Sul record di investimenti in rinnovabili

Questo blog riemerge da un periodo di silenzio causa superlavoro e studi universitari in Data Science. Grazie a tutti per essere ancora qui, diciamo.

moneyIl crollo del barile non ferma le rinnovabili. Nel 2015 le fonti energetiche rinnovabili hanno fatto registrare un nuovo record. Questi sono i titoli che hanno affollato le prime pagine di quotidiani e blog a sfondo ambientale, a seguito del report 2015 diffuso da Bloomberg New Energy Finance (BNEF). Certa è la gioia per ambientalisti e manager di investimenti in rinnovabili per il successo dei loro asset, ma uno sguardo più ravvicinato della situazione solleva alcuni interrogativi non da poco. Ma andiamo con ordine.


1. Il crollo del barile. Lo sapete tutti, il prezzo del petrolio negli ultimi giorni è arrivato a 30 dollari al barile. Si tratta di un valore in grado di causare molti problemi ai paesi produttori di petrolio che, messi insieme, rappresentano una grossa fetta del PIL mondiale. Bassi prezzi del petrolio significano infatti meno entrate per i paesi produttori e meno capacità di tali paesi di investire nelle economie avanzate e/o di importare le loro merci. La ragione principale della discesa del prezzo del petrolio è l’aumento dell’offerta mondiale, OPEC e non OPEC. Delle dinamiche del mercato del petrolio parlammo già tempo fa su questo blog.

Ora, chiunque mastichi di investimenti e economia non può che storcere il naso su titoli quali “nonostante il calo dei prezzi di petrolio, nel 2015 le fonti energetiche rinnovabili hanno fatto registrare un nuovo record di investimenti”. Perchè nonostante il calo dei prezzi di petrolio dovrebbe essere sostituito da grazie al calo dei prezzi di petrolio. Altrimenti detto, perchè dovrei investire in petrolio quando il prezzo di mercato è basso, inferiore al costo di buona parte della produzione mondiale e i futures promettono incrementi marginali a giorni alterni? Insomma, che un basso prezzo del barile di petrolio sia un fattore negativo per un aumento di investimenti in rinnovabili è decisamente opinabile, semmai è probabile il contrario.

2. Record di investimenti in rinnovabili. Secondo il rapporto del BNEF nel 2015 eolico e fotovoltaico sono cresciuti mediamente del 30 per cento rispetto al 2014. Come sempre, solare ed eolico hanno assorbito la maggior parte della nuova potenza elettrica installata. Il grosso degli investimenti in rinnovabili è andato in utility quali parchi eolici e fotovoltaici, oltre a impianti a biomassa, come si vede nel grafico sotto che rubo dal sito di Bloomberg.

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Tutto bene? Può essere. Ma il disaggregato per mercato degli investimenti in rinnovabili (grafico sotto) solleva qualche dubbio sulla sostenibilità finanziaria di questa crescita.

investimentirinnovabili
Per prima cosa gli investimenti in Europa mostrano un calo del 20 per cento circa rispetto al 2014. Rispetto al picco del 2012 gli investimenti in rinnovabili nel Vecchio Continente sono oramai calati di un buon 50 per cento. Il che fa decisamente specie, dato che l’Europa è considerata un mercato delle rinnovabili ormai maturo, con grid parity acquisita (?) e sussidi non più necessari a seguito di un decennio di politiche economiche nazionali e comunitarie. In secondo luogo è immediato osservare la grossa crescita degli investimenti in Cina, oggi la locomotiva mondiale degli investimenti in rinnovabili. Ora, la decisa presenza di Pechino nella gestione quotidiana dell’economia cinese non è un mistero per nessuno. Il concetto di libero mercato non è ancora completamente assorbito in Cina, se mai lo sarà davvero, e la brutale svalutazione dello yuan cinese di qualche mese fa ne è la dimostrazione plastica. Ecco, probabilmente lo avete capito da soli, il punto è che quegli investimenti in rinnovabili in Cina vengono per lo più da compagnie cinesi a partecipazione statale. Così commenta Ernst&Young:

China’s five-year outlook for additional wind and solar installations is still double that of the US, reflecting investment and deployment opportunities driven by surging energy demand and an environmental imperative. And given its performance so far, few could accuse China of not delivering on even its most ambitious renewables targets.

