Sulla conferenza del clima di Parigi

E anche quest’anno è arrivata. La conferenza sul clima di Parigi è iniziata e sarà con noi fino all’11 dicembre. Per chi venisse da Marte, il COP21 è forse la riunione più importante degli ultimi anni per decidere come rallentare l’aumento della temperatura del Pianeta nei prossimi decenni. A Parigi si proverà a concludere un nuovo accordo tra i paesi mondiali. Gli attuali impegni sul clima concordati tra i diversi paesi del mondo scadono infatti nel 2020 ed è necessario stabilire nuove regole, almeno fino al 2030. Nell’immaginario comune il COP21 di Parigi sembra essere l’ultima chance di salvare il Pianeta, come già fu per Copenhagen nel 2009, e le aspettative quest’anno sembrano più alte del solito. Ma andiamo con ordine.

Come tradizione per eventi di questa portata, sul COP21 sono già stati scritti fiumi di parole, alcune assennate altre un po’ meno. Sui cambiamenti climatici e sulla percezione del futuro questo blog ha già dato e non ha intenzione di ripetersi, tuttavia le aspettative salvifiche che circondano il COP21 di Parigi si prestano a una disamina di più ampio respiro. Posto che il cambiamento climatico planetario esiste ed è tra noi e che la temperatura del pianeta continua inesorabilmente ad aumentare, è lecito chiedersi cosa è ragionevole auspicare dal summit di Parigi.

Stringendo al massimo, è dal protocollo di Kyoto che le speranze di ridurre le emissioni industriali globali sono affidate al meccanismo dell’Emission Trading Scheme (ETS), Europa in testa, che anni fa ha pionieristicamente implementato l’ETS per l’industria locale. Sfortunatamente l’ovvia conseguenza di una tassa locale a un problema globale ha finito per spingere molte imprese europee delocalizzare la produzione in territori extra-europei sgravati da costi ambientali aggiuntivi, per abbassare i costi di produzione – un esempio su tutti viene dal settore dell’acciaio. In pratica, implementare l’ETS unicamente in Europa ha di fatto delocalizzato l’accesso ai consumi e la produzione di CO2 con esso, in un gioco probabilmente a somma negativa. Da anni si attende una estensione dell’ETS anche ai territori extra-europei. Da altrettanti anni, purtroppo, nulla accade. Di più, se dopo Kyoto Australia, Canada, Cina e USA avevano mostrato un certo interesse verso gli schemi per la riduzione delle emissioni, col tempo essi si sono via via sfilati dal progetto, lasciando sola l’UE sola con l’ETS. Più passa il tempo e più questa asimmetria imputridisce, tanto che è oramai difficile pensare a una inversione di marcia nel breve termine.

Il problema delle emissioni è peggiorato dal fatto che, come noto, una larghissima parte dell’aumento delle emissioni previsto nei prossimi decenni di Business-As-Usual (BAU) è atteso dai paesi in via di sviluppo, Cina su tutti. E’ purtroppo improbabile che Pechino faccia marcia indietro e implementi l’ETS o schemi similari per la riduzione delle emissioni, per ragioni già espresse un anno fa (mi si perdoni l’autocitazione):

Tra il 2000 e il 2010 il governo cinese ha autorizzato e costruito oltre 300 Gigawatt di nuove centrali elettriche a carbone. Stiamo parlando della potenza termoelettrica totale di Germania, Italia, Francia, Spagna e Inghilterra nello stesso periodo più qualcosa per quando fa buio. Anche con una stima economica conservativa si parla di oltre 300 miliardi di dollari di investimenti per centrali che dovranno restare operative per 30-35 anni prima di coprire i costi e generare profitto. Davvero qualcuno si aspetta che Pechino decida di uscire da un investimento di tal portata e optare per la più costosa tecnologia delle fonti rinnovabili, gravata oltretutto dal problema dell’intermittenza?

