Su I Limiti della Crescita

Da tempo volevo scrivere qualcosa sul rapporto del Club di Roma. Quello che negli anni ’70 ha plasmato indelebilmente l’ambientalismo moderno. Due settimane dopo aver provato a scrivere un articolo esaustivo sull’argomento, mi sono reso conto che non basterebbe una riga di libri per trattare tutto in dettaglio. Scrivo allora qui un primo post sull’argomento, semplificando al massimo, per fermare le idee e procedere oltre. I lettori mi scuseranno per lo stato di semi-apnea di questo blog nelle ultime due settimane.

Capitolo Primo. Quelli del Club di Roma. Fondato nel 1968, il Club prese il nome della città in cui si riunì per la prima volta (Roma) e divenne famoso per il successivo rapporto del 1972 sui limiti della crescita (The Limits to Growth). Grazie all’uso di un modello matematico, il rapporto conteneva una predizione del trend mondiale futuro per alcune macrovariabili (popolazione, produzione, cibo, inquinamento e risorse naturali) concludendo che la crescita economica del modello produttivista non potesse continuare indefinitamente. Al contrario, essa avrebbe trovato una soglia insormontabile nella limitata disponibilità di risorse naturali. In sunto: la crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite non è possibile. Di più, si prevedeva che il collasso del sistema economico e sociale della civiltà moderna dovesse avvenire nel 21o secolo, ridimensionando bruscamente il numero degli abitanti sul pianeta.

Una data precisa non venne fornita, ma certamente una differenza di 10 o 20 anni non è cruciale. Il grafico sotto lo avrete probabilmente già visto e dice niente più di quanto scritto sopra.

limits to growthLa teoria fu rigettata dalla comunità scientifica internazionale dell’epoca, soprattutto quella economica, sostenendo che il modello World3 – quello usato dal Club di Roma – sottostimava l’effetto dello sviluppo tecnologico come volano della crescita economica. Fu da lì che, circa 30 anni fa, la spaccatura iniziata da Hubbert tra studiosi dell’esaurimento delle risorse geologi o economisti si consumò fino in fondo. Ancora oggi questa spaccatura è reale e concreta, con arroccamenti sulle proprie posizioni al limite della fede. L’aspetto più disarmante, però, è che nella guerra tra bande per sostenere questa o quella tesi, quelli che hanno esaminato il modello World3 per capire come esso giunge alle conclusioni espresse sopra sono davvero pochi. Insomma, dire che il modello World3 è un complesso sistema di equazioni differenziali che descrivono la risultante sulla popolazione derivanti dall’interazioni tra le macro-variabili analizzate senza saper dire come si svolge quell’interazione ma sostenendo la bontà o la pochezza delle conclusioni è un muscoloso Ipse Dixit – altri più autorevoli l’hanno fatto e quindi non si discute, per la piena compresione c’è tempo. Va da sè che l’ipse dixit è una delle posizioni forse più acritiche e anti-scientifiche esistenti. A voler ben guardare, il modello World3 non è nemmeno così complesso come si decanta.

Capitolo due. Il World3 e la dinamica dei sistemi. Il modello World3 è un modello matematico scritto in un linguaggio chiamato DYNAMO. Il codice sorgente DYNAMO per il modello World3 è stata pubblicato su Dynamics of Growth in a Finite World assieme all’analisi del sistema di equazioni differenziali accoppiate (qualche centinaio) che costituiscono il modello World3. Chi avesse studiato modelli matematici, come questo blog, non mancherà di notare la provenienza di DYNAMO dall’epoca FORTRAN, quando i programmi giravano su schede perforate e le variabili avevano improbabili nomi come “FIALD” (che sta per “Fraction of Inputs Allocated to Land Development”). Nonostante l’archeologia computazionale, la dinamica dei sistemi del World3 offre ampi spunti di discussione, ahimè, non tutti positivi. Da una parte il tentativo del Club di Roma di descrivere e modellare correttamente le macro-dinamiche di base che governano la crescita economica della società produttivista dell’epoca – stiamo parlando di un rapporto scritto 40 anni fa – nella finitezza della cornice planetaria è economiabile. Il World3, se volete, rappresenta forse il primo approccio di Life-Cycle Assessment (LCA) in materia di crescita economica e risorse naturali, approccio ancora oggi molto lacunoso nell’economia standard. Purtroppo, come ogni modello, il World3 esiste solo all’interno di un ben preciso campo di applicabilità, che dipende dalle assunzioni iniziali, e al suo interno opera. Altrimenti detto, i risultati di qualsiasi modello dipendono delle condizioni che lo definiscono. Il modello di Dio non esiste, con buona pace di quelli che la Dinamica dei Sistemi e le equazioni differenziali accoppiate.

