Prospettive climatiche

Il mio articolo per iMille-magazine

Un’azione urgente e concreta per affrontare il cambiamento climatico: questo, in sunto, il risultato dell’ultimo G7 a Elmau per discutere di global warming. I sette capi di Stato riuniti – Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Giappone – hanno promesso di dismettere l’uso di combustibili fossili entro la fine del secolo e di ridurre le emissioni globali del 70% entro il 2050. L’obiettivo delle azioni promesse è limitare il riscaldamento globale alla soglia dei 2 gradi centigradi. L’obiettivo politico del summit di Elmau era invece quello di costruire un fronte unito e comune in vista della prossima conferenza sul clima (COP21) di Parigi, in dicembre. Al netto delle roboanti promesse, il vertice del G7 in Germania lascia aperte molte questioni.

In primo luogo, non è chiaro se e come le promesse dei premier attuali dei paesi ricchi saranno onorate dai loro nipoti politici democraticamente eletti. Inoltre, se anche la conferenza di Parigi risultasse in un insperato accordo vincolante, non è chiaro quali dovrebbero essere le politiche sociali e economiche attraverso cui passerà la realizzazione (carbon tax, cap-and-trade, sussidi alle rinnovabili o un misto di queste politiche).

Quel che è chiaro è che la vita per l’industria dei combustibili fossili è diventata oggi più difficile. Questo perchè i tempi di investimento delle imprese del settore dell’energia si misurano in termini di decenni. Ad esempio, la costruzione del terminal petrolifero di Sullom Voe in Gran Bretagna risale al 1975. Quaranta anni dopo, Sullom Voe è ancora una delle infrastrutture principale dell’industria dell’Oil&Gas nel Mare del Nord. Altrimenti detto, la riduzione dei margini di guadagno futuri di progetti energetici attuali dal costo di decine di miliardi e con decenni di ritorno d’investimento è una possibilità reale e concreta. Il che non incoraggia certo gli investitori. Ma anche leader dei G7 hanno i loro problemi a vivere all’altezza delle loro promesse: collimare politica energetica, industriale e sostenibilità economica non è cosa facile. Per l’America di Obama, ad esempio, raggiungere gli obiettivi promesse al G7 richiederebbe una decisa accelerazione dei trend attuali. Nel primo trimestre del 2015 l’America ha installato 1.3 GW di solare fotovoltaico, con un valore atteso di 8 GW per la fine dell’anno. Sebbene sia poco meno della metà del totale italiano, 8 GW corrispondono a meno dell’1% della potenza totale installata americana. Insomma, la strada è ancora lunga. Questo al netto dei problemi di integrazione di fonti rinnovabili non programmabili nella rete elettrica americana, con tutto il corollario di costi per smart grid, stoccaggio e capacity payment. A rendere le cose peggiori, si calcola che per incentivare i produttori di elettricità a dismettere il carbone in favore del gas naturale il prezzo delle emissioni in Europa dovrebbe aumentare di quasi sette volte, dagli attuali 6.30 €/tCO2 a 42. I consumatori europei già pagano salati contributi in bolletta per sovvenzionare le rinnovabili, e non è chiaro se un prelievo ancora più consistente sia sostenibile.

La decarbonizzazione dell’economia sembra per ora passare dalle rinnovabili, tagliando fuori il nucleare. L’incidente di Fukushima è risultato in un dimezzamento dei programmi per la costruzione di nuove centrali nucleari per il 2035 (su 360 GW programmati, ora stiamo a 180) col risultato che la quota di energia atomica nel mix planetario passerà dal 14 al 10 per cento sul totale. Il problema è che una quota significativa della domanda insoddisfatta inevitabilmente finirà per essere intercettata dall’offerta sul mercato del carbone, con due conseguenze: 1) l’aumento dei prezzi di mercato e 2) l’aumento dei costi per ridurre le emissioni. Col carbone si produce oltre il 40 per cento dell’energia elettrica mondiale (il 25 in Europa) e gli analisti prevedono un aumento della domanda del 50 per cento da qui al 2035, principalmente trainata dalla crescita indiana e cinese. Ecco, il problema maggior delle conferenze del clima, Parigi non fa eccezionae, è che paesi come Cina, Russia e India, oltre a molti dei produttori di petrolio (OPEC in testa) probabilmente aderiranno alle proposta del G7 solamente con obiettivi non vincolanti o generiche dichiarazioni d’intenti, o non aderiranno affatto. La Cina, ad esempio, ha promesso una riduzione della crescita delle emissioni solamente dal 2030 in termini fattuali ancora vaporosi, la Russia oggi ha ben altri problemi cui far fronte e l’India non accetta obbiettivi climatici imposti dall’alto. E’ difficile immaginare una riduzione delle emissioni globali senza il contributo di questi paesi.

Eppure, politica a parte, le prospettive le rinnovabili non sono mai state migliori. Grazie al progresso tecnoligico il costo delle celle solari è in discesa da anni, anche le prospettive per le batterie sono buone e l’efficienza energetica promette guadagni non indifferenti. Insomma, da Elmau arriva un messaggio chiaro. Forse i giorni dei combustibili fossili e dell’inquinamento da carbonio sono davvero contati.

One Response to Prospettive climatiche

  1. michelino scrive:

    Se andiamo avanti così siamo rovinati. Le rinnovabili non hanno futuro senza una valida controbilanciatura. E vogliono eliminare l’atomo. Ancora peggio. Ditelo alla Russia, alla Cina ed all’India che aumentano di anno in anno la loro quota da energia nucleare. Povera Europa.

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