Arcivernici fotovoltaiche

Il mio articolo per Il Post (con mille ringraziamenti a Sesto Rasi)

Qualche anno fa, per favorire gli investimenti in energie rinnovabili si decise di sussidiare l’installazione di pannelli solari. Per far presto furono concessi incentivi che oggi, a pannelli installati, si traducono in una rendita di circa 11 miliardi di euro l’anno. [..] Oggi l’energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent’anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione.

Così esordisce l’editoriale di F. Giavazzi e A. Alesina su Il Corriere della Sera che, pochi giorni fa, ha scatenato reazioni più o meno contenute in molti ambientalisti e operatori del settore fotovoltaico. Nell’editoriale del Corriere, gli incentivi al fotovoltaico vengono citati come il modo sbagliato di fare innovazione. Sul banco degli imputati, in piena campagna elettorale, il PD e Monti, rei di promuovere una “politica industriale dirigista” a colpi di investimenti pubblici a scapito del libero mercato. La tesi dei due economisti è che è pura illusione attendersi che lo Stato e la politica siano in grado di individuare i settori e le imprese che avranno successo – “vi immaginate quattro funzionari dell’Iri in un garage che si inventano Apple?” – e il pesante fardello degli incentivi statali concessi al fotovoltaico, la cui industria italiana è oggi boccheggiante, ne sarebbe la dimostrazione plastica.

Ora, l’immagine dei funzionari Iri chiusi in un garage a inventare qualcosa è certamente spassosa, ma l’editoriale del Corriere è traboccante di inesattezze e categorizzazioni tranchant al limite dell’ingenuo. Stupisce sia firmato dai due noti economisti di Harvard e della Bocconi, pur in campagna elettorale. Ma andiamo con ordine.

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Privatizzare, privatizzare, privatizzare

In questi giorni di quiete agostana con bufera finanziaria, si possono leggere molte ricette per uscire dalla crisi che attanaglia l’Europa e l’Italia in particolare. Principalmente si parla di debito e costo del lavoro, qualche volta anche d’energia. Qualche giorno fa, Giavazzi e Alesina sul Corriere hanno proposto la niente meno che la privatizzazione totale del settore:

Per ridurre stabilmente il debito dovremmo prima ridurre le spese. [..] Ciò significa che lo Stato deve cominciare a ridurre il debito vendendo. Ma vendere davvero, non offrire agli investitori quote di improbabili polpettoni (qualche azione dell’ENI, un po’ di Enel, qualche caserma, qualche azione di Finmeccanica) il tutto costruito in modo che la politica non perda il controllo di queste aziende. Vendere simili quote a investitori veri sarebbe praticamente impossibile. [..] Vendere vuol dire, ad esempio, collocare in Borsa tutta Terna (l’azienda che possiede la rete di trasmissione elettrica), tutta Snam Rete Gas, le Poste. L’argomento che sono aziende strategiche è risibile: davvero temiamo che qualcuno smonti i pali dell’alta tensione, i tubi del gas o gli sportelli postali, e li porti in Cina?

Ora, il sottoscritto autore di questo blog è favorevole al libero mercato e alla competizione, come volano per l’innovazione – su progettazione, design, tecniche di produzione, servizi, affidabilità, eccetera – e per la ricerca di un maggior valore aggiunto. Se ne era scritto qualche giorno fa su questo blog. Tuttavia, la proposta di Giavazzi e Alesina suscita non pochi pensieri.

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