Il dilemma della crescita

Il mio articolo per iMille-magazine

Poche settimane fa, Serge Latouche è intervenuto a Milano davanti ai delegati di Terra Madre Giovani – We Feed The Planet, ripetendo il mantra della decescita felice. Latouche critica l’attuale economia produttivista quale modello di società individualista che, alla ricerca spasmodica della crescita a tutti i costi, finisce per generare infelicità anzichè benessere. Secondo i decrescisti la crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito e la sostenibilità sarebbe raggiungibile solo attraverso il cosiddetto circolo virtuoso delle r: ridurre, riciclare, riutilizzare e ristrutturare. La teoria di Latouche, per quanto poggi su un assunto indiscutibile spesso trascurato dagli economisti mainstream – la finitezza delle risorse naturali – trascura completamente le condizioni per la stabilità macroeconomica e le relative implicazioni sulla forma di Governo. Ma andiamo per gradi.

1. Fondamentali di economia. Nell’economia produttivista moderna, l’aggregato macroeconomico principale è certamente il PIL. Ci sono tre modi di vedere (e calcolare) il PIL. Brutalmente, il PIL di una nazione è 1) la somma di tutte le spese finali per beni e servizi nell’economia della nazione o 2) la produzione totale di beni e servizi da tutte le imprese produttive all’interno della nazione o 3) la somma di tutti i redditi percepiti dalle persone che vivono nella nazione. Il totale che esce fuori dalla contabilità è più o meno sempre uguale. Non si equivochi, questi tre diversi modi non sono lo sterile riflesso della complessità burocratica del PIL, quanto tre modi diversi di misurare la portata del flusso economico in snodi diversi del sistema.

Il PIL basato sulla spesa, la “domanda aggregata”, è costituito da spese di consumo privato, spesa pubblica governativa, investimenti in capitale fisso e esportazioni nette. L’economia si dice “in equilibrio” quando la domanda aggregata corrisponde all’offerta aggregata. In macroeconomia, l’offerta aggregata si stima attraverso le “funzioni di produzione”, che in pratica forniscono una misura in termini monetari della capacità di un sistema economico di produrre a fronte dei fattori di produzione in ingresso. Fino a pochi decenni fa, i fattori di produzione considerati nell’offerta aggregata erano capitale, lavoro e efficienza tecnologica. L’idea che essi non siano da soli sufficienti per una descrizione completa dei limiti della produzione è cresciuta molto negli ultimi anni, soprattutto grazie agli economisti ecologici. Senza una esplicita dipendenza dalle risorse materiali, energia su tutti, ne discende infatti l’implicito assunto di una sostituibilità quasi completa tra fattori di produzione diversi, ipotesi certamente non realistica – basti pensare alle problematiche reali di una ipotetica sostituzione del petrolio con l’elettricità prodotta da rinnovabili. Certo, si potrebbe includere l’energia (o altre materie prime) in modo esplicito nella funzione di produzione, il problema è che l’economia convenzionale non fa esplicito riferimento ai flussi fisico-naturali ma solamente a quelli monetari. Questo è il motivo per cui il PIL fallisce nel riflettere correttamente i costi del degrado del capitale naturale causati dall’attività economica, come le emissioni inquinanti o la rarefazione delle risorse. Sono stati numerosi i tentativi per integrare i flussi naturali in una economia ecologicamente sostenibile, purtroppo ancora non conclusivi.

E’ importante notare che un’economia sostenibile non è semplicemente un’economia basata sui servizi come alcune delle moderne economie avanzate (Danimarca, Svezia). Questo perchè, nella maggior parte dei casi, l’economia dei servizi riduce la produzione fisica nazionale importando beni di consumo dall’estero, con una espansione del settore finanziario o informatico a controbilanciare. Purtroppo, non si può tutti vivere di Google e Facebook. L’impatto ambientale dell’economia dei servizi, oltretto, spesso risulta essere affamato di risorse fisiche quanto il settore manifatturiero.

2. Finitezza delle risorse naturali. Quando ci si riferisce a sistemi economici con un limite alla crescita dei consumi materiali, l’autore più menzionato è certamente Herman Daly. Nel suo pionieristico lavoro, Daly definì l’economia di uno stato stazionario essenzialmente separando il capitale naturale (materie prime) dagli indicatori monetari (PIL) della ricchezza. Nello stato stazionario di Daly, lo stock fisico deve essere manutenuto costante, compatibilmente con la capacità rigenerativa e assimilativa dell’ecosistema che ospita l’economia. Tuttavia, per quanto la finitezza del capitale naturale sia indiscutibile, lo stato stazionario manca tuttavia di definire le condizioni per la stabilità macroeconomica. Altrimenti detto, come si dovrebbe gestire l’accesso alle risorse naturali a consumi fisici stazionari per far crescere il reddito pro-capite e migliorare il benessere? Dopo 40 anni di discussioni sui limiti della crescita, picchi del petrolio, piani B, C e Z, un modello economico reale e concreto per raggiungere la stabilità economica senza crescita dei consumi materiali ancora non esiste. Se e’ vero che l’economia moderna è ancora largamente basata sulla crescita materiale e, al meglio, riesce solamente a includere negli aggregati macroeconomici qualche parametro ecologico come le emissioni di CO2 per il riscaldamento globale, i modelli macro-economici alternativi – Daly e Latouche non fanno eccezione – non offrono alcuna indicazione sul comportamento di aggregati macroeconomici comuni – produzione, consumi, investimenti, commercio, stock di capitale, spesa pubblica, lavoro, offerta di moneta – se il consumo non cresce. Essi sono dunque di scarso aiuto per trarre indicazioni sulla stabilità economica. Insomma, detto brutalmente, l’economia della sostenibilità è un oggetto ancora oggi quasi sconosciuto.

