Sulla conferenza del clima di Parigi

E anche quest’anno è arrivata. La conferenza sul clima di Parigi è iniziata e sarà con noi fino all’11 dicembre. Per chi venisse da Marte, il COP21 è forse la riunione più importante degli ultimi anni per decidere come rallentare l’aumento della temperatura del Pianeta nei prossimi decenni. A Parigi si proverà a concludere un nuovo accordo tra i paesi mondiali. Gli attuali impegni sul clima concordati tra i diversi paesi del mondo scadono infatti nel 2020 ed è necessario stabilire nuove regole, almeno fino al 2030. Nell’immaginario comune il COP21 di Parigi sembra essere l’ultima chance di salvare il Pianeta, come già fu per Copenhagen nel 2009, e le aspettative quest’anno sembrano più alte del solito. Ma andiamo con ordine.

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Il tramonto dei programmi di riduzione delle emissioni?

L’Australia ha votato per l’abolizione della carbon tax e delle quote per le emissioni di gas serra (Emission Trading System, ETS). “Cancella posti di lavoro e appesantisce i costi per le famiglie senza aiutare l’ambiente”. Non è una buona notizia perchè potrebbe costituire uno scomodo precedente per le nazioni ancora indecise sull’adozione degli ETS per la riduzione delle emissioni di CO2 (Europa esclusa, praticamente tutte).

L’Australia ha le più alte emissioni pro-capite tra le economie avanzate, a causa di un mix energetico fortemente sbilanciato sul carbone, per la maggior parte prodotto in suolo natio. Le misure con cui il governo austrialiano conta di ridurre le emissioni sono ben descritte su Il Rottamatore:

Al posto del sistema penalizzante Abbott che conta mantenere i target del governo di abbattere entro il 2020 del 5% le emissioni di CO2 rispetto ai volumi del 2000, ha promesso sovvenzioni per 2.5 miliardi di dollari australiani alle imprese che nei prossimi 4 anni ridurranno volontariamente le emissioni.

Dematerializzazione dell’economia: fondamentali (e una chiosa)

Riprendiamo il discorso sulla dematerializzazione, proseguendo l’analisi sui limiti della crescita economica dati dai limiti fisici del pianeta lasciato in sospeso qualche giorno fa.

Se ai tempi di Marx l’economia capitalistica poteva essere definita come un’immane raccolta di merci, l’aumento della complessità della società (e della filiera economica) moderna e l’introduzione di nuove tecnologie hanno cambiato le cose. Una conseguenza dell’industrializzazione del ventesimo secolo è che gli oggetti materiali non sono più una risorsa scarsa e nuova ricchezza è stata creata con l’immateriale. Nell’economia moderna, almeno per quanto riguarda i paesi a più elevata industrializzazione, ricchezza e crescita economica dipendono tanto dalle risorse fisiche quanto da quelle immateriali. Con immateriale solitamente si intendono due cose: 1) il miglioramento dell’efficienza dei processi produttivi e 2) la loro sostituzione con processi equivalenti o con servizi intermedi. Dematerializzazione dell’economia significa conseguire una riduzione dell’uso di materie prime nell’economia e/o dell’impatto ambientale, aumentando la produttività delle risorse naturali per unità di valore.

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Elezioni europee e scienza

Mi si permetta una aggiunta alle ottime domande poste da Le Scienze ai candidati per le prossime elezioni europee. Sai mai che qualcuno risponde.

Si prevede – con quasi lapidaria certezza – che la crescita futura delle emissioni di CO2 verrà alimentata da Cina e USA, vanificando gli obbiettivi europei per la limitazione delle emissioni globali di CO2. I piani europei rischiano invece di trasformarsi in una zavorra anti-competitiva per l’economia europea. Lei come affronterà la questione?

Dare un senso ai numeri

Puntuale, con l’anno nuovo è uscito il Energy Outlook 2035 di BP. Gli studi strategici di BP sono studi da conservatori, Business-As-Usual in pratica, che vanno presi con tutte le limitazioni del caso – l’imprevidibile, ovviamente, non è prevedibile da nessuno. Ciononostante sono molte le informazioni interessanti che se ne possono trarre. Per ora ci limitiamo al mix energetico mondiale delle prossime due decadi, che trovate sotto.
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M’illumino di meno

Il mio articolo per iMille-magazine

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Puntuale come ogni anno arriva la giornata del risparmio energetico, con l’ormai celebre slogan inventato dalla trasmissione Caterpillar “M’illumino di meno“. E anche quest’anno, “M’illumino di meno” incassa il supporto del Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE), che aderisce all’iniziativa. Venerdì 15 febbraio, per celebrare la giornata del risparmio energetico, pratica secondo il MiSE in linea con l’efficienza energetica nella recente Strategia Energetica Nazionale (SEN), non solo la sede del MiSE non sarà illuminata all’esterno, ma anche tutto il personale sarà invitato a spegnere le luci “inutili” di casa e prendere parte alla campagna. Sempre con il beneplacido del MiSE, quelli di Caterpillar chiedono anche ai sindaci delle città italiane di aderire alle “buone pratiche” per la riduzione dei consumi energetici, seppure per un giorno. L’iniziativa “M’illumino di meno“ termina la sera di venerdì 15 febbraio con un’ora di buio volontario.

Ora, nell’invito a consumare di meno certamente non v’è nulla di male. Tuttavia, “M’illumino di meno“ si fonda su una doppia fallacia che non potrà che consegnare l’iniziativa alla irrilevanza.

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Misure per la crescita

La crescita del “benessere”, lo sapete tutti, viene misurata con la crescita del PIL, il Prodotto Interno Lordo. Da un decennio l’Italia arranca, avendo una crescita media annuale del PIL dello 0.1%, e anche l’Europa Unita in generale non cresce poi tantissimo. Cosa succederebbe se oltre alla crescita economica considerassimo la sostenibilità ambientale?

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