Dematerializzazione dell’economia: intensità energetica

imagingtheworldScuse sentite ai lettori di questo blog per il ritardo di questo articolo. Quella che doveva essere una semplice disamina sull’intensità energetica dell’economia, forse uno degli indicatori più popolari per l’efficienza energetica, si è rivelata un vespaio. La maggior parte delle considerazioni sull’intensità energetica sono infatti più uno sterile esercizio di aritmetica sconnesso dalla realtà che conclusioni di valore. Questo post cerca di sintetizzare al massimo la questione. Buona lettura, diciamo.

PIL e consumo d’energia. Nella trattazione economica, gli economisti sono tradizionalmente concentrati su capitale e lavoro e, più recentemente, sugli effetti del progresso tecnologico. Secondo alcuni economisti ecologici invece, il consumo di energia dovrebbe essere lo standard primario di valore per la società moderna, per l’ovvio motivo che qualsiasi sistema, umano e non, ha bisogno di energia per funzionare. Su questo presupposto è cresciuta nel tempo l’idea di una società basata sul consumo energetico e le energie rinnovabili. Nel sistema economico moderno, la ricchezza prodotta annualmente è misurata dal Prodotto Interno Lordo (PIL). Da decenni definizione e modalità di calcolo del PIL come misura della qualità della vita sono oggetto di discussione tra gli economisti. Associare il PIL al tenore di vita porta infatti a usare il benessere materiale come indicatore della qualità della vita, con tutto ciò che ne consegue. Tuttavia, nonostante decenni di proteste da parte di ambientalista e decrescisti, ad oggi non è ancora noto un parametro migliore per misurare la qualità della vita e tocca tenerci il PIL.

L’intensità energetica è definita come il rapporto tra consumo di energia primaria e PIL. Definizione alla mano, un valore alto di intensità energetica indica un alto consumo nel convertire l’energia in PIL e, dunque, una bassa efficienza. Una basse intensità energetica al contrario indica una migliore performance economica per unità di energia consumata. Va da sé che l’intensità energetica è da molti considerata una misura attendibile per l’efficienza energetica nella cornice economica nazionale.

Risale solo a qualche anno fa una vibrante discussione tra esperti (e meno esperti) in cui Maurizio Pallante, leader dei decrescisti italiani, sosteneva l’inefficienza dell’uso di energia in Italia con la famosa metafora del secchio bucato [1]. Secondo Pallante, invece di immettere una maggiore quantità di energia primaria nel secchio (l’Italia) è necessario prima chiudere i buchi attraverso cui essa si disperde (efficienza energetica). L’immagine semplice e potente del secchio bucato sembra incontestabile, ma parte dall’assunto che il bilancio energetico italiano sia un secchio pieno di buchi, cosa tutt’altro che ovvia.

Intensità energetica. Alla provocazione di Pallante gli esperti risposero con un solenne no. L’efficienza energetica italiana si attesterebbe invece su buoni livelli. Il confronto dei valori dell’intensità energetica italiana evidenzia infatti la posizione di rispetto del nostro Paese. Si veda ad esempio la figura sotto che rubo da un articolo di Domenico Coiante [2].

intensitaenergetica2004
Da allora non si contano le disamine sulle serie storiche economico-energetiche sulla dematerializzazione dell’economia produttivista moderna, e i confronti più o meno esotici tra intensità (e indi efficienze) energetiche nazionali. Secondo vulgata economica standard, infatti, vi è un graduale disaccoppiamento tra crescita del consumo di energia primaria e crescita del PIL nelle economie avanzate. Altrimenti detto, all’aumentare del PIL sarebbe necessaria sempre meno energia per alimentare la crescita economica per effetto di una sempre maggiore efficienza dei processi produttivi e di consumo. Purtroppo, ancora un volta, l’analisi della metodologia di base porta alla luce inesattezze e miopie che ne inficiano le conclusioni.

I problemi col PIL. Per confrontare i valori dell’intensità energetica tra diversi paesi è necessario porre molta attenzione alla conversione del PIL. Siccome il PIL è calcolato nella valuta di ciascun paese, le singole valute devono essere convertite in una unità monetaria comune, solitamente ci si riferisce al dollaro americano. E’ possibile convertire i valori dei PIL scambiando le valute nazionali al tasso di cambio di mercato (MER). Alternativamente, è possibile impostare i tassi di conversione in modo che il valore di ogni valuta sia equivalente in termini di qualità e quantità di buoni/servizi acquistabili dai consumatori. Questo è il cosiddetto metodo a parità di potere d’acquisto (PPP) ed è calcolato tramite un acconcio paniere dei prezzi mantenuto da OECD e Banca Mondiale. Il PPP è importante per considerazioni su PIL e benessere, giacché vivere in un paese dal PIL elevatissimo quando Burger King costa 20 euro al pezzo non è indicativo di una alta qualità della vita.

