vigenti ora. Da tempo invece Bruxelles spinge per un mercato europeo integrato per elettricità e gas che farebbe complessivamente risparmiare ai Paesi membri circa 35 miliardi l’anno dal 2015. Nonostante i piani di Bruxelles, però, è probabile che i prezzi in Europa resteranno superiori a quelli in USA, che possono beneficiare dello sfruttamento dello shale gas.  In Europa la strada dello shale gas sembra difficilmente percorribile rispetto agli Stati Uniti, a causa di una maggiore densità abitativa, di diritti del sottosuolo appartenenti allo Stato e non dei privati, per utilizzo di grosse quantità di acqua e maggiori costi di estrazione. Diversi studi in merito sono stati effettuati dal centro di ricerche della Commissione Europea mentre in Italia CNR ed Enea non si sono ancora espressi. L’unica via per tornare competitivi sui costi dell’energia sembra dunque passare necessariamente dall’integrazione europea del mercato dell’energia. Anche qui, allora, Europa Sì.

Dipendenza dalle importazioni di petrolio. Oramai da due anni il prezzo del petrolio si è assestato su un valore medio superiore ai 100$ al barile. Un prezzo molto più alto del passato. I problemi di caro-benzina che ne conseguono rendono necessario lo sviluppo di alternative valide per il trasporto su gomma di merci e persone da cui l’Italia è cronicamente dipendente. In Europa è attualmente in fase di elaborazione la strategia “clean power for transport”, con l’obbiettivo di imporre ai Paesi membri di fornirsi di adeguate infrastrutture per la ricarica di auto elettriche e a metano, oltre di punti di rifornimento di metano liquefatto per camion e navi. Il nostro Ministero delle Infrastrutture è pronto a recepire la direttiva. Siamo ancora lontani dall’attuazione capillare del programma, ma Europa Sì. Decisamente.

Concludendo. Di Europa e integrazione sentiremo certamente parlare a lungo nei prossimi mesi e anni. E’ evidente come, per problemi di portata globale, l’integrazione Europea sia necessaria. Problematiche più locali potevano e dovevano invece essere risolte direttamente da Roma, con strategie nazionali di lungo periodo. Purtroppo la demogogia dei comitati del No tutto e il immobilismo che ne è conseguito hanno avuto la meglio. In tal senso l’Europa ci è venuta incontro, obbligando i governi di Roma a fissare obbiettivi e tempistiche entro cui operare ma lasciando libertà d’azione per le iniziative concrete. L’Italia si è mossa talvolta con coerenza e visione (patto dei sindaci, efficienza energetica), talvolta con dilettantismo e approssimazione (incentivi al fotovoltaico colpevolmente generosi).

Insomma, certamente vi è ancora molto da fare, ma per quel che riguarda energia e ambiente Europa Sì.

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