Sul record di investimenti in rinnovabili

Questo blog riemerge da un periodo di silenzio causa superlavoro e studi universitari in Data Science. Grazie a tutti per essere ancora qui, diciamo.

moneyIl crollo del barile non ferma le rinnovabili. Nel 2015 le fonti energetiche rinnovabili hanno fatto registrare un nuovo record. Questi sono i titoli che hanno affollato le prime pagine di quotidiani e blog a sfondo ambientale, a seguito del report 2015 diffuso da Bloomberg New Energy Finance (BNEF). Certa è la gioia per ambientalisti e manager di investimenti in rinnovabili per il successo dei loro asset, ma uno sguardo più ravvicinato della situazione solleva alcuni interrogativi non da poco. Ma andiamo con ordine.

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Il futuro del nucleare

È difficile vedere qualcosa di diverso rispetto ad un declino relativamente rapido del nucleare nel prossimo futuro. I reattori esistenti stanno raggiungendo la fine del loro ciclo di vita e mantenerli ancora in funzione diventa sempre più problematico. La tecnologia post-Chernobyl, la cosiddetta Generazione III+, ha fallito nel suo tentativo di essere più sicura, meno cara e più facile da costruire, mentre per quanto riguarda le nuove tecnologie – come i piccoli reattori modulari (SMRs), i reattori ad alta temperatura e la tecnologia di IV generazione – non sembra siano stati fatti grandi progressi rispetto ad un decennio fa. La Cina e, in minor misura, la Russia rimangono le grandi speranze per l’industria nucleare.

[Steve Thomas su Agienergia, ieri]

Sussidi alle fonti fossili

Questo blog è rimasto virtualmente fermo per qualche giorno. Un po’ per carico lavorativo a ridosso della stratosfera, un po’ per decisione propria. Il fatto è che, lo sapete tutti, sono in corso le primarie del centro-sinistra e dire qualcosa adesso senza passare per schierato o fazioso non è certamente facile.

Come ben scritto da Amedeo Balbi su Il Post, un gruppo di persone interessate alla scienza, supportate da Le Scienze, ha spinto i candidati alle primarie a confrontarsi su una serie di questioni scientifiche particolarmente rilevanti. Tra queste l’energia. Ora, il livello medio delle risposte si è rivelato buono. Tra queste, ahimè, mi ha negativamente colpito la risposta di Laura Puppato che, per quel che concerne l’energia, ha improntato la sua campagna elettorale su complottismi e denigrazione delle fonti fossili. Un esempio si trova su Il Fatto Quotidiano:
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Guerra di dazi

Delle convulsioni dell’industria fotovoltaica occidentale si era già scritto su questo blog. Per farla breve, la causa delle sopracitate convulsioni è fondamentalmente una sola: la concorrenza dei prodotti cinesi che, semplicemente, costano meno, forti dei sussidi governativi elargiti all’uopo da Pechino.

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Il vento soffia in Cina

La notizia non è nuovissima, ma è passata quasi inosservata: Vestas, il più grande produttore mondiale di turbine eoliche, ha annunciato il taglio del 10% dell’intera forza lavoro in America. Solo un anno fa, Vestas annunciava il licenziamento di 3.000 persone in Danimarca (il 40% dell’intera forza lavorativa danese).

I motivi? La solita concorrenza cinese, agguerrita più che mai, che ha abbattuto prezzi e margini del mercato delle turbine eoliche forte dei soliti aiuti di stato finanziamenti statali, erogati allo scopo da Pechino.

Poi non dite che qui non lo si era già scritto. Ah, la prossima volta parliamo del picco del petrolio e dell’articolo su Nature, promesso.

Terre rare, solare e ora eolico

Farsi fregare succede a tutti. Quando succede una volta niente di male, tutta esperienza per il futuro. Può accedere due volte. Anche in tal caso poco male, repetita juvant dicevano i latini, e non sempre si impara al primo tentativo. Quando però ci si fa fregare tre volte nello stesso modo bisognerebbe fermarsi a pensare, seriamente.

Di che si parla? Del mercato delle rinnovabili, in cui Stati Uniti e le economia avanzate in generale continuano a farsi fregare dalla Cina, imperturbabili.

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Il libero mercato del monopolio cinese

Che l’industria fotovoltaica americana non se la passi troppo bene non è una novità. Il recente fallimento di Solyndra, nonostante corposi sussidi governativi, è la dimostrazione plastica che qualcosa non va nel mercato del fotovoltaico d’oltreoceano. La ragione è fondamentalmente una sola: la concorrenza dei prodotti cinesi che, semplicemente, costano meno.

I costruttori di pannelli solari americani si sono recentemente lamentati con Washington per la concorrenza cinese nel settore, definendola niente meno che una truffa ben orchestrata.

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