Il problema è che vi sono ampie discrepanze se si confrontano i PIL nazionali a seconda che si usi il metodo MER o il metodo PPP. Questo avviene perché in teoria economica standard i valori di mercato (MER) sono fissati in conformità alla legge del prezzo unico per merci scambiate in regime di concorrenza internazionale. Il che non è verificato per tutti i prodotti. Ad esempio, è ingenuo credere che i prezzi dell’energia siano la risultante della libera concorrenza in un mercato internazionale perfetto. L’analisi storica racconta di una lunga serie di pratiche distorsive dei prezzi – tassazioni e/o sussidi – o regolamentazioni nazionali che hanno favorito una forma di energia rispetto alle altre (basti pensare al nucleare in Francia o UK). D’altro canto, anche il metodo PPP ha i suoi problemi. Calmierare i prezzi di *tutti* i beni e servizi scambiati nel mondo reale è praticamente impossibile. Inoltre il confronto tra prezzi dice poco e nulla sulla qualità dei beni e servizi. E’ ben noto che beni e servizi dei paesi in via di sviluppo sono di qualità generalmente inferiore a quelli delle economie avanzate, il che induce una sottostima del prezzo.

Tirando le somme: il metodo MER considera solo il prezzo unico internazionale di beni/servizi e non considera i prezzi dei singoli Paesi, col risultato di sottostimare il PIL dei paesi in via di sviluppo, dove i prezzi sono generalmente bassi. L’intensità energetica calcolata è dunque spesso maggiore del caso reale. Al contrario, il metodo PPP considera i singoli prezzi nazionali ma non la qualità di beni/servizi, sovrastimando il PIL dei Paesi in via di sviluppo. L’intensità energetica in questo caso è minore del dovuto. Questa distorsione è ovviamente presente anche quando si confrontano le performance delle economie avanzate, sebbene in modo quantitativamente meno vistoso. Il valore appropriato nella conversione dei PIL sta dunque probabilmente nel mezzo tra i valori ottenuti coi metodi MER e PPP, ma è impossibile dire esattamente dove.

I problemi con l’energia. Il consumo di energia primaria è una realtà complessa e nel distillarne conclusioni da metodi semplicistici bisogna porre molta attenzione a non astrarsi dalla realtà storica e fisica. Sul lato energetico i dati statistici escludono spesso l’uso di combustibili da biomassa, e dunque sottovalutano notevolmente il consumo energetico effettivo di molti dei paesi poveri. Vi sono poi spesso imprecisioni nella conversione di combustibili a un denominatore comune, tra tutte quelle in energia elettrica primaria, nonché l’omissione della qualità dell’energia. I bruti confronti tra consumi di energia primaria tra diversi paesi mancano di considerare le differenze nelle condizioni geografiche e morfologiche dei rispettivi territori. Come si fa a confrontare l’efficienza del consumo energetico delle abitazioni nel nord Europa con quelle a Roma, considerando riscaldamento e stile di vita (TV, stereo, elettrodomestici, eccetera)? Semplice, non si può. Va inoltre notato che il consumo di energia primaria tende ad aumentare nei Paesi con una superficie ampia per la maggiore (e congenita) diffusione della popolazione. Il bruto calcolo dell’intensità energetica del PIL astratta dai vincoli reali sociali e del territorio rende i confronti tra Paesi diversi aleatori.