However, the number of foreign and private developers accessing this vast market remains limited despite government efforts, and a weakening economy is also dampening the outlook.

Da mesi molte di queste compagnie sono pesantemente indebitate e non è improbabile che siano tenute in piedi in modo più o meno trasparente dalle casse statali, oltre che da sussidi oltremodo generosi sull’energia prodotta. Il problema di Pechino in materia di rinnovabili, oltre al rallentamento dell’economia nazionale, è come trasmigrare il flusso di investimenti para-statali in investimenti privati, possibilmente attraendo capitali stranieri. Se mai gli investitori stranieri decideranno di fidarsi, ed è un bel se, non vi è che da sperare che i bassi prezzi del petrolio per la guerra dei prezzi continuino a falciare le speranze di corposi profitti col nero combusitibile. Insomma, toccherà ringraziare i petrolieri, stavolta.

14 Responses to Sul record di investimenti in rinnovabili

  1. Robo scrive:

    Domanda spero non futile: con il miglioramento tecnologico l’effetto di un investimento dato non dovrebbe tradursi in una maggiore quantità di installazioni rispetto ad anni precedenti? Ciao e grazie.

    • Filippo Zuliani scrive:

      In teoria si’. Questo effetto dovrebbe essere scontato in Europa, dopo un decennio di politiche di supporto. Eppure, gli investitori non investono.

    • alessandro scrive:

      Ritengo che la consequenzialità che tu citi valga solo quando la tecnologia, pur migliorando, sia di base funzionale e stabile. Non é il caso di fotovoltaico ed eolico. Inoltre, parlando di installazioni, bisognerebbe chiarire di che entità, di che mole. Private? Aziendali? Che potenza? Parliamo di generazione a scopo privato o di intere farm? L’ aumento del rinnovabile fa lievitare il costo dell’ elettricità, e chi installa deve far funzionare i propri impianti comprando energia, che pagherà di più. In Paesi come la Polonia, dove il taglio minimo é di 20kw, il tutto é mitigato, in Italia dove tra 3, 4.5, 6, 20kw hai degli aumenti di prezzo enorme, non é così vantaggioso come si pensa.
      P.s. tra gli addetti dell’ Oil&Gas si parla già di nuovo aumento della domanda e conseguente aumento del costo del barile entro l’ inizio del 2018. Con tutto ciò che ne consegue.

      • Filippo Zuliani scrive:

        @alessandro,
        Ritengo che la consequenzialità che tu citi valga solo quando la tecnologia, pur migliorando, sia di base funzionale e stabile. Non é il caso di fotovoltaico ed eolico.
        confesso di non aver capito. Puoi spiegarti meglio?

      • alessandro scrive:

        Intendo che se una tecnologia, di per se, é stabile e funzionale (in tanti sensi, per esempio garantire una continuità, una efficienza costanti, una disponibilità prevedibile, etc) il miglioramento tecnologico é un affinamento in genere in termini di rendimento o di riduzione dei costi, per cui un investimento risulta sempre garantito ed é lecito aspettarsi che più entità si gettino in quel genere di investimento ed aumenti il numero di installazioni.
        Prendiamo per esempio la tecnologia di produzione di fenolo e acetone dal Cumene. E’ una tecnologia stabile, consolidata, con risultati e rese sempre prevedibili. Un impianto da 310 ton/g di fenolo in un anno ha un ricavo dal solo fenolo di circa 102 milioni di euro, a questi si aggiungono 206 ton/g circa di acetone prodotto (fenolo e acetone sono in genere in un rapporto di 60:40 nella miscela distillata), che generano un ulteriore ricavo di circa 68 milioni di euro annuali. Questo é il processo base, chiamiamolo così… se effettui un miglioramento tecnologico che per esempio idrogena uno dei sottoprodotti, l’ a-metilstirene, a cumene, che é il prodotto di partenza, con questa miglioria avrai meno spreco, maggiore produzione finale, e maggior ricavo, cioè a parità di produzione il prodotto finale ti é costato di meno. In questo caso é lecito aspettarsi che questa tecnologia possa richiamare investimenti ed aumenti il numero di impianti di questo genere, infatti dagli anni 60 fino al 2004 il numero degli impianti di produzione di fenolo con questa tecnologia nel mondo é aumentata, finchè la UE non ha sollevato dubbi sulla tossicità dei bisfenoli.
        Nel caso invece di tecnologie instabili e poco funzionali, e che hanno bassa predibilità nella resa, come appunto eolico e solare fotovoltaico, i miglioramenti tecnologici non sempre riducono i prezzi o compensano questi difetti congeniti della tecnologia… per esempio abbiamo guadagnato qualche punto % di resa dei pannelli, però non siamo ancora riusciti a compensare il fatto che in particolari condizioni climatiche e zone del globo la resa cali drasticamente o sia nulla… certo stiamo migliorando le tecnologie di accumulo, ma appunto ciò coinvolge non solo la spesa per l’ impianto di produzione (che é esorbitante) ma anche una nuova spesa per un costosissimo sistema di accumulo, che comunque non risolve ma mitiga solo il problema. Storicamente le grandi installazioni di fotovoltaico hanno performato molto meno di quanto nominalmente dovevano, un caso da manuale é l’ Ivanpah californiana, che arriva a malapena a generare il 70% del preventivato usando, oltre al sole, ogni anno, tra i 4500 e i 7500 m3 di natural gas per il proprio funzionamento.

      • Robo scrive:

        Alessandro non ho la tua conoscenza dei processi di base né della produzione energetica ma, al dì la dei problemi intrinseci alla tecnologia (intermittenza ed imprevedibilità delle fonti, dipendenza nella resa reale dalle condizioni locali) se aumenta a parità di prezzo la resa dei pannelli (o delle pale) o cala il costo di produzione degli stessi (fatto costante negli ultimi anni) non vedo come questi fatti non possano essere impattanti. In particolare il secondo nella frazione investimenti/impianti installati.

      • Filippo Zuliani scrive:

        @alessandro,
        Intendo che se una tecnologia, di per se, é stabile e funzionale [..] il miglioramento tecnologico é un affinamento in genere in termini di rendimento o di riduzione dei costi, per cui un investimento risulta sempre garantito ed é lecito aspettarsi che più entità si gettino in quel genere di investimento ed aumenti il numero di installazioni.
        Capisco quel che dici ma non e’ sempre vero. Perche’ dipende anche dalla domanda. Ergo, puoi migliorare tutte le rese del mondo che se non v’e’ domanda aggiuntiva aumentare il numero di installazioni non conviene cmq in termini di ROI.

        Nel caso invece di tecnologie instabili e poco funzionali, e che hanno bassa predibilità nella resa, come appunto eolico e solare fotovoltaico
        Ohibo’, qui sono perplesso. Stai dicendo che l’Europa, patria delle rinnovabili in grid parity, a fronte di un decennio di costosissime politiche di sussidi ha partorito tecnologie rinnovabili instabili e poco funzionali? Allora dobbiamo desumerne che, tolti gli incentivi, le rinnovabili sono solo un costoso balocco e che gli investimenti in Cina seguiranno la strada tracciata dall’europa?