Capitolo tre. Punti-leva di un sistema. Tempo fa, su questo blog, avemmo modo di commentare un articolo di Donella Meadows, autrice del World3 (lo trovate tradotto su ASPO). Nel lungo articolo si trova una definizione dei punti-leva di un sistema, quei punti che definiscono il sistema stesso e sui quali cui minime sollecitazioni danno origine a cambiamenti enormi. Ogni sistema ne possiede. Val la pena citare il commento di Donella Meadows sui punti-leva dei sistema economico moderno:

L’idea condivisa nelle menti della società, la grande ipotesi taciuta – taciuta perché non è necessario dichiararla; tutti già lo sanno – costituisce lo schema della società, o più profondamente il sistema di credenze su come funziona il mondo. [..] La Crescita è buona. La Natura è una riserva di risorse da convertire per gli scopi umani. L’evoluzione si ferma con la comparsa dell’Homo Sapiens. Si può “possedere” la terra. Queste sono solo alcune delle poche assunzioni paradigmatiche della cultura corrente, hanno tutte assolutamente lasciato di stucco altre culture, che pensavano che le cose non fossero così ovvie.

Purtroppo per Donella Meadows, nessun sistema sfugge a questa regola, nemmeno il sistema-mondo modellato nel World3. Ora, i punti-leva del World3, le pietre angolari che definiscono sistema e reazioni alle sollecitazioni, sono essenzialmente tre.
1) La crescita economico è correlata all’attività industriale con una curva crescente e l’attività industriale al consumo di materie prime. In pratica, per fare più soldi si deve scavare di più e bon. Vengono presi a valenza generale alcuni esempi particolari (acciaio, rame) nella cornice americana.

2) La crescita economica è correlata alla fertilità. La curva ha un andamento bizzarro, lo vedete sotto, che dice essenzialmente questo: i poveri tendono a fare molti figli (faccio molti figli perchè pochi sopravviveranno), l’aumento della ricchezza porta il tasso di fertilità a stabilizzarsi attorno ai 2 figli per coppia (faccio i figli che mi posso permettere) salvo crescere ancora all’aumentare della ricchezza oltre un certo limite (faccio più figli perchè sono ricco e mi posso permettere di averne tanti).

3) La produzione industriale è direttamente correlata all’inquinamento e l’inquinamento al tasso di mortalità. Altrimenti detto, producendo oltremisura si finisce a morirere di inquinamento (curva C” nel grafico).

Come detto, da questi tre capisaldi derivano essenzialmente le risposte del sistema-mondo simulato dal World3. La forma delle curve dei grafici sopra determina questa o quella predizione. Purtroppo esse non sono esenti da critiche.

Capitolo quattro. Collasso (?) Come detto sopra, il modello World3 assume una relazione diretta tra crescita economica e consumo di risorse naturali, sul modello del consumo di acciaio, rame e altri negli USA. Nel modello del Club di Roma, si assumono gli USA quale esempio di economia ricca le cui azioni verranno sistematicamente ripetute da chiunque diventasse altrettanto ricco. Questo è un assunto ricorrente del World3, lo vedremo spesso nel seguito, ma ben poco giustificato, perchè assume che l’unico modo per crescere economicamente sia sposare in toto il modello americano degli anni 70, scelte etiche e sprechi inclusi. Val la pena notare che, continuando la serie storica nella relazione tra consumo e crescita economica, l’esempio dell’acciaio in America mostra i suoi limiti. Non solo la produzione totale di acciaio americana si assesta oggi a meno del 90% del totale del 1980, nonostante il robusto l’incremento demografico e del PIL americano nello stesso periodo. Studi recenti identificano una relazione a U rovesciata tra consumo di acciaio e crescita economica. In pratica, al crescere del PIL pro-capite il trend crescente assunto dal Club di Roma non vale più e si inverte, diventando decrescente (cioè serve sempre meno acciaio per far crescere l’economia – le infrastrutture si costruiscono una volta sola).

