Il valore dei lavori verdi

Il mio articolo per iMille-magazine.

I sostenitori della pericolosità del cambiamento climatico hanno decisamente un compito improbo. Da decenni si continua a produrre report e paper scientifici sull’origine antropica dei cambiamenti climatici e da altrettanto tempo l’IPCC continua a pubblicare corposi balenotteri che riassumono report e paper di cui sopra per informare l’opinione pubblica, i politici continuano a parlare di futuro e cambiamento, ma la società continua senza grossi cambiamenti con le pratiche del business-as-usual. Anche se alcune delle istanze ambientaliste sono state recepite dai legislatori – il piombo, ad esempio, è stato proibito anni fa per la sua tossicità – da un punto di vista globale le conseguenze realmente tangibili sono poca roba. Altrimenti detto, anche se le persone stanno diventando più attente alla salute dell’ambiente le loro vite e azioni non lo sono.

Non stupisce allora che gli ambientalisti più preoccupati siano costantemente alla ricerca di nuovi argomenti per sensibilizzare l’opinione pubblica, nella speranza che uno di questi (o la loro massa aggregata) possa finalmente spingere all’azione consapevole. Una soluzione è quella di sottolineare – e ri-sottolineare a oltrenza – i risultati scientifici che indicherebbero chiaramente che stiamo correndo contro un muro. Un’altra soluzione è quella di pescare dall’iconografia dell’economia tradizionale e far leva su assunti quali che nei paesi occidentali ci si preoccupi molto più di lavoro e PIL e che tutti si intenda bene il linguaggio dei quattrini. E’ in quest’ottica che il ritornello dei “posti di lavoro verdi” è divenuto forse il più gettonato slogan degli ultimi anni, praticamente una costante delle campagne elettorali di ogni livello e colore. Non passa giorno senza che gli investimenti in tecnologie verdi vengano presentati come una grande opportunità per creare posti di lavoro verdi e per alimentare la crescita e il mercato del lavoro. Tuttavia, che questo approccio sia funzionale allo scopo è assai discutibile. Anzi, proprio il rincorrere icone e miti del modello economico tradizionale potrebbe indurre più danni che benefici.

Le proiezioni economiche sul costo reale dei posti di lavoro verdi o, più in generale, sulla ricaduta economica di una transizione su larga scala verso un’economia basata sulle tecnologie verdi sono estremamente incerte e dipendono ampiamente da assunti teorici (curve di sviluppo delle tecnologie pulite, numero di posti di lavoro creati e distrutti, ripercussioni dei prezzi relativi nei modelli di produzione e del commercio, eccetera). Non è un mistero che molti tra gli economisti ecologici nutrano forti dubbi sul potenziale effettivo delle tecnologie verdi di far crescere il PIL a ritmo sostenuto. E nell’attuale paradigma economico, il numero dei posti di lavoro dipende dalla crescita del PIL. Certo, si può anche ipotizzare un cambiamento di tale paradigma ma nessuno è in grado di dire quali conseguenze potrebbe avere. Ne consegue che argomentazioni in favore di un’azione decisa contro i cambiamenti climatici basate su mirabolanti ritorni economici dei posti di lavoro verdi sono vulnerabili a critiche di ogni sorta e direzione. La tipica ma molto convincente risposta è infatti che incentivare le tecnologie verdi (o penalizzare le fonti fossili) rischia di costare soldi e posti di lavoro e pertanto è meglio pensarci a lungo prima di agire. Quest’ultimo è comunque un controcircuito logico e non servirebbe nemmeno spiegarlo. Come detto sopra, decenni di studi della comunità scientifica internazionale hanno prodotto e accumulato abbastanza evidenze scientifiche per giustificare un’azione decisa contro i cambiamenti climatici ieri, senza doversi rifare a una presunta ricaduta economica e occupazionale delle tecnologie verdi. Basterebbero le preoccupazioni sull’integrità delle biosfera per le generazioni future (biodiversità, erosione del suolo, acidificazione degli oceani), sulla sostenibilità del sistema produttivo (quella vera, non la fuffa elettorale odierna), sugli effetti positivi delle tecnologie pulite unite a considerazioni economiche a più ampio respiro che contrastano con la sciocche assunzioni del business-as-usual per cui l’economia mondiale crescerebbbe anche con un aumento della temperatura globale media di 2, 3, 4 o 5 gradi centigradi.

Probabilmente oggi non v’è modo di modificare questa situazione. La conferenza di Parigi nel 2015 si preannuncia come l’ennesimo vuoto spinto annunciato. La rivoluzione dello shale gas in USA e la crescita dell’economia in Cina bastano a chiarire perchè i due paesi molto probabilmente non sottoscriveranno alcun accordo contrastante col business-as-usual. Dispiace dirlo, ma oggi i G2 sono loro. L’Europa conta poco e niente quando si parla di risorse naturali e economia produttiva. Triste, ma forse v’è davvero bisogno di assistere impotenti allo sfollamento di una città da 10 milioni di abitanti per agire.

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