Perchè dovremmo proteggere l’ambiente?

Questo blog riemerge da un periodo di superlavoro e attività collaterali (ho dovuto cambiare parte del tetto di casa) esaminando uno dei problemi fondamentali dell’economia moderna: il difficile rapporto tra uomo e ambiente, da sempre causa di attrito tra ambientalisti e economisti. Chi mi conosce sa quanto distante sia da un certo tipo di ambientalismo, specialmente quello del no-a-tutto. Personalmente sono per l’approccio scientifico, dove i fatti vengono prima della ideologie. Ciononostante, alcune delle motivazioni del no-a-tutto non sono scontante o banali. Qui di seguito trovate un primo post sull’argomento, non esaustivo e certamente confuso, per fissare le idee e andare oltre. Buona lettura, diciamo.

Proteggere l’ambiente è una questione complessa che coinvolge moltissimi aspetti del vivere umano – tecnologia, economia, politica, sociologia, psicologia. Proteggere l’ambiente ha un costo, sia attuale che in termini di mancato sviluppo futuro, e va da sè che stiamo essenzialmente parlando di un problema etico di allocazione delle risorse disponibili. Insomma, perché dovremmo emettere meno gas serra? Dovremmo astenerci dal consumo di carne industriale e diventare vegetariani? O vegani? Qual è il valore della natura? E quali diritti vanno ad essa assegnati? Le risposte a queste domande determinano quali misure sono funzionali a proteggere l’ambiente, quali invece inutili o eccessive. Ambientalismo, Animalismo, NIMBY, financo l’economia moderna nascono da risposte diverse a queste domande.

In materia di etica ambientale i punti di vista sono fondamentalmente tre: antropocentrismo, patocentrismo e biocentrismo. Caratterizzati da un crescente grado di inclusività tra uomo e natura, questi tre punti di vista definiscono diversi valori e diritti all’attività umana nella cornice naturale. Semplicemente detto, per l’antropocentrismo tutto si misura in termini di benessere umano (anthropos in greco). Animali, piante, ecosistemi – la natura, in pratica – hanno un valore solamente strumentale in funzione del benessere che ne deriva per l’uomo. E’ questo il caso dell’economia moderna, anche nell’accezione ecologica. Il patocentrismo assegna agli animali superiori (quelli che provano dolore, pathos in greco, i vertebrati soprattutto) diritti pari all’uomo, con tutto ciò che ne consegue. E’ il caso dell’ideologia animalista, basti ricordare il recente caso dell’orsa Daniza. Il biocentrismo estende i diritti a tutti gli animali, non solo a quelli che provano dolore, oltre che alle piante. E’ questo il caso dell’ambientalismo e del NIMBY. Esiste poi un quarto punto di vista, l’ecocentrismo, che estende i diritti agli ecosistemi intesi in senso ampio. E’ un punto di vista marginale e molto astratto che non tratteremo oltre. Vediamo gli altri tre più in dettaglio.

Antropocentrismo. E’ la base tradizionale delle scienze sociali, in particolare dell’economia moderna. In ottica antropocentrica le azioni si misurano sui benefici che recano all’uomo, il resto è irrilevante. Naturalmente l’antropocentrismo non è quel blocco monolitico di industriali/economisti senza scrupoli pronti a devastare il mondo in nome del profitto cui Hollywood ci ha abituato. Vi è invece un fervente dibattito su quali siano i doveri che abbiamo nei confronti delle persone che ci circondano, delle persone con cui non veniamo in contatto (es. gli abitanti indigeni di un’isola autosussistente in mezzo all’oceano) o ancora non nate (le generazioni future, è il caso del dibattito sulla sostenibilità). L’idea di base dell’antropocentrismo è che qualsiasi essere umano – sano, malato, giovane, vecchio, europeo o aborigeno, etero o gay – detiene i medesimi diritti, idea mutuata prevalentemente dal movimento illuminista sviluppatosi in Europa due secoli or sono.

Patocentrismo. Adotta in gran parte le posizioni etiche dell’antropocentrismo, in cui ogni essere umano ha la libertà di fare ciò che desidera con il vincolo dell’eguale libertà per gli altri, e affianca parte della natura all’uomo, con eguali diritti. Il patocentrismo assegna agli animali superiori, quelli che possono provare dolore, valore e diritti pari all’uomo. Questo porta una maggiore inclusione tra uomo e natura, dando maggior valore a soluzione favorevoli sia agli animali che all’uomo e minor valore a soluzioni ove al beneficio umano corrisponda un dolore per gli animali superiori. Un esempio in tal senso è il rifiuto della sperimentazione animale degli animalisti, ma anche le verdi pale eoliche avrebbero un valore minore di quello attuale, per le morti di uccelli o pipistrelli che causano. Se da un punto di vista antropocentrico queste due soluzioni sono chiaramente favorevoli per i benefici per l’uomo (medicine e energia), per il patocentrismo vi è invece un problema di interessi contrapposti. Naturalmente, anche nel patocentrismo sono possibili posizioni diverse: gli animalisti più moderati ammettono la violazione di alcuni dei diritti animali se ne risulta un vantaggio maggiore per l’uomo, come il già citato caso della sperimentazione animale. Tuttavia, ed è il caso degli anti-vaccinisti, è possibile equiparare i diritti degli animali a quelli dell’uomo e rifiutare la sperimentazione animale equiparandola alla sperimentazione umana. Va osservato che molte legislazioni moderne contengono già elementi animalisti, ad esempio è proibito torturare gli animali domestici – in ottica antropocentrica se non ne deriva uno svantaggio non vi sarebbe nulla di disdicevole – e anche il recente divieto di allevamento di polli in batteria in Europa appartiene a questa corrente di pensiero.