Punto secondo, la fertilità. Il World3 prevede che all’aumentare della ricchezza la fertilità prima diminuisca fino a stabilizzarsi sui 2 figli per coppia, poi, al crescere ulteriore della ricchezza, aumenti di nuovo. Questo modello teorico basa l’assunto del secondo aumento su una ricerca condotta in America (ancora) sulle intenzioni di avere quattro o più figli a seconda del reddito. Americanocentrismo a parte e avendo ben chiara la differenza tra dichiarazioni di intenzioni e fatti, i dati demografici al tempo dello rapporto del Club di Roma non mostrano indicazioni di tale aumento (si veda il grafico sotto) nè se ne vedono 40 anni di demografia e crescita economica dopo.

limits-to-growth-fertilityraterealAlla crescita economica nel World3 segue la crescita (inesorabile) della popolazione, che fa crescere anche il prodotto industriale, il consumo di risorse naturali e l’inquinamento, fino al – voilà – collasso. In pratica, il mondo simulato dal World3 è programmato per esplodere demograficamente, a meno di non porre dei freni esterni come il controllo delle nascite, su cui gli autori insistettero moltissimo. Ancora oggi, a 40 anni di distanza, Lester Brown nel suo Piano B, popolarissimo tra gli ambientalisti, sostiene fondamentalmente le stesse cose. A margine, va notato che nel World3 il PIL non è scontato dell’inflazione e pertanto cresce inesorabilmente nel tempo, assieme alla popolazione e via di nuovo come sopra.

Punto terzo, l’economia. Misurare il prodotto industriale in dollari equivalenti vuol dire buttare a mare non solo le teorie economiche base del valore d’uso e valore di scambio, ma anche tutte le questioni monetarie (svalutazione, inflazione, eccetera) e di mercato (domanda e offerta). In altri termini, come lo studio stesso ammette, la parte economica nell’accesso a risorse naturali non è inclusa e si ammette che tutti abbiano accesso a tutto, data l’assenza di una relazione di domanda-offerta che regola l’accessibilita’ alle risorse naturali. Di più, si ammette che un mondo che muore di inquinamento da iperconsumo continui a produrre e comperare auto a testa bassa per alimentare la crescita economica. Se fisicamente è possibile, economicamente e umanamente non sta in piedi, perchè vorrebbe dire continuare a sognare una Ferrari in un mondo iperinquinato invece di una salute a posto. In pratica, il mondo simulato dal World3 continua a produrre anche quando non è più conveniente farlo, un mostro che divora se stesso – lo stesso messaggio venne espresso sempre negli anni ’70 dall’iconografia degli zombie di Romero, che fu una critica sociale al capitalismo produttivista americano (il consumatore che consuma se stesso) simile a quella del Club di Roma, come molti altri vettori sociali dello stesso periodo che partorirono messaggi similari.

Punto quarto, più barboso e accademico, l’affidabilità delle serie storiche. Se l’America ha una tradizione rodata di serie storiche manutenute con precisione maniacale, lo stesso non si può certo dire per il resto del mondo. Su consumo e entità delle risorse naturali, ad esempio, serie storiche affidabili per l’Unione Europea esistono solo per gli ultimi 20 anni, decisamente troppo pochi per tirare le somme. Questo per non parlare dei paesi emergenti o di quelli a democrazia limitata. Davvero qualcuno crede alle statistiche degli enti governativi venezuelani o argentini? L’assunto per cui l’America fungerebbe da esempio e le sue serie storiche sarebbero applicabili al mondo intero è puramente ideologico ed è lo stesso presupposto (fallace) alla base delle erronee previsioni di Malthus di catastrofi demografiche imminenti.

