Scivolosissime esternalità negative

Il mio articolo per iMille-magazine

areaindustrialeE’ opinione piuttosto diffusa tra i movimenti ambientalisti che l’economia produttivista moderna, basata su beni e servizi, e l’inquinamento da essa causato abbiano portato il mondo sulla soglia del disastro ambientale. A tale fine, viene spesso utilizzo il concetto economico di esternalità negativa, dando ad esso un’interpretazione che farebbe torcere il naso agli economisti. Ma andiamo con ordine.

Il concetto di esternalità è in sé piuttosto semplice. Qualunque attività economica, intesa come scambio di beni o servizi, può comportare effetti esterni a carico di persone non coinvolte immediatamente nello scambio. Per esternalità s’intende appunto l’influenza che l’attività economica di un soggetto esercita sulla produzione o il benessere di un’altra persona non coinvolta nella transazione economica. Tale influenza può essere positiva o negativa, a seconda che porti vantaggi o danni su agenti esterni alla relazione di mercato tra produttori e consumatori. Nel primo caso si parla di esternalità positiva, nel secondo di esternalità negativa. Un esempio classico di esternalità positiva sono le scoperte scientifiche quali un nuovo vaccino, dei cui effetti benefici si avvantaggiano coloro che si sono direttamente vaccinati e indirettamente coloro che avrebbero contratto il contagio da individui non vaccinati. Questi ultimi, a differenza dei primi, non pagano nulla per il beneficio ricevuto dal momento che non acquistano il vaccino e, dunque, non ripagano il brevetto all’inventore. L’esempio classico di esternalità negativa è invece l’inquinamento atmosferico o idrico, ad esempio per l’accumulo di rifiuti e di scorie radioattive. Questo comporta un costo sociale, in termini di danno alla salute delle persone che, secondo vulgata ecologista comune, non viene ripagato dal sistema industriale che lo origina. Al contrario, il modello economico produttivista moderno riconosce all’inquinamento ambientale un costo, ma lascia al valore di mercato il compito di fissarne il valore, con tutto ciò che questo comporta. Posto che l’inquinamento ambientale è prodotto in larga parte dai paesi industriali (OECD) o in via di sviluppo (BRIC), gli ecologisti chiedono se, a fronte di benefici il cui valore è stabilito da transazioni economiche, sia lecito produrre un danno ambientale che rischia di far pagare alle generazioni future costi proibitivi.

Se è facile concordare sul principio “Chi inquina, paghi” risulta invece molto difficile stabilire una tariffa dell’inquinamento acconcia in cui si scontino costi di chiusura del ciclo produttivo (trattamento, riciclo e messa in discarica dei rifiuti prodotti) che spesso ricadono sulla società (spese sanitarie, tasse per smaltimento rifiuti, eccetera). Volendo optare per un meccanismo di calcolare del valore che slegato dalle logiche di mercato di domanda e offerta, il valore delle esternalità negative verrebbe infatti assegnato sulla base del sentire comune nei confronti dell’ambiente, con discrezionalità quasi totale. Ciò rende ncessaria l’assunzione di criteri di giudizio comuni a livello nazionale e internazionale. Nemmeno l’Unione Europea, che da oltre un decennio ha assunto il ruolo di leader mondiale nello sviluppo delle rinnovabili e nella lotta alle emissioni, è ancora riuscita a convenire su un criterio di valutazione standard.

Se appare poco assennato rinunciare ai benefici ambientali delle rinnovabili per la mancanza di uno standard di valore condiviso, è anche vero che perorare una sicura competitività economica dall’internalizzazione delle esternalità negative nei processi produttivi non è corretto. Questo avviene perché senza un sistema condiviso per la valutazione del valore delle esternalità negative non é possibile stabilire cosa convenga e cosa no. Perorare una sicura convenienza delle rinnovabili vuol dire assegnare un valore infinito alla natura e ai servizi ecosistemici, cosa non corretta da un punto di vista economico. La valutazione delle esternalità è inoltre un terreno molto scivoloso, da trattarsi caso per caso con tecniche sofisticate (LCA) e non immutabile nel tempo. La medesima attività economica, infatti, può maturare diversi tipi di esternalità, sia positive che negative, nel corso del tempo. E’ il caso dei trasporti privati, ad esempio, che hanno migliorato il tenore di vista del mondo moderno ma, via via che il numero dei veicoli circolanti è aumentato, hanno dato origine a esternalità negative quali inquinamento ambientale (PM2.5, NOx) oltre che stress e incidenti. Ed è sempre il caso dei trasporti che, nel tempo, hanno visto il riscaldamento da biomasse (legno e pellet) diventare la maggior causa di inquinamento ambientale (PM2.5), con indicato da una recente ricerca del Ministero della Salute italiano, da cui riproponiamo il grafico sotto.