      • alessandro scrive:

        “Ohibo’, qui sono perplesso. Stai dicendo che l’Europa, patria delle rinnovabili in grid parity, a fronte di un decennio di costosissime politiche di sussidi ha partorito tecnologie rinnovabili instabili e poco funzionali? Allora dobbiamo desumerne che, tolti gli incentivi, le rinnovabili sono solo un costoso balocco e che gli investimenti in Cina seguiranno la strada tracciata dall’europa?”

        Certamente, ti aspetti qualcosa di diverso? E’ notorio che il rinnovabile (leggasi: fotovoltaico ed eolico) senza incentivazione non ha senso, e non conviene. Pensavi forse di si?

      • Filippo Zuliani scrive:

        Glielo dici tu agli ambientalisti o ai picchisti del petrolio?

    • Emanuele scrive:

      Mi unisco a Robo. Ritengo che questa interessante analisi sia un po’ monca se non si mostrano in parallelo anche le installazioni come indicatore “pragmatico” dell’impatto degli investimenti.

  2. Defcon70 scrive:

    Fai bene ad evidenziare che gli investitori si allontanano dal petrolio se questo ha dei futures sconfortanti. Basta guardare il titolo SAIPEM in questi giorni. E dire che lo avevano appena ricapitalizzato coi soldi di CdP (ossia dei libretti postali degli italiani…) a enne volte il valore di questi giorni.

    Chi dice il contrario guarda solo un lato della questione, quella più ovvia dal punto di vista degli ambientalisti: basso prezzo del barile, ergo basso prezzo del gas naturale indicizzato dai contratti ToP, ergo basso prezzo del kWh elettrico prodotto dalle turbogas e quindi infine allontanamento della grid-parity per FV ed eolico. Ma si sa, certo ambientalismo non brilla per larghezza di vedute.

    Però, la questione la vedo ancora più sfaccettata:
    0) se un fondo di investimento che opera nelle commodities vende SAIPEM non è detto lo faccia per poi comprare Enel Green Power. Potrebbe con estrema tranquillità comprare cacao, come oro, come qualsiasi altra opportunità finanziaria ritenuta migliore. Specialmente se le prospettive di crescita mondiale sono modeste e quindi si prevedono consumi energetici modesti, stazionari o in calo.

    1) investimenti in rinnovabili completati nel 2015 erano stati pianificati magari parecchi trimestri prima, col barile a 70-80$ ed era antieconomico stopparli; non lo sappiamo. Anche perché un investimento in rinnovabili ha comunque un orizzonte ventennale.

    2) In generale, il problema numero uno degli investimenti in petrolio nel 21.mo secolo è il tempo lunghissimo che intercorre dall’istante zero – quando le compagnie acquisiscono i diritti di ricerca dai governi – a quando i pozzi producono, anche 5 anni per l’offshore. Tempo lunghissimo che limita di parecchio la possibilità di fare delle previsioni sensate su quale sarà il prezzo di mercato nel momento in cui inizierà a rendere. E’ la ragione principale dell’offerta eccessiva attuale – col barile a 100$ tutti ci si sono lanciati – insieme al fatto che i sauditi hanno deciso per la prima volta seriamente di non fare da swing-producer al fine di tentare di scalzare lo shale-oil.

    3) Se la Cina investe in rinnovabili, lo fa per diversificare gli approvvigionamenti energetici (quasi un palliativo…) e contemporaneamente far crescere l’industria cinese (molto più interessante!).

    • Filippo Zuliani scrive:

      Concordo sul tutto. Sulla 3, far crescere l’industria cinese e’ certamente cosa buona per Pechino. Il problema semmai e’ chi ci mette i soldi e che con ritorni d’investimento, perche’ di sostenibilita’ finanziaria stiam parlando. A pompar soldi statali in compagnie semi-para-statali son buoni tutti. Poi si finisce come Alitalia.

  3. R scrive:

    “oltre che da sussidi oltremodo generosi sull’energia prodotta” il LINK non funzia

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