Crescita e progresso tecnologico

Una delle ragioni per cui la crescita è una condizione imprescindibile per l’economia produttivista moderna è quella che passa sotto il nome di produttività totale dei fattori (TFP, Total Factor Productivity). Il TFP è forse la parte più importante del modello della crescita economica infinita di Robert Solow, per il quale il nostro ricevette il Premio Nobel nel 1987. Del modello di Solow su questo blog si è già parlato tempo fa, in specifico della relazione tra crescita economica e EROEI decrescente delle fonti fossili. Il TFP, o residuo di Solow che dir si voglia, è la parte della crescita economica che non può essere spiegata dai cambiamenti dei fattori “capitale” e “lavoro”. Altrimenti detto, il TFP è ciò che rimane quando si sottraggono gli aumenti dei fattori produttivi (più risorse naturali, più capitale, più lavoro) dalla crescita del PIL ed è, a tutti gli effetti, il risultato del progresso tecnologico. Una tema ricorrente caro tra decrescisti e picchisti è l’effetto pernicioso della crescita economica sugli ecosistemi naturali, con conseguente invito a spegnere tutto e fermare la crescita. Ma è davvero possibile smettere di crescere?

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Sull’overcapacity italiana

Vero, l’Italia ha un eccesso di potenza installata (overcapacity). Ma non tanto come da vulgata comune.

World Energy Outlook 2014

Se ne discute oggi su Agienergia.

Nel principale scenario Weo la domanda mondiale di energia è attesa in crescita del 37% al 2040, a un ritmo medio dell’1,1% annuo contro il 2% degli ultimi due decenni. Ciò per effetto combinato dei prezzi, delle politiche di efficienza e di un cambiamento strutturale dell’economia verso attività a minore intensità energetica. L’incremento sarà essenzialmente concentrato nelle aree non-Ocse con l’Asia a fare la parte del leone (60% dell’aumento). La domanda in Europa, Nord America, Giappone e Corea resterà invece sostanzialmente invariata.

Il fabbisogno sarà coperto ancora per tre quarti dalle fonti fossili, circa un 25% ciascuno per petrolio, gas e carbone, mentre la parte restante da fonti a bassa intensità di carbonio. Un assetto che pone molteplici sfide. Da un lato sul fronte del cambiamento climatico, considerato che secondo l’Aie con tali premesse l’incremento globale della temperatura nel lungo termine sarà di 3,6 °C contro il target IPCC di 2 °C. Nel contempo sono numerosi gli interrogativi sul come soddisfare l’accresciuta domanda di fonti fossili. E a dispetto del quadro attuale di un mercato petrolifero ben rifornito, avverte l’Agenzia, le “preoccupazioni sulla sicurezza sono destinate a aumentare”.

Riflessioni di un antropocentrico napoletano

Una risposta ragionata di Giancarlo Abbate de iMille sulle riflessioni in materia di antropocentrismo economico moderno di questo blog di qualche settimana fa.

La sinfonia europea del carbonio

Sul recente accordo del Consiglio Europeo, che conferma la fermezza dell’Unione Europea nel taglio delle emissioni di carbonio per il 2030.

L’Europa sta prospettando [..] una modifica profonda e radicale della propria economia. Si tratterebbe di passare, nel giro di 30-40 anni, da un’economia basata sui combustibili fossili a una decarbonizzata. [..] Nessun altro paese è tanto temerario da porsi obiettivi del genere. Perché l’Europa lo fa? Perché un’unione di Stati che da anni divergono in merito alle politiche da adottare per far fronte alla crisi economica più violenta mai vissuta da essi, si accordano con una certa facilità su misure che rivoluzioneranno quelle stesse economie? Riteniamo che la risposta si nasconda nella variabile tempo. La decarbonizzazione è questione che riguarda un futuro lontano, mentre il quantitive easing (QE) concerne l’oggi. Gli effetti della prima sono sui futuri elettori, quella del secondo sui presenti. E’ ovvio che poiché solo i secondi votano, oggi, un accordo intorno al QE è impresa titanica, laddove un accordo su una rivoluzione futura è opera agevole.

[Enzo di Giulio su Agienergia, ieri]

Sussidi alle fonti fossili, final version

In attesa del World Energy Outlook 2014, appena rilasciato, val la pena rispolverare la mappa sotto dal WEO2013, ove trovate gli Stati che sussidiano le fonti fossili. Chi in Italia fosse contrario ai suddetti sussidi, non ha che da convincere Putin, sultani arabi o il governo chavista del popolo del Venezuela a piantarla. Buon viaggio, diciamo.
fossil fuel subsidies

Siamo esploratori

Perché mi è piaciuto Interstellar (no-spoiler).

Gravity

Non sole oche

La discussione sui diritti animali e dell’ambiente si sposta su Il Post, oggi.

Stress test

Oltre agli stress test sulle banche, l’ultimo dei quali ha affossato 9 istituti italiani, Bruxelles ha diffuso i risultati del meno noto stress test sulle forniture energetiche verso l’Europa, con un occhio speciale a una possibile interruzione della fornitura del gas russo. I risultati per l’Italia, una volta tanto, sono confortanti.

Se la crisi russo-ucraina dovesse sfociare nel blocco (anche per diversi mesi) delle forniture di gas russo all’Europa, le conseguenze non sarebbero devastanti: solo pochi paesi entrerebbero in forte difficoltà, salvo interventi di soccorso internazionale. L’Italia risentirebbe in misura impercettibile della chiusura dei rubinetti russi, nonostante i due quinti del fabbisogno nazionale di metano vengano importati da Mosca. [..]

E’ prevedibile, al contrario, che gli effetti di lungo termine possano essere ben più consistenti per la Russia: infatti Mosca è molto più dipendente dai partner europei di quanto questi dipendano dal suo gas. L’80% delle esportazioni russe sono destinate all’Europa, più o meno la metà del bilancio pubblico russo è rappresentato dalle rendite sugli idrocarburi: lo stop alle forniture europee comporterebbe il tracollo delle casse pubbliche e metterebbe Mosca nella situazione di dover trovare altri compratori (asiatici) dovendo negoziare da una posizione di estrema debolezza.

[Da Economia 2050, qualche giorno fa]