Per quel che riguarda il consumo di energia primaria del settore industriale va notato come esso dipenda moltissimo da attività ad attività, sia in termini quantitativi che di vettori energetici. Si veda il caso dell’industria pesante, in cui molte attività dichiaratamente energivore (acciaio, cemento, carta, petrolchimica) producono prodotti dal valore aggiunto non elevatissimo (commodities) e finiscono per pesare negativamente sul mix economico-energetico nazionale. L’intensità energetica risulta dunque ben più dipendente dai mix produttive nazionali, e dal differente ma congenito consumo di energia primaria, che dall’efficienza energetica nella produzione. Posto che non si può vivere tutti di Google e Facebook, e che ponti, ferrovie e edifici sono fatti di acciaio e cemento, come si fa a confrontare i valori dell’intensità energetica di Paesi diversi con mix produttivi diversi e derivarne l’efficienza energetica del sistema economico nazionale? Di nuovo, non si può. Va allora da sè che larga parte dei confronti sull’efficienza energetiche operati tramite i valori dell’intensità energetica nazionali sono inutile aritmetica. Per quel che concerne infine la serie storica mondiale aggregata – consumo di energia primaria vs PIL mondiale – davvero qualcuno considera affidabili le statistiche governative cinesi, russe, argentine o venezuelane?

Il caso dell’Italia. Se i confronti internazionali sull’intensità energetica sono opinabili per i problemi sopra esposti, è possibile confinare l’analisi delle serie storiche dell’intensità energetica ai singoli paesi. Anche qui però non mancano i problemi. Considerando l’esempio dell’Italia, il calcolo dell’intensità energetica nazionale è quasi banale. I valori del PIL sono facilmente accessibili tramite ISTAT mentre ENEA provvede ai consumi di energia primaria nell’annuale Rapporto Energia e Ambiente. Prenderemo qui in considerazione la valutazione del PIL col metodo PPP (col MER non cambia quasi nulla) e dei consumi di energia primaria negli ultimi 30 anni, dal 1984 (livello di riferimento) a oggi. Si ottengono allora le curve storiche sotto: a sinistra la crescita del PIL e dei consumi di energia primaria, a destra l’intensità energetica.

intensitaenergeticaitalia
Dai grafici si evince come la crescita del PIL sia associata ad una crescita dell’energia primaria consumata ma con intensità energetica calante. Negli ultimi 20 anni, infatti, il disaccoppiamento tra PIL e consumo d’energia ha raggiunto il 15% del totale. Attribuire però questo 15% a programmi di efficienza energetica è quantomai problematico. Anche nella valutazione dell’intensità energetica nella cornice nazionale, infatti, è evidente che la disomogeneità degli aggregati nelle serie temporali induce una falsa lettura dei risultati. Disaggregando infatti il consumo d’energia primaria nel tempo per fonte [3] si evince una realtà diversa (grafico sotto).

consumoenergiaprimariaitalia
Il mix del consumo energetico nazionale è cambiato molto negli ultimi 10-15 anni per due ragioni solo parzialmente riconducibili all’efficienza nel consumo. La prima ragione è la perdita dell’industria chimica e petrolchimica nella produzione nazionale con conseguente diminuzione del consumo di prodotti petroliferi. La seconda ragione è il passaggio al gas naturale per la generazione di energia elettrica e il riscaldamento domestico. Di nuovo, collegare i cambiamenti dell’intensità energetica di aggregati disomogenei a programmi o pratiche di efficienza energetica è pratica quantomai scivolosa. Questo al netto di questioni su qualità e specificità dei beni prodotti dall’industria nazionale – l’acciaio prodotto con altoforni ad arco elettrico, ad esempio, non ha caratteristiche equivalenti a quello degli impianti a carbone a ciclo integrale come ILVA e non supporta dunque le stesse applicazioni come, ad esempio, l’industria dell’auto.

Ancora più complesso, e spesso largamente futile, è il tentativo di collimare il disaggregato del consumo di energia primaria per settore (industriale, servizi, eccetera) con il disaggregato del PIL per tracciare le variazioni di intensità energetica per ogni combinazione di settore e fonte energetica – ad esempio, quanto gas naturale ha consumato il settore industriale ogni anno e con che profitto. Il problema tipico di questo approccio è che i disaggregati economici per settore del PIL (ISTAT) e del consumo d’energia per fonte (ENEA) non coincidono. Per ricondurli a una matrice comune si ricorre dunque a un imponente esercizio di statistica lineare i cui risultati sono riassumibili in una parola: niente. Da dieci anni ENEA calcola e commenta i valori dell’intensità energetica per settore produttivo nazionale con risultati più simili alla numerologia che alla scienza.

