Facciamo come l’Argentina

Nonostante gli espropri e l’economia del popolo, l’Argentina è tecnicamente di nuovo in bancarotta.

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Don’t cry for me, Argentina

Cristina Kirchner, Presidenta d’Argentina, pochi mesi fa aveva espropriato la compagnia petrolifera YPF. L’esproprio, val la pena ricordarlo, era avvenuto senza adeguata compensazione alla spagnola Repsol che ne deteneva la quota di maggioranza, in barba alle leggi dello stato di diritto. La mossa di Kichner era stata salutata con favore dai no-globalisti di ritorno, con la motivazione che le normali regole delle democrazia e del diritto sono dovute a tutti meno che alle multinazionali cattive, che si meritano questo e altro. La Presidenta d’Argetina aveva semplicemente fatto la cosa giusta per il suo paese.

Il Financial Times di questa settimana scrive che l’Argentina rischia di nuovo il default.

l’arrivo di capitali esteri sotto forma di investimenti, che potrebbe migliorare la situazione argentina portando nel paese dollari o altre monete forti, oggi è praticamente impossibile, visto che il governo ha nazionalizzato poche settimane fa una grande compagnia petrolifera e sono pochi gli investitori disposti a rischiare di fare la stessa fine.

Cosa succede se un paese va in default

In attesa del G20, dove l’Europa Unita chiederà ai paesi emergenti – India, Russia e Cina – di pagarci i debiti, diventando di fatto una colonia del blocco Eurasia, sul Corriere potete leggere un encomiabile riassunto dell’attuale papocchio europeo.

Se fallisce un’azienda, il peso ricadrà su dipendenti e fornitori. Se un Comune, interviene lo Stato centrale e i servizi ai cittadini proseguono (magari ridimensionati). Ma se è uno Stato a fare default, significa che non è più in grado di fronteggiare gli impegni economici assunti: dal rimborso alla scadenza prevista del denaro preso in prestito per finanziarsi attraverso l’emissione di titoli di Stato, agli stipendi da pagare ai dipendenti pubblici. Il fallimento dell’Argentina nel 2001 è un ricordo ancora vivo nei risparmiatori italiani che avevano nel proprio portafoglio i tango bond: divennero carta straccia. Ma è vivo soprattutto nella classe media argentina che si trovò sul lastrico. Certo, Buenos Aires è ancora lì, però popolazione e risparmiatori hanno pagato a caro prezzo le scelte economiche e politiche – sbagliate – della Casa Rosada.

[continua su Il Corriere di oggi]

Update: mi segnalano che ieri Giannino e Prodi hanno spiegato bene cosa succede se un paese va in default – Ti svegli la mattina e le banche sono chiuse. Lo Stato non paga più gli stipendi. I servizi pubblici sono bloccati. Nessuno paga più nessuno. La banca ti chiama per riavere i soldi del mutuo o chiamano le aziende chiedendo indietro i prestiti. Si va in crisi di liquidità. Quando le banche riaprono per alcuni giorni o settimane (a seconda della gravità) ti danno solo 50 Euro al giorno. Non puoi fare bonifici o movimenti bancari finché non arriva liquidità dall’esterno (FMI o EU o chi volete voi). Tutti gli investimenti e i risparmi in titoli della stato italiano non valgono più nulla, valori quasi azzerati che vengono rinegoziati e ripagati dopo anni esattamente come successo per i Bond Argentini. Giannino l’ha chiamato, in modo del tutto appropriato, la “patrimoniale dei poveri”.