Per quanto riguarda le economie avanzate vi è una aspettativa quasi messianica verso Barack Obama. Alla fine del secondo mandato e ineleggibile per legge, come tutti i Presidenti USA Obama vorrebbe passare alla storia con una di quelle decisioni che restano a memoria dei posteri. Molti sperano che questa decisione possa essere un accordo vincolante sulla riduzione delle emissioni per il USA nel COP21 di Parigi. E’ però improbabile che tale speranza resti soddisfatta. Obama ha infatti recentemente concluso in madrepatria il Clean Power Plan con cui gli USA si impegnano a sostituire le centrali a carbone con la tecnologia del gas naturale. Difficile non vedere in questa mossa un tentativo di beneficiare al massimo dello shale gas che gli USA producono in casa. La gestazione del Clean Power Plan tuttavia non è stata facile nè scevra da polemiche e ripercussioni. E’ dunque improbabile che a Parigi Obama esponga se stesso e il partito che lo sostiene in un accordo vincolante sulle emissioni, quando il Clean Power Plan ha già raccolto sufficienti detrattori e non è consigliabile aggiungerne di nuovi.

Qualche parola sulle promesse di trasferimento di tecnologie pulite ai Paesi in via di sviluppo. E’ immediato osservare come questo schema vada contro praticamente tutti i modelli economici capitalisti perorati dagli stessi paesi avanzati. Semplicemente detto, immedesimandoci con uno dei Paesi in via di sviluppo, perchè installare un sacco di solare fotovoltaico quando è possibile usare il carbone, che è una tecnologia matura, costa meno e non presenta problemi di intermittenza di sorta? Certo, il carbone causa problemi ambientali si dirà e dovrebbe pertanto essere tassato alla fonte. Peccato che le tasse siano decise localmente dai governi interessati. Basta un tratto di penna e, opla’, tassa ambientale cancellata, competitività del carbone raggiunta e via con la produzione industriale per spingere la crescita del PIL. Alla frontiera si commerciano prodotti finiti, energia e emissioni sono affari locali. Il vuoto spinto dei risultati di questi programmi di trasferimento di tecnologie pulite ne è la dimostrazione plastica.

Insomma, tirando le somme è improbabile che alcuno dei G2 (USA, Cina) si sbilancerà in un accordo vincolante per la riduzione delle emissioni dei rispettivi settore industriale nazionali. Di più, senza i G2 l’UE si trova costretta in un cul de sac formidabile, dovendo rincorrere ambiziosi programmi di riduzione delle emissioni che al contempo finiscono per penalizzare l’industria locale a favore della concorrenza extra-europea. Un recente documento della Commissione Europea ha evidenziato – tardivamente – proprio questo problema. Come se ne esce? Posto che una tassa alla frontiera sulla CO2 non è praticabile, l’unica strada percorribile sembra passare per l’imposizione di un prezzo amministrato della CO2 contenuta nei beni, un LCA sulla CO2 in pratica, pratica che qui si perora da tempo in materia di energia e riduzione delle emissioni nella cornice commerciale globale moderna. Agime Gerbeti del GSE lo spiega meglio di come potrei mai fare io. Buona lettura, diciamo.

L’unica strada per non svilire ulteriormente l’industria continentale, anzi facendole recuperare competitività sul versante dei costi energetici – che sono in Europa i più alti al mondo –, è quella di imporre un prezzo amministrato alla CO2 “contenuta” nei beni, sia che questi vengano prodotti localmente o importati da territori extra UE. E perequare questo costo sull’IVA applicata: una sorta di Imposta sulle Emissioni Aggiunte. Data la migliore efficienza dell’industria europea, temprata da oltre un decennio di politiche ambientali, l’IVA sui prodotti europei sarebbe presumibilmente più bassa dell’attuale imposizione. A questo farebbe da contraltare un’imposizione superiore per i beni fabbricati con bassi standard ambientali e alte emissioni. Quindi, una tendenziale neutralità fiscale. Questa non è una tassa alla frontiera, ma una valorizzazione degli impegni europei per una minore intensità emissiva nell’ottica di un prezzo certo dell’anidride carbonica. Un costo amministrato non risentirebbe delle fluttuazioni del mercato del carbonio e le imprese potrebbero fare piani industriali sull’efficientamento sicure di un orizzonte di costi stabile nel tempo.