L’energia come moneta. Non abbiamo ancora parlato del consumo di energia come valuta per beni o servizi per un’economia più collegata all’ambiente. Un breve cenno sulla questione prima di chiudere. Nel lontano 1970 alcuni economisti ecologici proposero di elevare l’energia a moneta standard e ricondurre così la crescita economica in una rigida ma sostenibile cornice termodinamica. L’approccio più radicale è stato senza dubbio quello di Nicholas Georgescu-Roegen sulla seconda legge della termodinamica – la più economica di tutte le leggi fisiche, secondo Georgescu – la cui sostenibilità economica era sposata alla minimizzazione della degradazione entropica. L’ipotesi per cui l’energia è l’unico fattore non sostituibile e non riciclabile alla base di ogni attività umana, e come tale l’agente fondamentale nello sviluppo economico, è attraente ma fallace. Ad un livello generale, è evidente che le teorie del valore di singolo fattore – quella proposta da Georgescu non fa eccezione – non sono in grado di catturare la complessità e l’interconnessione dei processi fisici e economici. A ben guardare, il tentativo di costruire una teoria del tutto economico basata su un solo fattore non è nuova. I fisiocratici settecenteschi e i marxisti incorsero nello stesso tentativo (ed errore) con agricoltura e lavoro. Se fu ingenuo per i marxisti pensare che il lavoro potesse rimpiazzare l’apporto della luce solare alla biosfera terrestre, è analogamente ingenuo voler surrogare fattori fondamentali come ad esempio il tempo ai flussi d’energia. Nella società moderna il tempo è un’entità scarsa, la cui valutazione ha spesso la precedenza su efficienza energetica o impiego di materie prime. I viaggi in aereo, ad esempio, sono dettati da logiche economiche sul valore del tempo, non dell’energia, e anche un banale frigorifero altro non è che un dispositivo per risparmiare tempo. Compromessi tra diversi fattori (energia, tempo, capitale, lavoro, eccetera) sono alla base dell’economia produttivista e di fatto definiscono il tessuto stesso della società. Voler ricondurre l’economia moderna ad un dimensione più vicina all’ambiente è lodevole e i bilanci energetici netti sono certamente importanti, ma va notato che anche un ente fondamentale come l’energia non può rappresentare adeguatamente valutazioni di spazio, tempo, qualità dei materiali, biodiversità, lavoro, idee, ordine sociale, ricchezza culturale e moralità, solo per citarne alcune. Analogamente, una valutazione economica che prescindesse da questi fattori, relegandoli a esternalità a carico della società, compierebbe un errore grave e simmetrico.

Concludendo. L’analisi delle serie storiche sull’intensità energetica come valutazione sull’efficienza dei processi di consumo di energia primaria mostra svariate lacune che ne rendono i risultati aleatori. In generale, i paesi avanzati sono caratterizzati da un sistema di produzione meno intensivo nel consumo di energia primaria ma uno stile di vita a più alto consumo energetico. Al contrario, i paesi in via di sviluppo sono caratterizzati da un sistema di produzione con consumo di energia più elevato ma uno stile di vita a minor impatto energetico. L’economia è un sistema interconnesso e paragonare l’impronta energetica nelle singole economie nazionali senza considerare i valori di energia contenuta in materiali finiti o semilavorati e servizi scambiati porta a valutazioni sbilenche sia nel confronto tra Paesi diversi che nella quantificazione del disaccoppiamento tra economia e consumo di energia primaria.

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bibliografia
[1] Un mondo senza luce – Maurizio Pallante (2006).
[2] L’intensità energetica in Italia – Domenica Coiante (2006).
[3] Rapporto Energia e Ambiente – ENEA (2010).

One Response to Dematerializzazione dell’economia: intensità energetica

  1. Robo scrive:

    Tutto molto interessante ma in pratica dici che non si possono fare comparazioni inter-intra paese plausibili. Che la valutazione monodimensionale dei post-picchisti é imperfetta ma che bisogna tener conto dei bilanci energetici e che una teoria economica che prescindesse da biodiversità, ordine sociale, etc., é poco lungimirante. Io apprezzo la tua lucidità, pur con i miei forti limiti culturali, ma tutto ciò ci lascia al punto di partenza. Non apprezzo il post-picchismo quando diviene una lente con cui guardare tutto (e non mi convince spt quando interpreta i fenomeni sociali usandoli come proxy) ma c’è una proposta e non parlo della decrescita. Parlo di transizione energetica. Tu stesso citasti la necessità di internalizzare all’economia una serie di aspetti ecologici che attualmente non contempla. Non pensi che, al netto della tua avversione per il catastrofismo e la loro attrazione, talora, per modelli sociali ipersemplificati (o spiegazioni funzionali alla propria visione) si remi nella stessa direzione? Ciao e grazie.

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