Capitolo cinque. Esaurimento delle risorse. La domanda iniziale del Club di Roma era semplice ma efficace: la società moderna ha superato (o supererà) la capacità di carico del pianeta? Dipende da come si definisce e dunque misura la capacità di carico. Sull’esempio di Malthus, gli studi neo-malthusiani hanno la tendenza comune a predirre catastrofi imminenti, limitandosi a estrapolazioni all’infinito dell’andamento della domanda in periodi storici definiti. Particolarmente inclini a ipotesi molto conservative sul progresso tecnologico, solitamente contabilizzato con un bruto aumento dell’efficienza dei processi produttivi ma mancando completamente l’effetto di game-changer – basti pensare ai cambiamenti portati nel mondo dall’invenzione della stampa – e altrettanto inclini a ipotesi erronee sulle dinamiche di sfruttamento delle risorse naturali, soprattutto per ignoranza in materia economica, molti neo-malthusiani videro nell’aumento dei prezzi del petrolio del 1980 la prova che le risorse petrolifere stavano inesorabilmente scarseggiando. Anche Lester Brown intrepretò l’aumento dei prezzi alimentari in Cina nel 1993 come una prova del raggiungimento del limite della produzione di cibo pro-capite. Lungi dall’essere scientificamente obiettivo, questo atteggiamento probabilmente riflette l’ipocondria di personaggi graniticamente convinti di una catastrofe imminente e spaventati dal futuro, tanto da lanciare allarmi sociali ad ogni starnuto.

Concludendo. Cose da dire sul rapporto del Club di Roma ce ne sarebbe a pacchi e molto è stato detto, con senno o meno, nei 40 anni trascorsi dalla prima edizione del rapporto nel 1972. Qui ci limiteremo a qualche considerazione generale. Prima di tutto, il modello World3 è una estensione di quello più famoso di Hubbert per il picco del petrolio, già caro a quelli di ASPO, e predice, guarda un po’, il picco del tutto. Hubbert, a sua volta, trasse ispirazione dall’esaurimento delle risorse per l’aumento della popolazione di Malthus. Va da sè che sia Hubbert che il Club di Roma hanno ereditato alcuni limiti delle teorie di Malthus nelle loro trattazioni, americanocentrismo delle assunzioni globali in primis. Non è un caso che Vaclav Smil, uno dei più grandi esperti d’energia esistenti, a suo tempo rivolse parole poco encomiabili sulla fondatezza scientifica del modello World3 del Club di Roma:

Quelli di noi che conoscevano il linguaggio DYNAMO in cui è stata scritta la simulazione [il modello World3, ndFZ] e coloro che hanno esaminato il modello linea per linea hanno capito subito che avevamo a che fare con un esercizio di disinformazione e mistificazione piuttosto che con un modello capace di fornire conclusioni di valore. Sono rimasto particolarmente stupito dalle variabili etichettate come “Risorse non rinnovabili” e “Inquinamento” (per citare solo alcuni sparuti esempi tra i molti possibili). Aggregando risorse altamente sostituibili ma relativamente limitate di liquid oil con depositi insostituibili ma immensi di sedimenti fosfati o gas atmosferici di breve durata con rifiuti radioattivi a lunga vita, mi hanno colpito per la straordinaria mancanza di significato.

Più prosaicamente, I Limiti della Crescita era un rapporto contro l’inquinamento ambientale americano dell’epoca, che vedeva nella cessazione della crescita globale e dello sviluppo economico l’unica soluzione possibile per evitare la catastrofe. All’epoca queste conclusioni fecero infuriare i delegati del Terzo Mondo che le rifiutarono: meglio risolvere il problema dell’inquinamento e dell’iperconsumo aggredendo il sistema produttivo dei paesi sviluppati – tramite vincoli o stimoli economici – che bloccare la crescita globale condannando i paesi poveri al sottosviluppo eterno. Difficile dar loro torto.

