La fine del ricatto energetico russo?

Il mio articolo per iMille-magazine

Similmente a quanto accaduto tra il 2006 e il 2009, la crisi in Ucraina ha riesumato il mai sopito dibattito sulla dipendenza dell’Europa dalle risorse energetiche russe. Il 25 febbraio, la Commissione Europea ha reso nota la dichiarazione di intenti di formare un’Unione Energetica Europea (Energy Union) con l’obiettivo, tra le tante cose presenti nel documento, di una riduzione strutturale della dipendenza dalla Russia come fornitore di risorse energetiche, che a detta di molti Putin ha usato e usa tuttora come strumento politico.

Il dibattito se le risorse energetiche russe possono e/o sono state utilizzate come arma di ricatto non è nuovo. E’ opinione di molti che le diverse tariffe per il gas naturale che Gazprom fissa in Europa siano collegate a una precisa agenda politica. Secondo altri, inevece, tra cui Jonathan Stern dell’Oxford Institute for Energy Studies, è quantomai problematico stabilire un collegamento esplicito tra la politica dei prezzi di Gazprom e l’agenda del Cremlino ed è dunque altrettamento problematico etichettare l’approvvigionamento di gas naturale di Gazprom in Europa come ‘politico’. A ben vedere, infatti, la politica di Gazprom in Europa ha molto più a che fare con la sua posizione e la quota di mercato nei rispettivi mercati nazionali europei che altro. Le tariffe di Gazprom sono più alte, infatti, dove è assente una reale concorrenza e sviluppo del mercato. L’idea che gli obiettivi di Gazprom e del Cremlino coincidano è dunque opinabile. Gli effetti della mancanza di una reale diventano sempre più evidenti con il procedere del processo di integrazione europea. Nei paesi nord-europei, infatti, la dipendenza dalle risorse energetiche russe non è mai stata una preoccupazione reale. Certo può essere, come suggerito da alcuni, che i leader nord-europei abbiano sempre stretto accordi sottobanco col Cremlino per guadagnarsi un trattamento di riguardo nell’approvvigionamento energetico. Ma un argomento di gran lunga più convincente è che quegli stessi Stati semplicemente avevano accesso a risorse energetiche alternative quali, ad esempio, la produzione nazionale (Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito) o altri fornitori (Norvegia o accesso al mercato del gas naturale liquefatto, GNL).

E’ dal 2009 che l’ambizione per l’integrazione del mercato energetico europeo ha assunto connotati reali e concreti, come risposta ai problemi causati dall’interruzione nell’approvvigionamento energetico avvenuta quell’anno. Da allora, con il sostegno della Commissione Europea, la Polonia e la Repubblica Ceca, ad esempio, hanno investito molto in migliori infrastrutture di collagamento energetico coi Paesi vicini. Il che ha facilitato lo scambio di gas naturale in tutta l’Unione europea e fornito migliori garanzie di accesso a risorse alternative in caso di interruzione inettesa dell’approvvigionamento energetico (russo). In pratica, oggi La Repubblica Ceca è sostanzialmente integrata nel mercato tedesco e la dipendenza da un unico fornitore non è più un problema. Le prospettive del mercato della Polonia, invece, dipendono molto dalla messa in posa dei terminali GNL attesi per la fine di quest’anno, attraverso cui si punta diversificare la fornitura per il 90% del totale dei volumi di mercato. Nel 2014, la Lituania ha rinegoziato la fornitura di gas con Gazprom, avevendo precedentemente annunciato la messa in posa di un sistema nazionale per l’importazione di GNL, sempre con il sostegno della Commissione Europea. Difficile credere che la Lituania sia diventata all’improvviso un fervente sostenitore di Putin. Questo significa che l’Unione Energetica Europea, sulla cui necessità v’è da aspettarsi un feroce dibattito rispetto agli interessi nazionali nei mesi a seguire, può stimolare l’integrazione europea collegando i mercati energetici nazionali e che questo sarebbe già un successo. Ad oggi restano solo una manciata di Stati europei che sono ancora dipendenti da un unico fornitore e a cui dovrebbe venir garantito l’accesso ad alternative onde evitare abusi di potere. Questo problema dovrebbe venire dunque affrontato con una più stretta cooperazione tra Stati, non l’inverso.

Il ricatto energetico russo contro l’Europa, insomma, esiste a malapena, o forse non è più così terribile come lo si dipinge. L’Europa ha saputo garantire la propria sicurezza sugli approvvigionamenti energetici non rifuggendo dal gas russo ma, al contrario, mantenendo un adegutato livello di forniture alternative e aumentando la concorrenza sui mercati interni. Certo, in materia di integrazione energetica europea vi ancora molto da fare, ma in questo momento di stress geopolitico val la pena riconoscere i benefici di quanto già fatto. La maggiore integrazione del mercato e della cooperazione europea, il rafforzamento e la razionalizzazione della normativa europea hanno conseguito risultati significativi. La stracca retorica dei nazionalismi a prescindere ottiene generalmente il contrario.

One Response to La fine del ricatto energetico russo?

  1. Jacopo Simonetta scrive:

    Sono anche io dell’avviso che il ricatto energetico russo non sia così terribile come alcuni sostengono. Non solo per i motivi illustrati nell’articolo, ma anche perché se l’Europa ha bisogno del gas russo, la Russia ha non meno bisogno dei soldi europei.
    Certamente, la Russia sta cercando sbocchi commerciali verso oriente, ma le reti infrastrutturali necessarie sono importanti. Richiederanno quindi diversi anni ed investimenti importanti.
    Jacopo Simonetta

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