3. Il dilemma della crescita. Uno degli elemento chiave nell’economia moderna è l’equilibrio tra domanda e offerta, e la ricaduta sull’occupazione della manodopera nazionale. Quest’ultimo elemento è di particolare interesse per la politica, che tende a concentrarsi su disoccupazione e spesa pubblica. Quando la domanda cala, i ricavi alle imprese si riducono e questo comporta la perdita di posti di lavoro e una riduzione degli investimenti. La riduzione degli investimenti a sua volta comporta un minore capitale che riduce la capacità produttiva dell’economia. Quando la produzione diminuisce, dimuiscono anche i flussi di denaro scambiato dalle attività economiche e, di conseguenza, diminuiscono anche le entrate pubbliche, il debito pubblico diventa più difficile da sostenere e il sistema ha la tendenza a diventare instabile. L’economia produttivista moderna è esplicitamente costruita sulla crescita dei consumi. Economisti e politici di diversi colori sostengono molte e variegate ricette per rilanciare la crescita in caso di recessione, ma pur nella loro diversità esse assumono tutte un ritorno positivo della spesa, giacché la stabilità dell’economia si fonda su di essa. Insomma, ci fosse bisogno di ripeterlo ancora, nell’economia la regola è semplice: crescere o morire.

Il dilemma della crescita nell’accezione ecologica si intende, brutalmente, nella necessità di coniugare la stabilità economica con la riduzione di risorse naturali e/o emissioni inquinanti. Questa seconda condizione pone un problema non da poco quando il prodotto economico è positivamente correlato all’impatto ambientale della produzione – cioè quando a parità di tutte le altre condizioni al crescere del PIL cresce anche l’impatto ambientale. Naturalmente le condizioni non mai uguali. L’esempio forse più ovvio è quello del progresso tecnologico, già abbondantemente discusso. E’ ampiamente riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale che il progresso tecnologico è uno dei volani fondamentali della crescita economica e al tempo stesso un suo prodotto. L’effetto positivo del progresso tecnologico – aumenti dell’efficienza, riduzione dell’input – è da sempre l’argomento principale degli economisti mainstream per coniugare crescita e limiti ecologici. Semplicemente, se la crescita produce una maggiore efficienza, allora basta che l’efficienza cresca più velocemente della domanda. Purtroppo l’analisi storica dimostra che questo non è avvenuto. Di più, l’aumento della domanda previsto nei paesi in via di sviluppo è di natura materiale. Sebbene per i principali materiali utilizzati dall’economia moderna – cemento, acciaio, alluminio, plastiche, fertilizzanti, energia – non vi sia alcuna scarsità né ora né per i prossimi 60 anni (più in là lasciamo le previsioni ai vati) è anche vero che le emissioni e l’utilizzo di risorse pro-capite sono globalmente in aumento.

Volendo eliminare la componente materiale dalla crescita economica, cosa costituirebbe attività economica produttiva? Esempi ovvii nello stato stazionario di Daly o nella decrescita di Latouche sarebbero vendere servizi energetici invece che energia, vendere mobilità piuttosto che automobili, riciclaggio, riutilizzo. Esempi più dubbi sono facebook, lezioni di yoga, parrucchieri o giardinaggio. Dubbi per il fatto che questi necessitano di edifici appositi (datacenter, palestra, saloni), macchine dedicate (server, tagliaerba, phon) o mezzi per accedervi (smartphone, auto). La domanda fondamentale è, però, se si possano fare abbastanza quattrini con attività immateriali per supportare la crescita economica e cosa comporti nella gestione delle risorse. La verità è che non lo sappiamo, checché ne dicano economisti veri o presunti tali. Semplicemente nella storia umana non abbiamo mai sperimentato nulla del genere.

4. Forme di governo. Perseguire la stabilità economica assieme alla riduzione dell’uso delle risorse e delle emissioni pone inevitabilmente il problema della governance nel senso più ampio del termine. Come bilanciare gli interessi del singolo con il bene comune per raggiungere (e mantenere) la prosperità in una società pluralistica? E quali sono i meccanismi per mantenere questo equilibrio? Il grande limite di Latouche, Club di Roma, Lester Brown, Herman Daly e quasi tutti i sostenitori di modelli economici alternativi giace proprio nella mancanza di una disamina sulla forma di Governo.