La mancanza del filtro (umano) operato dall’economia su produzione e accesso alle risorse naturali causa l’overshooting del mondo simulato dal World3 per l’ovvio motivo che la crescita materiale infinita in un mondo finito non è perseguibile. Nessuno lo nega, nemmeno gli economisti – le teorie economiche moderne sono di fatto teorie della scarsità – e non serve un modello matematico di centinaia di equazioni differenziali accoppiate per arrivarci. Solitamente la risposta al dilemma della crescita è quella del disaccopiamento tra crescita economica e risorse naturali/ambiente. Si pressuppone cioè che per continuare ad avere una crescita economica con un minore impatto ambientale basti produrre sempre meglio, utilizzando minori risorse naturali, riciclando o riutilizzando. Questo blog invece, intanto che l’economia si mette in pari con le valutazioni economiche del ciclo di vita, crede che bisognerebbe parlare di più e meglio di dematerializzazione dell’economia. A meno di non credere che i 20 miliardi pagati per Whatsapp abbiano lo stesso peso ambientale dei miliardi pagati da Alcoa per la produzione di alluminio primario in Sardegna.

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14 Responses to Su I Limiti della Crescita

  1. michele says:

    Come sempre vivi complimenti per l’articolo non poco articolato. Io comunque condivido il pensiero in merito alla sovrappopolazione, ossia non possiamo pensare di continuare a crescere in questo merito senza prima risolvere i problemi che stanno alla base. Ossia già ora moltissimi individui muoiono di fame , domani potrebbe essere ancor peggio.

  2. sesto rasi says:

    Filippo, grazie per l’insight sulle principali curve caratteristiche in input al modello.

    Apro con una battuta che circolava nell’ambiente quando mi occupavo di simulatori dinamici delle centrali termoelettriche:
    ” Tutti credono ai risultati di uno sperimentale, tranne lui; nessuno crede ai risultati di un numerico, tranne lui”.
    Sì, perchè il modellista nel suo modo di agire ha questo modo di procedere: prova un fantastico senso di soddisfazione quando il suo modello già non si pianta e fornisce delle curve. Ottenuto questo risultato, solo dopo di solito comincia a preoccuparsi di far aderire il suo modello alla realtà, ma non è raro che da quella prima milestone in poi gli output vengano pubblicati e, se il progetto si chiude, restano gli ultimi risultati noti e finiscono per essere presi per buoni. E il modellista ne è pure soddisfatto.

    Curioso che questi modelli siano tutti datati anni sessanta-settanta e, superata l’epoca delle schede perforate, nessuno abbia più prodotto nulla di nuovo. Per le strategie energetiche dei Paesi si usano tutt’oggi i Markal Times che, è pazzesco, elaborano centinaia di equazioni su generazione e uso finale ma pongono un’attenzione abbastanza garibaldina ai colli di bottiglia delle rete. Tra l’altro cose ben più recenti in merito sono state fatte (nell’attuale RSE, prima di varare il mercato italiano dell’energia elettrica, lo si simulò costruendo tutta la rete nazionale. Ma non se ne fece uno strumento software capace di essere riutilizzato daccapo per qualunque stato, restò un po’ come un’opera da scultore, per quanto che io sappia viene tuttora aggiornato).

    E questo mi porta a un altro discorso su cui volevo chiederti:
    hai ben sottolineato come si sia trascurato il vincolo dell’accesso alle risorse. Appunto: ma il modello del club di Roma tratta la Terra in modo zero-dimensionale? Cioè tutto viene visto come una gigantesca serie di frammenti di america a diversi livelli di sviluppo e poi gli sviluppi sommati senza tener conto delle resistenze offerte dai vincoli di interazione tra stati (cioè la scarsità è globale, 100% top down, e gli sviluppi singoli, 100% bottom up?
    Primo, questo inficierebbe non poco la dinamica del modello; secondo non terrebbe conto che uno dei più grossi indici di “sofferenza” da tenere in conto in aggiunta al semplice GDP procapite è la sua distribuzione ineguale.