ISPRA_PM2_5

Si evince infatti come l’utilizzo di auto sempre più efficienti ha reso sempre meno rilevante il contributo alla produzione di particolato (PM2.5) derivante dalla combustione di diesel e benzina. Secondo il rapporto:

la progressiva diminuzione delle emissioni veicolari ha fatto sè che il contributo delle emissioni di particolato da traffico veicolare da usura, in particolare di freni e pneumatici ed abrasione del manto stradale, stia diventando percentualmente più importante e tale percentuale aumenta notevolmente se, insieme alla componente abrasiva, viene anche presa in considerazione quella relativa alla risospensione di polvere precedentemente depositata sulle strade.

Ne consegue che, per ciò che concerne il particolato, un eventuale veicolo elettrico alimentato completamente a energia da fonti rinnovabili porta comunque con sè il valore ambientale negativo delle componenti di cui sopra. Chi volesse approfondire l’argomento può consulare il rapporto Italian Emission Inventory 1990-2013 sempre di ISPRA. Sempre secondo il rapporto, in Italia le esternalità ambientali negative dei costi sanitori per l’inquinamento da particolato andrebbero oggi imputati più alle biomasse utilizzate per il riscaldamento che alle emissioni delle centrali elettriche.

3 Responses to Scivolosissime esternalità negative

  1. Emanuele scrive:

    Ciao Filippo,

    leggo sempre con interesse i tuoi articoli.

    “Al contrario, il modello economico produttivista moderno riconosce all’inquinamento ambientale un costo, ma lascia al valore di mercato il compito di fissarne il valore, con tutto ciò che questo comporta.”
    Potresti spiegare meglio come questo avviene in pratica? Non è molto chiaro.

    “Ne consegue che, per ciò che concerne il particolato, un eventuale veicolo elettrico alimentato completamente a energia da fonti rinnovabili porta comunque con sè il valore ambientale negativo delle componenti di cui sopra.”
    Ok, anche se ci sarebbe da dire che un veicolo elettrico o ibrido consuma significativamente meno materiale d’attrito grazie alla frenata rigenerativa. Ma a parte questo, qual è quindi la tua opinione nel complesso sul veicolo elettrico vs veicolo endotermico?

    Grazie.

    • Filippo Zuliani scrive:

      ciao Emanuele,
      sulla prima domanda credo che un esempio autochiarificatore sia la gestione di una discarica affidata a privati.
      sulla seconda domanda la mia opinione e’ che bisogna prima chiarire i termini di paragone. Perche’ le esternalita’ negative di un veicolo endotermico sono diverse da quelle di un ibrido. Stiamo parlando di PM2.5? CO2? uso del terreno? (es. ricavare l’elettricita’ dal FV per l’alimentazione degli ibridi plugin impiega certamente piu’ terreno di diesel e benzina) rarefazione delle risorse? Oltre al fatto che andrebbe chiarito se e perche’, ad esempio, sarebbe preferibile impiegare piu’ terreno o emettere piu’ CO2.

  2. Robo scrive:

    Ok Filippo. Sulla difficoltà di paragonare mele con arance hai già scritto. Ma allora che si fa? Tu stesso hai più volte detto che é evidente a tutti che l’attuale modello di sviluppo è insostenibile nel lungo termine. Se non troviamo il modo di oggettivare un costo esterno evidente ma difficilmente quantificabile, che facciamo? Lasciamo che scelga il mercato? E il GW? Come lo valutiamo? E l’inquinamento misto di falda sempre più frequente? (anche se per lo più sotto i limiti di legge per i singoli inquinanti). Non sto facendo domande retoriche, é che mi viene da pensare che anziche un capovolgimento dei modelli di sviluppo (come desiderano alcuni) sia più logico e fattibile definire costi “ambientali” all’interno dell’attuale sistema. Come fare io non lo di certo. Ciao e grazie.

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