Dematerializzazione dell’economia: fondamentali (e una chiosa)

Riprendiamo il discorso sulla dematerializzazione, proseguendo l’analisi sui limiti della crescita economica dati dai limiti fisici del pianeta lasciato in sospeso qualche giorno fa.

Se ai tempi di Marx l’economia capitalistica poteva essere definita come un’immane raccolta di merci, l’aumento della complessità della società (e della filiera economica) moderna e l’introduzione di nuove tecnologie hanno cambiato le cose. Una conseguenza dell’industrializzazione del ventesimo secolo è che gli oggetti materiali non sono più una risorsa scarsa e nuova ricchezza è stata creata con l’immateriale. Nell’economia moderna, almeno per quanto riguarda i paesi a più elevata industrializzazione, ricchezza e crescita economica dipendono tanto dalle risorse fisiche quanto da quelle immateriali. Con immateriale solitamente si intendono due cose: 1) il miglioramento dell’efficienza dei processi produttivi e 2) la loro sostituzione con processi equivalenti o con servizi intermedi. Dematerializzazione dell’economia significa conseguire una riduzione dell’uso di materie prime nell’economia e/o dell’impatto ambientale, aumentando la produttività delle risorse naturali per unità di valore.

Quando si parla di dematerializzazione dell’economia spesso lo si fa in termini di disaccoppiamento. Il disaccoppiamento è un modo di misurare l’effetto del progresso tecnologico sull’impiego delle risorse. Solitamente ci si rifà alla celeberrima equazione IPAT, che sta per Impatto = Popolazione x Affluenza (reddito pro capite) x Tecnologia. Questa equazione risale al 1970 ed è stata usata spesso per sostenere l’insostenibilità della produzione industriale moderna, spesso a sproposito. Come tutti i modelli, infatti anche l’equazione IPAT ha un ben definito campo di applicabilità al di fuori del quale perde il suo valore. Intendiamoci, l’insostenibilità dell’economia produttivista moderna è chiara a chiunque abbia occhi per guardare, ma se le cose sono più complesse di come le si dipinge.

Prendiamo ad esempio le emissioni mondiali di CO2 all’anno. Nell’equazione I = P x A x T, l’impatto ambientale (I) diventa allora la quantità di CO2 emessa all’anno, P è la popolazione mondiale, l’affluenza A è il GDP pro capite medio mondiale annuale e T è il fattore tecnologico, in questo caso la quantità di CO2 emessa per unità di GDP pro capite. Per assistere a un miglioramento netto delle emissioni di CO2, si osserva facilmente che la tecnologia (T) deve migliorare a tassi maggiori di quanto aumentino popolazione e reddito (P x A), quest’ultimo correlato alla produzione. Vediamo come è andata fin qui mettendo i numeri nell’equazione. Ci viene in aiuto un commento di un bravo lettore (hat tip: Egidio) a questo blog:

Nel 1973 la popolazione mondiale era 3.7 miliardi, il GDP pro capite 4600 (dollari costanti del 2000) e l’intensità della CO2 0.93 kg di CO2 emessa per dollaro (costante del 2000) di GDP. Il prodotto P x A x T dà circa 15.8 miliardi di tonnellate di CO2 emessa (valore in linea coi dati IEA sulle emissioni). Circa quarant’anni dopo, nel 2011, la popolazione è circa 7 miliardi, il GDP pro capite 7642 dollari e l’intensità della CO2 0.64 kg/dollari (anno 2000). Quindi è vero che l’intensità è diminuita del 31% (da 0.93 a 0.64) ma nello stesso tempo la popolazione è quasi raddoppiata e il GDP pro capite è aumentato del 65%. E infatti le emissioni globali di CO2 sono raddoppiate da 17 a 34 miliardi di CO2 per anno.

