L’economia del clima

Pochi mesi fa, ONU, Banca Mondiale, FMI e OCSE hanno pubblicato un rapporto per conto della Commissione mondiale per l’economia e il clima dal titolo “crescita migliore, clima migliore: la nuova economia del clima”. I lavori sono stati presieduti da Nicholas Stern, già autore del famoso Rapporto Stern sui cambiamenti climatici nel 2006. In poche parole, il nuovo rapporto sostiene che la salvaguardia del clima non solo è compatibile con la crescita economica, ma che tra i due è possibile instaurare un ciclo di feedback positivo – migliore clima migliore crescita economica e migliore crescita economia migliore clima – attraverso opportune politiche (intelligenti) per la riduzione delle emissioni di gas serra.

I principali fattori di crescita sostenibile identificati nel rapporto sono: aumento dell’efficienza nell’uso delle risorse, investimenti in infrastrutture a basso tenore di carbonio e stimoli all’innovazione. La Commissione prevede e (ottimisticamente) richiede una transizione dell’economia globale in direzione sostenibile attorno a tre settori chiave: città, agricoltura e sistemi energetici. In sunto, la Commissione immagina un mondo costituito da città più densamente popolate, meglio pianificate e con infrastrutture pubbliche funzionali, una crescita sostenibile nel settore agricolo e massicci investimenti in rinnovabili. Gli strumenti legislativi intelligenti che la Commissione propone per trasformare l’economia produttivista moderna sono: carbon tax, trasferimenti internazionali per una transizione sostenibile dei paesi in via di sviluppo, stop alle sovvenzioni ai combustibili fossili e incentivi economomici per l’incremento dell’efficienza in tutti i settori dell’economia. La relazione del gruppo di Stern è una sintesi delle ricerche esistente e non contiene nuove scoperte o argomentazioni. Tuttavia, per quanto le proposte sembrino sensate e condivisibili, il rapporto soffre dei consuenti problemi di un po’ tutti i programmi di crescita verde.

1. Il problema sicuramente alla base dei piani di crescita verde è che non è sempre evidente come le politiche sostenibili dovrebbero davvero innescare un processo di crescita. L’esempio forse più ovvio è la richiesta di maggiore efficienza sul lato della domanda tramite una maggiore longevità dei prodotti per diminuire le emissioni totali di prodotti obsoleti e sostituti. Il problema è che il prodotto col tenore di carbonio più basso è il prodotto che non è stato mai prodotto e consumato. Tuttavia, ridurre la domanda di nuovi prodotti è incompatibile con la crescita a lungo termine.

2. Carbon tax e, più in generale, esternalità negative non sono integrate al commercio internazionale. Ergo, paesi che desiderassero crescere più in fretta possono offrire sconti sulle tasse ambientali senza alcuna barriera o ostacolo commerciale. Basti ricordare la sonora sconfitta dell’Europa nel tentativo di imporre dazi doganali sui pannelli solari costruiti in Cina. A meno di non voler imporre le politiche fiscali in casa d’altri, anche lo stop ai sussidi alle fonti fossili è aria fritta.

3. Il rapporto offre esempi di paesi di successo facendo spesso il nome della Svezia, capace di crescere economicamente senza impatti ambientali devastanti negli ultimi anni. Tuttavia si omette di precisare che Paesi come la Svezia sono scarsamente popolati – con tutti i benefici del caso quando si tratta di limitare gli impatti ambientali negativi – e soprattutto sono ben integrati con i mercati globali in termini di infrastrutture energetiche e di trasporto, potendo così delocalizzare industrie essenziali ma sporche in Paesi con normative ambientali più permissive. Tuttavia non tutti i paesi possono dematerializzare o decarbonizzare similarmente l’economia nazionale e non si può certo vivere solo con Google e Facebook.