Il dibattito sul ruolo del Stato nella società è vecchio quanto l’economia e ha radici complesse che affondano nella storia. Si può essere per un maggior intervento statale o per una visione più liberale, ma è realtà evidente che qualsiasi Governo interviene attivamente nel contesto sociale. Un esempio è la parziale nazionalizzazione di alcune banche a seguito della crisi del 2008. Esempi altrettanto importanti ma meno evidenti sono il modo in cui è strutturata l’istruzione pubblica, l’importanza assegnata ad alcuni indicatori economici (PIL, occupazione) e sociali (spese per la sanità, supporto alle famiglie) invece che ad altri, politiche salariali e in materia di appalti, regolamentazione dell’informazione e della pubblicità, senza contare le politiche sociali e/o il sostegno offerto alle iniziative di comunità e gruppi religiosi (struttura della famiglia) che finiscono per influenza la mobilità del lavoro. A questo potere corrisponde la responsabilità di gestire la libertà degli individui e il bene sociale, bilanciando adeguatamente presente e futuro. Esistono naturalmente diversi modelli di economia capitalismo produttivista, forgiati nel tempo da culture diverse. Essi si distinguono fondamentalmente per il tipo di economie di mercato, liberale (UK, USA, Canada e Australia) ove si propende per concorrenza e deregulation, o coordinato (Giappone, Germania, Nord-Europa) dove si preferiscono interazioni strategiche tra imprese alla concorrenza spietata. Tuttavia, pur nella differenza, tutti questi modelli vedono nella crescita un requisito strutturale per la crescita. Il problema è che sul dilemma della crescita i governi si trovano in un cul-de-sac formidabile. Da un lato essi devono proteggere il futuro della generazioni non ancora nate – protezione dei beni sociali, ecologici – dall’altro devono garantire la stabilità macro-economica del presente. Siccome questa non può prescindere dalla crescita, ogni Governo si trova costretto a sostenere campagne in favore dell’aumento dei consumi quando questi stagnano. Certo, esistono programmi pluridecennali per la diminuzione delle emissioni globali, si dirà. E’ però evidente come questi programmi siano ignorati di fronte a urgenze di tipo occupazionale o di spesa pubblica, per rilanciare l’economia nel presente. Altrimenti detto, il Governo stesso è bloccato nel dilemma della crescita: la sostenibilità ha tempi di ritorno riferiti ai cicli naturali, generalmente molto più lunghi dei cicli umani che battono cassa annualmente quando non ogni trimestre (si pensi al PIL). Hai voglia che alcun governo possa barattare una crescita oggi per un ciclo naturale domani. Siamo conservatori, questa è la realtà e bisogna prenderne atto.

5. Un futuro senza consumo? Cambiare radicalmente l’approccio mainstream nell’accesso alle risorse naturali per un’economia senza crescita materiale potrebbe davvero essere la sfida più grande affrontata dalla specie umana. Stiamo parlando di cambiamenti tali da sollevare interrogativi circa la natura, il governo e la società. In un’economia senza consumo materiale, il volano principale per la crescita e il raggiungimento della stabilità economica non può che essere rappresentato dagli investimenti. Tenere sotto controllo la stazionarietà del capitale naturale implica infatti un diverso equilibrio tra consumi e investimenti nella domanda aggregata, riassumibile pressappoco così: pochi consumi, molti investimenti. Certo, anche nell’economia convenzionale gli investimenti rivestono un ruolo importante, ma per l’innovazione che stimolano e per la crescita di consumi che ne deriva. Un’economia realmente sostenibile necessita invece di massicci investimenti in infrastrutture, tecnologie sostenibili e protezione degli ecosistemi, oltre a programmi di protezione sociale. Di più, l’equilibrio tra consumi e investimenti, tra settore pubblico e privato, l’interazione tra diversi settori, la natura del miglioramento della produttività, le condizioni della redditività, tutto questo e molto ancora deve essere rinegoziato. In breve, stiamo parlando di una società radicalmente diversa.

Ora, probabilmente lo avete capito, se da un lato questo pone l’annosa questione di chi dovrebbe gestire un simile flusso di investimenti destinati al bene comune – il governo? e che tipo di governo? e come si elegge un governo dal potere enorme per definizione? e chi lo controlla? – va anche capito per quante persone una società di questo tipo rappresenti un ideale cui tendere. Insomma, a chi piacerebbe vivere in una società dove il frutto del proprio lavoro e/o di rischi personali viene goduto solo in minima parte mentre il resto finisce in investimenti a lungo termine gestiti dallo Stato? Certo una società di investimenti in ricerca e sviluppo rappresenta un paradiso per ricercatori e/o accademici, ma per gli altri?

One Response to Il dilemma della crescita

  1. R scrive:

    Il problema è che siamo troppi?

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