    Purtroppo la tentazione di esporre qualcosa prima di averlo approfondito piuttosto che nulla è sempre forte. Specie se si è già capaci di venderlo bene. Oggi va di gran moda tale Latouche,e la sua decrescita felice. Ti linko due pezzettini successivi, più di impressione sociologica che di dati, su quel che ne penso:

    http://ultimomiglio.wordpress.com/2012/01/26/latouche-guru-della-decrescita-ma-mi-faccia-il-piacere/

    e subito dopo:

    http://ultimomiglio.wordpress.com/2012/02/19/downshifting-calare-il-tenore-di-vita-risparmio-efficienza-sara-vero/

    buona settimana

    • Hai molte ragioni. Io ho fatto il lavoro del modellista e dello sperimentale e posso confermare che spesso le cose vanno come le descrivi te. Anyway, subito dopo il rapporto originale, venne prodotto un secondo modello piu’ sofisticato (200.000 equazioni) che divideva il mondo in macro-blocchi sociali diversi e interagenti. Si intitolava Mankind at the Turning Point e, sorpresa, concludeva che i colli di bottiglia nella crescita non erano nella rigida disponibilita’ di risorse naturali ma nei comportamenti umani (accesso e distribuzione delle stesse). Pur essendo un rapporto ufficiale del Club di Roma, tra gli ambientalisti questo non se lo filo’ nessuno – nemmeno gli autori di Limits to Growth, che scrissero un update di LtG 20 anni piu’ tardi per dire essenzialmenet che tutto andava come previsto.

      Sul modello: l’interazione tra stati non c’e’ e va come dici te, e’ un insieme di piccole americhe non interagenti a diversi stadi di sviluppo. La teoria del commercio internazionale non c’e’, per dirne una, e la scarsità e’ globale, 100% top-down. Grazie per i link.

  3. assistente42 says:

    Abbiamo atteso, ma ne è valsa la pena :)

  4. Egidio Bernini says:

    Il link che hai messo verso il grafico del fertility rate porta ad un grafico che secondo me non c’entra , quello del tasso di fertilità con l’aspettativa di vita. Se su Gapminder crei quello corretto: tasso di fertilità con reddito procapite, oppure lo prendi da questo articolo http://physics.ucsd.edu/do-the-math/2013/09/the-real-population-problem/ si vede come effettivamente per i redditi alti il tasso di fertilità torna a crescere e non è un fenomeno solo americano come dici tu. Che LTG ci avesse visto quarant’anni fa a me sembra notevole….

    • Non so che grafico stai guardando su Gapminder.org, ma non c’e’ nessun aumento del tasso di fertilita’, nemmeno in USA. L’articolo di Tom Murphy da te linkato, probabilmente il peggiore che ha scritto, confonde il fertility rate con il population growth rate. La popolazione aumenta, lo abbiamo gia’ detto proprio su questo blog, non perche’ si nasce di piu’ ma perche’ si vive piu’ a lungo e si muore di meno. Fattorizzato correttamente nelle curve del World3, questo effetto dovrebbe entrare nella riduzione del mortality rate e non come aumento del fertility rate. La differenza non e’ tecnica come sembra, perche’ nel caso concreto si assiste a una stabilizzazione della popolazione – i demografici parlano di 10 miliardi nel 2050 – mentre nel World3 le nascite aumentano inarrestabili all’aumentare della ricchezza pro-capite, fino al collasso programmato. Semplicemente Tom Murphy ha preso un abbaglio, (stra)parlando di cose che non conosce (la demografia) senza essersi preso il tempo necessario a maneggiarne concetti e contenuti opportunamente – Tom e’ fisico, dopo lo strafalcione ha praticamente chiuso il blog. Capita ai chimici che parlano di sfruttamento delle risorse naturali senza sapere una cippa di economia, capita agli economisti che parlano di tecnologia con incerte conoscenze di scienze naturali. Poi, fa specie che basti un caso pure dubbio di una lunga disamina per affrettarsi a concludere che comunque “LTG ci avesse visto”, quando il post non sostiene nemmeno che LtG avesse completamente torto. Fa specie perche’ secondo me e’ proprio l’atteggiamento da ultra’ sostenitore che ha paralizzato il dibattito negli ultimi 40 anni.

  5. energisauro says:

    Complimenti come al solito per il tuo modo di fare informazione. Il tuo concetto “prmia studio, poi divulgo” non è purtroppo sempre praticato. Anyway, il punto chiave è secondo me il “game changer”, così come la stampa da te suggerita, potremmo indicare anche lo shale gas / shale oil, risorse fino a 20 anni fa sconosciute ma che di fatto hanno prolungato di diversi decenni la nostra “autonomia petrolifera”. Ovvio che andremo a cercare sempre più in posti sperduti (idrati di metano?) e difficili e l’EROI sarà sempre minore, ma resto convinto che l’età del petrolio non finirà quando l’ultima goccia sarà estratta. O i prezzi saliranno favorendo la diffusione delle alternative (plausibile) o le politiche ambientali climatiche forzeranno la riduzione della dipendenza dalle fossili (meno probabile) e, addirittura, di petrolio potrebbe essercene troppo!