Insomma, non andiamo bene con le emissioni di CO2. Nonostante gli sforzi per limitare le emissioni, il disaccoppiamento è debole. Certamente sono stati fatti passi avanti dal punto di vista tecnologico, ma non sono stati sufficienti a invertire il trend di aumento delle emissioni causato dall’aumento della popolazione e del GDP pro capite (e dunque della produzione industriale da esso derivante). Ora, queste conclusioni sono certamente valide, ma possono essere fuorvianti se usate impropriamente. Che le politiche per la decarbonizzazione dell’economia mondiale siano state fin qui un fallimento è evidente a tutti e dalla prossima conferenza di Parigi nel 2015 è lecito attendersi il vuoto spinto. Tuttavia è anche vero che la crescita è stata alimentata principalmente dai G2, Cina e USA, che in tempi di espansione industriale e shale gas di concordare politiche limitati non ci pensano nemmeno. Insomma, come nel caso dei sussidi alle fonti fossili, stiamo parlando di soldi e responsabilità di altri. Chi volesse invertire il trend non ha che da convincere Washington e Pechino. Convincere il sottoscritto, fossanche anche l’Italia intera o mandare decrescisti a Roma e Bruxelles non serve a molto. Dispiace dirlo, ma oggi i G2 sono loro.

Spingendosi oltre, il problema dell’equazione IPAT è l’ipersemplificazione, che la rende di fatto inutile (o fallace) in casi più complessi e reali. Ad esempio, si può essere tentati di usare l’equazione IPAT sulla produzione di energia, per stimare dalle serie storiche l’incremento dell’efficienza nella produzione di energia e il ritorno economico in relazione all’impatto ambientale. Il problema è che l’energia si produce in modi diversi, con impatti ambientali altrettanto diversi e spesso difficilmente confrontabili. Da un punto di vista strettamente fisico la dematerializzazione infatti altro non è che una complessa forma di sostituzione di materiali o materie prime. Ad esempio, nella produzione di elettricità si possono usare carbone, nucleare o idroelettrico i cui impatti ambientali sono molto diversi. Come si fa a paragonare l’impatto ambientale della qualità dell’aria per le emissioni di CO2 delle centrali termoelettriche all’impatto ambientale di lungo periodo delle scorie nucleari delle centrali nucleari o ai cambiamenti dell’idrogeologia locale per la costruzione di dighe e bacini idroelettrici? Semplice, non si può. Checchè se ne dica. E come si fa a parlare di aumento della produttività nella produzione di energia in relazione alla rarefazione delle risorse naturali quando processi e materiali impiegati (e le loro ricadute ambientali) sono completamente diversi? Difficile dirlo. La prassi ahimè comune di fronte a questo dilemma è quella del no a tutto, tristemente vicina al NIMBY (non nel mio giardino, Not-In-My-Back-Yard) che porta a rifiutare tutto e il suo contrario, spesso nella convinzione para-religiosa che qualsiasi attività umana sia dannosa all’ambiente per assioma (come se esistesse una definizione assoluta di danno e come se gli animali, tutti, non modificassero l’ambiente per vivere, vedi la dighe dei castori).

L’effetto della tecnologia è duplice, non solo migliora l’efficienza dei processi esistenti, ma agisce anche come game changer, aprendo nuove possibilità dalle implicazioni spesso difficilmente paragonabili alle pratiche passate. Leggere che la politica o chi per essa dovrebbe farsi carico di fissare i punti di riferimento ambientali della dematerializzazione vuol dire non aver chiaro il concetto stesso di dematerializzazione nella complessità della cornice naturale. Sarebbe preferibile emettere CO2 o scaricare in mare solfato di potassio o costruire una diga di cemento in montagna? E perché? Su questo blog lo si chiede da tempo, non per essere antipatico ma proprio perchè non è chiaro. Domande purtroppo ancora senza risposta da seguaci del Club di Roma, picchisti del petrolio, neo-malthusiani e decrescisti più o meno felici, se non un generico appello a fermare il mondo che non serve a molto. Difficile immaginare un’economia sostenibile senza una risposta a queste domande.