Biocentrismo. Estende la posizione patocentrica a tutti gli animali e alle piante. I biocentristi sono sostenitori dell’amore per la natura, animali e piante al completo, cui assegnano diritti pari all’uomo. Questa è generalmente la scuola di pensiero cui fa riferimento l’ambientalismo NIMBY del no-a-tutto: i compromessi non esistono e qualsiasi azione umana conduce inesorabilmente alla violazione dei diritti di piante o animali e pertanto va bloccata. Se da un lato è facile etichettare i biocentristi come estremisti sciroccati per i quali la vita di un lombrico o un girasole vale quanto una vita umana, il biocentrismo è comunque meno estremo di come lo si dipinge. Se trovate perfettamente normale gettare una lumaca nel fuoco o sradicare fiori senza motivo allora passate oltre. Se invece avete avuto un moto di ribrezzo, non solo siete in compagnia della stragrande maggioranza della persone ma dovreste anche chiedervi perché. Gettare una lumaca nel fuoco o estirpare un fiore non causa certo danni a persone (antropocentrismo) o animali superiori (patocentrismo) e dunque non vi sarebbe nulla di disdicevole.

Spero sia chiaro da quanto scritto che nessuna delle posizione etiche fin qui descritte è completamente assurda. Nel dibattito ambientale, l’economia produttivista moderna viene spesso attaccata dai gruppi ambientalisti per la sua natura dichiaratamente antropocentrica, dove tutto ruota attorno al benessere umano. Esiste una alternativa all’antropocentrismo economico moderno per proteggere l’ambiente che non passi per l’inazione coatta di decrescisti o ambientalisti del no-a-tutto? Torniamo allora alla domanda iniziale.

Perché dovremmo proteggere l’ambiente? Cominciamo con la risposta non-antropocentrica tipica degli ambientalisti: dobbiamo proteggere la natura per se stessa, perché ha un valore intrinseco. Questa risposta soffre di tre problemi. In primo luogo, assegnando un valore intrinseco alla natura non è ben chiaro come e in che misura si possano operare dei compromessi. È il già citato caso delle pale eoliche o della sperimentazione animale, in cui una parte soffre un danno (uccelli o ratti che muoiono) mentre l’altra ha un vantaggio (energia e medicine per l’uomo). Il valore della natura è uguale a quello dell’uomo oppure gli interessi della natura hanno una statura morale più elevata? E quanto più elevata? Abbastanza da permettere un compresso?

In secondo luogo, qualcuno davvero conosce quali sono gli interessi della natura che vorrebbe difendere? Davvero la natura vuole essere preservata? Volendo individuare una costante nella storia naturale del nostro pianeta paradossalmente questa è proprio il cambiamento. Senza voler scomodare l’uomo e l’economia produttivista moderna, il nostro pianeta ha già vissuto cinque estinzioni di massa, da un punto di vista strettamente evolutivo eventi positivi – se davvero è possibile assegnare una connotazione morale a un cambiamento naturale. Il problema è che per attribuire un valore intrinseco alla natura andrebbe prima chiarito cos’è la natura. È una situazione momentanea da preservare? O un processo evolutivo da favorire? O un mix delle due? E perchè?

In terzo luogo, voler preservare la natura dall’influenza dell’uomo significa implicitamente porre l’uomo al di fuori del mondo naturale, cosa palesemente non vera. In primo luogo, l’uomo è parte della natura come qualsiasi altra specie animale. Le manipolazioni umane sugli ecosistemi sono nient’altro che pressione evolutiva – l’ambiente che cambia – almeno nel breve periodo. Non siamo certo l’unica specie che manipola l’ambiente, basti pensare alle dighe dei castori ad esempio, siamo solamente più efficienti nel farlo. In secondo luogo, se davvero non siamo parte del mondo naturale, dov’è questo mondo naturale bucolico e incontaminato che si vorrebbe difendere? Non v’è quasi alcun ecosistema sulla faccia della Terra che non sia stato fortemente influenzato dall’uomo, tanto in età moderna quanto antica. Basti pensare al disboscamento operato nel medioevo per costruire flotte navali e fabbricare ferro, oppure l’addomesticamento di moltissime specie animali e vegetali – spero nessuna creda che le mele che si comprano al supermercato crescano spontanee in natura – oppure le modifica al corso di fiumi per agricoltura e allevamento. Se la maggior parte della natura che oggi ci circonda si è evoluta sotto l’influenza umana, dove si trova questa natura incontaminata che saremmo tenuti a proteggere per se stessa? Quello della natura incontaminata e generosa altro non è che un mito cresciuto sul substrato culturale cattolico del giardino dell’Eden. Dallo stesso substrato cattolico deriva anche la credenza che introdurre specie esotiche negli ecosistemi nativi sia generalmente un male o che gli OGM siano una pratica contro natura. Come se la migrazione di specie animali o lo sviluppo di nuove qualità di piante più resistenti ai parassiti non fossero fenomeni che avvengono spontaneamente in natura per la pressione evolutiva.