  6. Jared Diamond, dopo aver scritto un libro secondo me fondamentale (“Armi, acciaio e malattie”) per capire le interazioni profonde fra storia, geografia, cultura, ecologia ed energia, ne ha scritto un altro (“Collasso”) nel quale si è concentrato sulle società che, appunto, sono collassate, tipicamente per un uso distorto ed eccessivo delle risorse naturale (il caso più famoso è l’Isola di Pasqua). A differenza del primo, il messaggio di questo secondo libro (non necessariamente il contenuto di dettaglio) sembra essere il solito dei catastrofisti: attenzione che ora succederà al mondo intero…
    Faccio questo esempio perché, parafrasando, mi sembra un po’ la stessa cosa accaduta con l’ambientalismo catastrofista. Se dal picco del petrolio si passa al “picco di tutto”, si finisce per costruire un mondo unidimensionale, in cui un solo fattore spiega qualunque cosa. E si perde di vista la realtà. In Armi, acciaio e malattie si spiegavano i mille diversi fattori – in genere molto materiali e materialistici, insomma in senso lato molto marxisti, probabilmente all’insaputa dell’autore – che determinano l’evoluzione delle civiltà, il successo o l’insuccesso di una cultura. Del resto, anche il grande Braudel, in “Civiltà materiale, economia e capitalismo” ha scritto pagine essenziali sulla differenza strutturale fra economie del grano ed economie del riso….Il Diamond di Armi, acciaio e malattie e Braudel hanno spiegato il mondo in modo multidimensionale, perché un sistema complesso lo è sempre. E un sistema umano lo è ancor di più.
    E quindi, Filippo, hai mille ragioni anche e sopratutto per questa frase che hai scritto in un commento al post: “Capita ai chimici che parlano di sfruttamento delle risorse naturali senza sapere una cippa di economia, capita agli economisti che parlano di tecnologia con incerte conoscenze di scienze naturali.”

    Ciò detto, due osservazioni di dettaglio e una considerazione di metodo.
    La prima osservazione di dettaglio: dal punto di vista storico e demografico, il punto più debole del modello mi sembra decisamente il meccanismo di previsione della popolazione, con quella curva che fa ri-crescere il numero di figli al crescere del reddito, che è stata decisamente falsificata dalla realtà. Dalla realtà europea, ovviamente, ma anche dal peso relativo delle popolazioni dei paesi emergenti.
    La seconda osservazione di dettaglio: a mio modo di vedere, disaccoppiamento e dematerializzazione dell’economia sono processi (e concetti) complementari. Il primo è un modo di misurare (e sperabilmente gestire) l’effetto del progresso tecnologico sull’impiego delle risorse (l’equazione semplificata Impatto=Popolazione x Reddito X Tecnologia, dove la tecnologia deve migliorare a tassi maggiori di quanto aumentino popolazione e produzione). La seconda si riferisce essenzialmente a capire cosa contiene la variabile Reddito dell’equazione: il reddito misura il valore di scambio di beni e servizi, materiali ed immateriali. I sistemi economici stanno dando sempre più valore a beni immateriali e a servizi, e meno a beni fisici. I secondi incorporano molta più energia dei primi. E quindi è come se la componente “Reddito” dell’equazione avesse un moltiplicatore minore del passato, e sempre decrescente. Se si tiene conto che anche la componente Popolazione, secondo tutti i demografi, cresce a tassi decrescenti, la possibilità almeno teorica di ottenere il disaccoppiamento necessario a quella che avevo chiamato “decrescita riformista”, è decisamente più evidente. Sempre che sappiamo vedere le cose nella loro complessità e non ad una sola dimensione.