Chiosa finale: vi confesso che ultimamente sto trovando sempre più difficile fare divulgazione scientifica. Ho cominciato 7 anni fa con iMille e 4 anni fa con questo blog, mosso da un desiderio semplice: mi piace studiare, per quel senso di meraviglia che si prova nello scoprire cose nuove e riflettere su quelle vecchie. Di più, mi piace condividere quel senso di meraviglia con chi mi circonda, perché credo che crescere, maturare e scoprire cose nuove sia quel che dona un senso alla nostra esistenza e ci rende umani. L’obbiettivo della divulgazione scientifica, almeno il mio, è lo scambio (ho detto scambio) aperto e intellettualmente onesto su energia, risorse naturali e ambiente, sulla relazione tra uomo e natura. Intendiamoci, mi sta bene che si parli di temi scomodi, ma a patto che ci sia qualcosa di cui discutere, con argomenti solidi, e che ci sia la volontà da ambo le parti di cambiare la propria idea. In dieci anni di ricerca accademica, industriale e amatoriale su materiali, energia, materie prime e processi produttivi invece non si contano gli ipse dixit, la fede cieca nelle tesi del branco, la convinzione granitica di essere nel giusto, la ripetizione a oltranza di tesi sconfessate dai fatti – come se ripetere mille volte la stessa cosa la rendesse più giusta – i think-tank prezzolati, economisti convinti che la tecnologia salverà il mondo, chimici che criticano l’economia senza nemmeno saperla disegnare, club di amici e di amici di amici, tesi indifendibili difese per convenienze che di scientifico non hanno nulla – essere nei giri giusti paga, lo dice uno che viene dalla ricerca e conosce bene il valore degli Invited Talk nella carriera accademica – gli scontri tra fazioni e le stracche ripetizioni di argomenti già discussi da tempo (un esempio su tutti, il picco del petrolio). Tremo al pensiero di cosa si annidi nel ventre molle degli studi dell’EROEI. Insomma, a me sembra che siamo tutti più bravi a argomentare e difendere conclusioni o tesi scelte a priori – convenienza politica, dovere sociale, desiderio di contare – invece che scoprire cosa nuove. Se parole siamo tutti esploratori e innovatori, nei fatti siamo conservatori (alcuni millenaristi) bravi a fare propaganda. Forse perché la propaganda ci rassicura e ci piace, e perchè in fondo il mondo funziona in quella maniera lì. Sai mai che scoprire qualcosa di nuovo finisca per aprire scomode falle in verità date per scontate. Oh, intendiamoci, lo fanno tutti, magari senza volerlo, probabilmente lo fa pure il sottoscritto. Desiderare il meglio per se stessi e il mondo che ci circonda è legittimo. L’importante è essere consci dei metodi utilizzati.

7 Responses to Dematerializzazione dell’economia: fondamentali (e una chiosa)

  1. Mauro Borraccia scrive:

    No bird soars too high, if he soars on his own wings + Rifarsi tutti i conti daccapo ogni volta costa una gran fatica = se ti costa fatica sbattere le ali, vuol dire che le hai troppo grandi.

    • Filippo Zuliani scrive:

      Oppure e’ l’aria a essere troppo pesante. Scrivere una cazzata in copia incolla si fa in 15 minuti con molto meno sforzo. Grazie per il commento intelligente.

      • Mauro Borraccia scrive:

        Errore di prospettiva, l’aria potrebbe anche essere troppo leggera, é un problema ben piú grave per sbattere le ali.
        Quando ci si sente piú intelligenti rispetto alla media … puó darsi che si sia solo finiti nel gruppo sbagliato.

      • Filippo Zuliani scrive:

        Stavolta hai molte ragioni. Un commento da meditare. Grazie.

  2. Marco scrive:

    Filippo,

    Leggo sempre i tuoi articoli. Spero tu non smetta di scrivere.

    PS: alla domanda del tuo post precedente non saprei rispondere nemmeno io, che non sono nessuno.

  3. energisauro scrive:

    Filippo, mi aggrego al commento di Marco, ma sono certo che la tua passione non si spegnerà mai. Anche io spesso provo un senso di frustrazione quando cerco dati da fonti imparziali per i miei articoli. Come ben sottolinei, a volte si parte da un’idea già determinata e poi si cercano i numeri o i modelli che la supportino. Ma ancora peggio, mi capita ultimamente che lo stesso dato, lo stesso numero, identico, sia letto in maniera molto diversa dalle due fazioni in gioco (vedi mio ultimo articolo sul crollo degli investimenti green). Tu individui i macroblocchi “picchisti del petrolio e geologi” vs “economisti pro tecnologia”. Io mi trovo più frequentemente nella diatriba “lobby oil&gas” vs “sostenitori green “, due attori sordi che di ascoltarsi non hanno molta voglia. 

    PS: molto bella la frase “crescere, maturare e scoprire cose nuove sia quel che dona un senso alla nostra esistenza e ci rende umani”

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