Entropia e scienza

Passi un azzardato (e non corretto) parallelo tra entropia fisica e informazione, ma leggere chimici e oceanografi che discettano del destino della civiltà umana forti di sperequazioni psedo-scientifiche quali l’entropia misura lo stato di disordine di un sistema o anche l’aumento dell’entropia ci dice che ogni volta che volessimo sfruttare un movimento ordinato generiamo una certa quantità di movimento disordinato – esempi di narrativa popolar-scientifica incorretta oggi depennate financo dai testi per studenti in chimica – fa davvero specie. Narrativa che, negli anni, ha generato mostri pseudo-scientifici quali l’entropia applicata all’economia o improbabili leggi su complessità e ritorni decrescenti che predicono, tanto per cambiare, il collasso dietro l’angolo.

Una volta per tutte: la seconda legge della termodinamica non dice che il disordine aumenta sempre. L’entropia non ha nulla a che vedere con il disordine, l’evoluzione o l’economia produttivista moderna. Nulla. Niente. Nada. Niks. Brutalmente, il secondo principio della termodinamica dice che l’energia fluisce spontaneamente da dove ce n’è di più a dove ce n’è meno. L’entropia è la conta del numero di stati in cui il sistema può (equi)ripartire l’energia di cui sopra. Nient’altro.

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Una discussione tra gente seria sull’energia in Italia.
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Dematerializzazione dell’economia: fondamentali (e una chiosa)

Riprendiamo il discorso sulla dematerializzazione, proseguendo l’analisi sui limiti della crescita economica dati dai limiti fisici del pianeta lasciato in sospeso qualche giorno fa.

Se ai tempi di Marx l’economia capitalistica poteva essere definita come un’immane raccolta di merci, l’aumento della complessità della società (e della filiera economica) moderna e l’introduzione di nuove tecnologie hanno cambiato le cose. Una conseguenza dell’industrializzazione del ventesimo secolo è che gli oggetti materiali non sono più una risorsa scarsa e nuova ricchezza è stata creata con l’immateriale. Nell’economia moderna, almeno per quanto riguarda i paesi a più elevata industrializzazione, ricchezza e crescita economica dipendono tanto dalle risorse fisiche quanto da quelle immateriali. Con immateriale solitamente si intendono due cose: 1) il miglioramento dell’efficienza dei processi produttivi e 2) la loro sostituzione con processi equivalenti o con servizi intermedi. Dematerializzazione dell’economia significa conseguire una riduzione dell’uso di materie prime nell’economia e/o dell’impatto ambientale, aumentando la produttività delle risorse naturali per unità di valore.

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Fracking e consumo d’acqua

Il mio articolo per Agienergia, Tecnologia e Industria

La recente trasformazione dell’industria del gas naturale degli Stati Uniti ha portato all’attenzione la relazione tra acqua e energia. La rivoluzione del fracking – fratturazione idraulica in italiano – ha contemporaneamente abbattuto i prezzi del gas naturale in America e restituito vigore ai sogni di indipendenza energetica, generando però un robusto movimento di opposizione ambientalista. Il fracking, schematizzando brutalmente, è la tecnica usata per l’estrazione di gas naturale da sorgenti non convenzionali come le rocce di scisto o i depositi profondi di carbone. In pratica, si iniettano sottoterra acqua e sostanze chimiche ad alta pressione per spaccare le rocce ed estrarre il gas che contengono. Parte dell’acqua usata ritorna inquinata e viene iniettata in pozzi cementati per sigillare i liquidi tossici. Le stime più recenti [1] indicano che la quantità media d’acqua utilizzata per pozzo è 20 milioni di litri l’anno. Siccome i pozzi di shale gas sono oltre 30.000 solo in USA, l’allarme ambientalista per l’eccessivo consumo d’acqua non sembra ingiustificato.

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To Europe or not to Europe?

Il mio articolo per iMille-magazine, scritto a quattro mani con l’energisauro.

In Italia, il dibattito mediatico sulla politica energetica si concentra su singoli fatti, viene spesso combattuto senza esclusione di colpi, tramite slogan ipersemplificati – fotovoltaico bello ma costoso, fracking e terremoti, nucleare e radiazioni mortali – da tifoserie contrapposte. Come conseguenza, il punto di partenza, la decarbonizzazione dell’economia, viene irrimediabilmente smarrito. Il fenomeno anti-europeista di questi ultimi mesi sostiene che l’Italia potrebbe raggiungere da sola e meglio l’obbiettivo della decarbonizzazione. Le cose stanno davvero così? Abbiamo davvero bisogno dell’Europa, la cui presenza secondo gli anti-europeisti sarebbe invadente e ingombrante, e delle politiche energetiche e ambientali di Bruxelles? Vediamo.

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Il problema della sovrappopolazione

economic-growth-over-population-building-a-deathstar-pollution-planet-earth-dieingQuesto blog entra nel suo quarto anno di vita e, come da tradizione, in occasione del compleanno si ferma a fare il punto della situazione. Oltre agli oramai onnipresenti impegni da superlavoro, nelle ultime settimane questo blog si è dedicato a letture di tecnologia, storia, religione e altre clandestinerie collaterali per documentarsi sul problema dei problemi quando si parla di energia, crescita economica e risorse naturali: mi riferisco ovviamente al problema della sovrappopolazione.