    E quindi il problema di metodo: dopo un lungo percorso, sia tu che io ci siamo disillusi non poco delle spiegazioni semplificate e catastrofiste del tipo “il picco di tutto”, pur rimanendo convintamente preoccupati (almeno io lo sono) per il cambio climatico e convinti che il “picco di qualcosa” ci sia e spesso ponga problemi. E mi sembra che molta parte delle persone che si occupano di energia ed ecologia si siano mosse più o meno come noi e ragionino seriamente di sviluppo sostenibile. Quello che purtroppo vedo molto meno, è un processo parallelo da parte del mondo degli economisti mainstream, che continuano a parlare di crescita con lo stesso furore monodimensionale con il quale i catastrofisti sognano la decrescita. Bisognerebbe riuscire a fare qualcosa anche per loro (ma non so cosa :-))

    • Completamente daccordo sulla multidimensionalita’ delle analisi, necessaria a chi vuol andare oltre le profezie monotematiche. Meno daccordo con il fatto che gli economisti mainstream siano ancora infusi di furore monodimensionale, al contrario degli altri. Mi sembra furore iconoclasta. Leggo molti sforzi per superare il PIL, alcuni encomiabili altri meno, ed entrare cosi’ nella terza rivoluzione industriale riportando uomo e ambiente in sfere intersecanti. Sforzi da ambo le parti, economisti o tecnici che siano. Siamo ancora all’inizio. Purtroppo, alle volte cascano davvero le braccia.

      • Egidio Bernini says:

        Perché “cascano le braccia” ? Perché un documentario racconta la storia di LTG ? L’hai già visto il documentario ? Non ti è piaciuto ? Mi piacerebbe capire. Non è una critica personale ma a volte questo blog fa un esercizio encomiabile di vedere i fatti e discuterli a volte mi sembra che invece parta completamente per la tangente con illazioni senza nessuna evidenza. Per esempio qui sopra dove colleghi quello che secondo te è un abbaglio di Tom Murphy col fatto che ha chiuso il suo blog per questo motivo. Dove l’hai letto ?

      • Dai, Egidio. Illazioni e’ una parola grossa usata a sproposito. Sul documentario non c’e’ niente da dire. E’ sull’impermeabilita’ di alcuni supporter di LtG al limite della fede eterna che cascano le braccia – secondo il 33o rapporto del Club di Roma, ormai graniticamente monodimensionale, l’intera storia delle civilizzazioni che si sono succedute può essere vista come un susseguirsi di imperi basati sull’uso delle risorse minerali. Oh, l’intera storia delle civilizzazioni, mica pizza e fichi. Come se avessimo abolito torture, impiccagioni e roghi pubblici perche’ c’era il carbone. E come bastasse il picco del petrolio, del rame o di quel che ti pare a spiegare la complessita’ umana. Dopo il lungo post di commento alla dinamica dei sistemi applicata dal World3 – che nulla ha tolto alle conclusioni del rapporto originale, invitando solo ad analisi meno superficiali prima di profetizzare la fine del mondo come gia’ Malthus secoli or sono – dimmi te.

        Su Tom Murphy: non ho mai scritto che ha chiuso il blog a causa dell’abbaglio sulla demografia. Ho scritto che dopo l’abbaglio Tom ha praticamente chiuso il blog. Nient’altro.

  7. jackilnero says:

    Ciao, non ho ben capito la tua ultima frase:
    “Questo blog invece, intanto che l’economia si mette in pari con le valutazioni economiche del ciclo di vita, crede che bisognerebbe parlare di più e meglio di dematerializzazione dell’economia. A meno di non credere che i 20 miliardi pagati per Whatsapp abbiano lo stesso peso ambientale dei miliardi pagati da Alcoa per la produzione di alluminio primario in Sardegna”

    cosa intendi?

  8. antonello says:

    Curioso leggere “non sta in piedi, perchè vorrebbe dire continuare a sognare una Ferrari in un mondo iperinquinato invece di una salute a posto.” quando in realtà è proprio quello che succede oggi. Perché oggi non è già arcinoto che produrre come facciamo inquina e compromette la salute? Eppure chi ha potenziale (economico) preferisce in maggioranza una Ferrari ad una Tesla. In questo caso è l’analisi che dimentica le componenti sociali e psicologiche del consumo.

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