A questi domande fondamentali, ahimè, gruppi ambientalisti o animalisti più o meno organizzati spesso non sanno o non possono dare alcuna risposta concreta. E’ invece probabile che, contrariamente alla vulgata comune, il miglior fondamento etico per la tutela dell’ambiente sia proprio l’interesse umano dell’economia produttivista. Inteso nell’accezione più ampia, infatti, l’antropocentrismo dell’economia moderna non trae vantaggi dalla distruzione degli ecosistema, anzi il contrario. E’ infatti nel nostro interesse, per esempio, mantenere puliti gli oceani in quanto importante fonte di cibo. Più complesso invece il caso dei cambiamenti climatici. Mantenere stabile il clima è certamente positivo nella prevenzione dei problemi climatici e delle perdite di benessere che ne derivano, ma va pesato con le perdite uguali e contrarie causate dalla perdita dei vantaggi dei combustibili fossili. Insomma, da una parte è probabile che l’innalzamento della temperatura globale per le emissioni di CO2 causerà una diminuzione della produzione di cibo. D’altra parte è anche vero che lo sviluppo degli ultimi 150 anni è stato possibile solo grazie alla disponibilità di energia affidabile, sicura e versatile come quella fossile ed è solo grazie ad essa se oggi viviamo più a lungo, più sani e meglio. Tutto considerato, è possibile che rinunciare completamente ai combustibili fossili ieri per stabilizzare il clima, come molti gruppi ambientalisti predicano, si traduca anche in una rinuncia forzata a vivere più a lungo, più sani e meglio. Insomma, non è impossibile che vivere senza combustibili fossili generi più morti di quanti ne prevenga, in un gioco a somma negativa.

Non abbiamo ancora toccato il tema dell’etica degli animali. Qualche breve parola prima di chiudere. E’ difficile non concordare col diritto a non soffrire per tutti gli organismi viventi, ma anche qui le cose sono meno semplici di come appaiono. In primo luogo, la sofferenza è un concetto umano, non estendibile al mondo animale (gli insetti, ad esempio, ne sono estranei). Questo per tacere del fatto che non è proprio chiaro cosa sia la sofferenza per piante o ecosistemi interi. In secondo luogo, anche ammettendo di poter estere il concetto di sofferenza alla natura nella sua interezza, è possibile definire diversi gradi di sofferenza per negoziare compromessi accettabili? A volte gli interessi degli esseri umani sono in conflitto con gli interessi di animali e pianti, ad esempio, quando risulta necessario controllare l’espansione della popolazione di alcune specie animali per proteggere agricoltura, silvicoltura, eccetera. L’errore tipico degli animalisti è infatti quello di considerare gli animali come intrinsicamente “buoni” e come tali non sacrificabili, ignorando però che la connotazione morale è prettamente umana e non si applica al mondo animale. Gli animali non sono buoni o cattivi. Gli animali sono e basta. E no, non sono amiconi con cui scambiare coccole la mattina a letto. Molti di loro sono predatori desiderosi di riempirsi la pancia per sopravvivere e che ci guardano come noi guardiamo Burger King. E no, il peccato originale non è evidenza scientifica.

Concludendo. Patocentristi e biocentristi generalmente vietano ogni potenziale compromesso in nome di ideologie adamantine – mille vite umane curate non valgono mille ratti morti nella sperimentazione dei vaccini. Al contrario, l’antropocentrismo permette di “usare” gli animali, anche di farli soffrire quando la sofferenza è giustificata da esigenze umane oggettive. Quali siano queste esigenze oggettive e quanta sofferenza possano giustificare è ovviamente una questione etica da discutere, ma avendo chiari i termini della questione, cioè la necessità del compromesso. Accontentare tutti non è sempre possibile. Insomma, nella difesa dell’ambiente la moderna economia produttivista (antropocentrismo) ha probabilmente molto più da offrire dell’animalismo (patocentrismo) o dell’ambientalismo (biocentrismo), i cui punti di vista sono ancora offuscati da incoerenze e opacità sparse. Probabilmente l’economia moderna è già una base etica sufficiente per un mondo migliore.

Invece che dibattere se siano più imporanti gli interessi umani o quelli della natura dovremmo porci domande diverse: che tipo di esseri umani vorremmo essere? in che tipo di società vorremmo vivere? E che tipo di relazione vorermmo avere col mondo che ci circonda, animale e vegetale, e che circonderà i nostri discendenti? Ho il sospetto che molte delle conclusioni degli economisti farebbero felici moltissimi tra gli ambientalisti.

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