4. Non vi è alcuna menzione ai costi ambientali associati alla sostituzione o messa in posa di nuove infrastrutte compatibili con le tecnologie a basse emissioni di carbonio necessarie alla transizione dell’economia globale. Nello specifico delle tecnologie rinnovabili, caratterizzate da una bassa densità di energia e alta intensità di manodopera, le pressioni ambientali – maggiori esigenze di spazio e aumento della domanda di terre rare – e le implicazioni sociali per i cambiamenti di occupazione e produttività sono minimizzate quando non bellamente ignorate.

In sintesi, il rapporto offre un valevole sunto delle ricerche sugli effetti climatici e offre alcune buone idee per una nuova economia del clima. Personalmente ho apprezzato l’assenza di previsioni di catastrofi imminenti telecomandate. Consigliato, diciamo.

2 Responses to L’economia del clima

  1. Raffa scrive:

    Grazie mille della segnalazione, spero di trovare il tempo per digerire questo rapporto.
    Nel digerire intanto questo tuo post, mi permetto di rilanciare immaginativamente sui punti 1-4:

    1. Punto condivisibile. Un altro esempio è dato dalla necessaria riduzione – in questi scenari – del giro d’affari delle attività upstream+downstream nel settore delle fonti fossili. Considerando che le società che se ne occupano sono tipicamente i pesi massimi nell’economia di molti Paesi, bisognerebbe più che compensare questo effetto con la crescita “verde”. Una bella sfida. Per quanto riguarda i prodotti durevoli, si potrebbe forse puntare sulla riforma dei modelli di vendita (comodato d’uso, …) e sull’integrazione dell’intero lifecycle nelle responsabilità contrattuali del venditore.

    2. Si può sperare che nei prossimi anni le COP comincino a concludere qualcosa di davvero efficace, e coordinato a livello mondiale? In tal caso sarebbero “tutti” a imporre politiche fiscali a casa di tutti. Non mi sembra che nelle negoziazioni in corso si parli di disincentivazione delle emissioni: piuttosto si cerca di stabilire un programma che porti a transizione prima i paesi industrializzati e poi, con più gradualità, quelli emergenti. Se questo processo venisse coordinato correttamente, si potrebbero ottenere dei risultati aggregati soddisfacenti.

    3. Certamente la Svezia è un paese “statisticamente poco rappresentativo”, per usare un eufemismo. Però il potenziale per dematerializzazione e efficientamento non appartiene solo ai paesi scandinavi… La governance razionale forse sì però :-(

    4. Semplificando al massimo questo punto, mi sento di dire che mettere in opera una transizione, sebbene esigente in risorse e non scevra da impatti ambientali, sia comunque necessario nel corso dei prossimi decenni. Si tratta dunque di stabilirne la tempistica, giusto? Tanto vale incominciare subito allora, così da ridurre i rischi ambientali cumulativi. E’ vero che in pratica il problema è infinitamente più complicato, a partire dalla necessità di consapevolizzare e mobilitare la società, Paese per Paese e cultura per cultura.

    • Filippo Zuliani scrive:

      Ciao Raffa, sui punti che sollevi:

      2. Mah, le COP fin qui hanno prodotto solo accordi non vincolanti. In economia ogni Paese/regione e’ libero di imporre le misure che ritiene piu’ opportune per la crescita, nel rispetto di vincoli di diritti umani e ambientali piu’ elevati ma generici. Il punto e’ che o i COP trovano un accordo mondiale vincolante o si fa presto a produrre dove le emissioni costano meno e poi importare il prodotto finito vanificando ogni misura locale in favore dell’ambiente.

      3. Fatti i dovuti conti con la dematerializzazione dell’economia ahime’ non andiamo nella direzione desiderata. L’uso di materie prime pro-capite e’ in aumento, pur con dematerializzazione e misure di efficienza.

      4. Hai ragione a dire che avverra’ comunque e tanto vale, ma non farebbe male studiarne le ricadute in modo da essere pronti all’occorrenza con politiche mirate per mitigare eventuali effetti sociali negativi. Basterebbe semplicemente dare qualche linea guida e lasciare ai singoli Paesi l’onere della proposta piu’ adatta alla cultura/economia locale.

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