Il problema della sovrappopolazione è uno di quei tabù di cui è impossibile parlare senza scadere in moralismi spicci e liti furibonde. I motivi sono tanti: vuoi che l’impostazione culturale occidentale viene da millenni di cristianesimo e movimenti pro-life; vuoi la paura di vivere su un pianeta sovrappopolato e a corto di cibo; vuoi che oggi siamo in 7 miliardi quando solo alla fine della seconda guerra mondiale eravamo 2 miliardi, largamente dipendenti dalle risorse minerali e fossili, finibili per definizione; vuoi perchè anche la scienza moderna è incapace di prevedere il futuro prossimo su scala planetaria. Aggiungete ora la (supposta) caducità dei costumi moderni – homo homini lupus, schiavi del dio denaro e altre corbellerie paleo-cristiane riciclate da Hollywood – e ne esce il cataclisma imminente e inevitabile. E’ davvero così? Davvero moriremo scannandoci per l’ultimo Whopper di Burger King? Non proprio. Anzi, si direbbe proprio il contrario. Ma andiamo per gradi.

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Decreto del Fare – Energia

Lo commenta un ottimo Carlo Stagnaro su Chicago-blog, oggi.

Uno dei provvedimento peggiori contenuti nel decreto, almeno in ambito energetico, è l’estensione della platea delle imprese colpite dalla Robin Hood Tax a tutte le imprese che abbiano ricavi superiori a 3 milioni di euro e imponibile superiore a 300 mila euro (precedentemente tali soglie corrispondevano a 10 milioni e 1 milione, rispettivamente). [..] Quest’ultimo “cattura” quasi 60 milioni di euro. Ne segue che restano, per la bolletta elettrica, circa 90 milioni di euro, cioè 1,5 euro pro capite per gli italiani, ovvero circa il 2% del costo dei soli incentivi al fotovoltaico. Credo di non dover commentare la sproporzione tra il risibile beneficio tariffario e l’elevato costo in termini di distorsività del sistema fiscale.

Economia e energia: un problema di laurea

Se non venite da Marte, probabilmente sapete che Oscar Giannino si è dimesso. Al termine della direzione nazionale, per la storia del master e delle lauree inventate, il leader di FARE per Fermare il Declino ha lasciato. Ora, questo post all’apparenza c’entra solo marginalmente con energia e motori ma l’episodio di Giannino, soprattutto le sue motivazioni, non può non far riflettere. Millantare master e titoli assortiti per un personaggio pubblico che aspiri al Parlamento è senza ombra di dubbio sbagliato e, a pochi giorni dalle elezioni, ingenuo all’estremo. Allora perchè? Che gli passava per la testa a Giannino, mentre si inventava titoli e menzioni da aggiungere al CV?

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Sostenibilità e politica

Questo blog riemerge dopo un periodo di post sporadici causa impegni di (super)lavoro e casini assortiti. I lettori mi scuseranno l’assenza.

Siamo sotto elezioni e l’energia è praticamente scomparsa dall’agenda politica e dai quotidiani italiani. Assieme alle elezioni, arriva il più classico dei tormentoni ambientalisti: le immancabili lamentele per cui nessuno dei partiti tiene in opportuna considerazione l’ambiente. Similarmente, per darsi una patita ambientalista, la parola magica dei programmi elettorali un po’ di tutti i partiti è sostenibilità (smart è oramai demodè). Produzione industriale sostenibile, energia sostenibile, lavori sostenibili, una sostenibilità che non si capisce bene a cosa si riferisca o come si coniughi effettivamente nella pratica. Parlare di sostenibilità nel consumo di risorse minerali, ad esempio, finibili e non rinnovabili per definizione, è infatti niente più che un ossimoro. Non è dunque un caso se chi si interessa di esaurimento delle risorse naturali spesso rifugga i partiti convenzionali, preferendo lidi alternativi quali i decrescisti, dalle ricette però assai più vaporose.

Ora, una domanda sorge spontanea: quali dovrebbero essere le ricette concrete per la sostenibilità, quella vera? Sono realmente adottate da qualcuno? La domanda non è provocatoria e la risposta non è banale.

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Un mondo perfetto?

Questo blog si è fermato un paio di settimane, in pausa. Due sono i fatti che mi hanno colpito e spinto a una pausa di riflessione prima di proseguire.

Il primo fatto è la recente convulsione dell’ILVA, per lo scempio ambientale causato, secondo i magistrati, dall’impianto siderurgico. L’ILVA è un impianto siderurgico a ciclo integrale, dove avvengono tutti i passaggi della lavorazione dell’acciaio a partire dal minerale di ferro. Cinque altoforni alti 40 metri che producono 10 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, il 30% circa dell’intero fabbisogno italiano. Sull’ILVA sono stati scritti fiumi di parole, più o meno assennate. L’ILVA è (parzialmente) sotto sequestro per ordine della magistratura. Lo avete sicuramente letto sui giornali. L’ordinanza del gip ha disposto il sequestro immediato dell’area a caldo dello stabilimento, dove trovano posto parchi minerali, cokerie, area agglomerazione, altiforni e gestione materiali ferrosi. Senza mezzi termini, se il sequestro dell’area a caldo andasse in porto così come chiesto dal gip, cosa non impossibile, di fatto significherebbe la chiusura dell’intera fabbrica.

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