[continua sul sito di QualEnergia]

7 Responses to Sulla conferenza del clima di Parigi

  1. Emanuele scrive:

    Filippo,

    trovo bellissima l’idea di una tassazione basata sull’LCA (se mi passi l’espressione)…in teoria. Purtroppo temo che questa soluzione contenga una complessità insostenibile, in pratica.

    Se non ricordo male, tu stesso su questo blog avevi chiaramente espresso l’estrema difficoltà di poter valutare correttamente l’intero LCA di un prodotto nel risalire attraverso una lunga (e molto complessa) filiera produttiva. (Forse stavi discutendo il problema della corretta valutazione dell’EROEI, ma vado a memoria.)

    Anche superando questo primo (già molto alto) scoglio, penso che sarebbe comunque difficile poter controllare il rispetto delle leggi ed evitare che si possa facilmente barare sulla LCA dichiarata, considerando quanto sia geograficamente interconnesso il mondo manifatturiero di oggi.

    Spero di sbagliarmi, ovviamente.

    • alessandro scrive:

      Io invece la trovo criminale, essendo in sostanza un pizzo imposto in base all’ accettazione o meno di un tipo di politica ambientale che a sua volta si basa su premesse non comprovate, e che, anche se lo fossero, non garantiscono (ma solo sperano di ottenere) risultati. Per ora gli unici risultati che queste politiche stanno ottenendo sono 1) di aver consumato migliaia di miglia di territorio con impiantistica inefficiente al solo scopo di generare un nuovo business, 2) di aver aumentato l’ instabilità della rete elettrica, 3) di aver mandato in crisi la produzione energetica da fonti che garantiscano continuità e stabilità 4) di aver alterato per sempre l’ idea globale del concetto di combustione tanto da impattare sulla vita di tutti i giorni
      Il tutto, a causa di un concetto di ambiente promosso da attivisti senza una minima cognizione sulla materia (come Scarascia Mugnozza, Narjes, o i più recenti Potocnick e Vella, tutti avvocati o economisti – chiedetevi il perchè), e non da tecnici, ricordiamolo.
      Presto o tardi molta gente dovrà guardarsi allo specchio e avere il coraggio di reggere il proprio stesso sguardo davanti a quel che ha fatto usando queste ridicole pantomime ambientaliste, di cui il COP21 é solo l’ ennesimo caso.

      • michele scrive:

        Giustissimo. E se invece aumentassero l’efficienza di idroelettrico e nucleare pur mantenendo il fotovoltaico per i privati non servirebbe ne carbone ne olio combustibile. Ma e’ dura da capire per gli eco-storditi.

      • alessandro scrive:

        ma io andrei anche oltre… quale fonte é più rinnovabile dei rifiuti? Nel 2013 son stati inceneriti 5.4 milioni di tonnellate di rifiuti, che hanno generato la bellezza di 4.2 TWh di energia elettrica. La quota massima inceneribile in italia é di 7.5 milioni di tonnellate, che equivarrebbe all’ incirca a 6.8 TWh. E se il punto di interesse é il riscaldamento, nel 2013 2.4 milioni di rifiuti hanno fornito 2.5 Wh di energia termica. Il tutto costante, richiamabile a comando quando serve, nel frattempo ripulendo un po’ le città e recuperando superficie altrimenti persa dai rifiuti e dalle discariche, anzi che occupandola con specchi e pale.
        Ma no, il clima é diventato un business, qualcuno crede davvero che queste riunioni internazionali abbiano lo scopo di migliorare il clima? Suvvia, siamo tutti tecnici mi pare…

    • Filippo Zuliani scrive:

      Il calcolo LCA esatto prodotto per prodotto e’ complesso e laborioso, ma ai fini di una “CO2-IVA” secondo me basterebbe anche una stima per settore e/o categoria di prodotti a seconda della provenienza. Una pratica gia’ oggi in uso.

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