Punto, due punti, punto a capo

Questo blog si rianima dopo giorni di silenzio, causa un periodo fitto di impegni di (super)lavoro. Ma andiamo a incominciar, che le cose da dire sono tante e vanno accumulandosi. Riprendiamo da dove eravamo rimasti.

Sei mesi fa, stanco di propaganda pseudo-scientifica e cialtronate assortite, questo blog ha intrapreso un cammino il più serio possibile nel campo della Energy Economics. Il picco del petrolio e la conseguente esplosisione dei prezzi di benzina e diesel ha portato il problema della rarefazione delle risorse naturali al centro del dibattito, almeno entro la ristrettta nicchia di esperti e meno esperti, ambientalisti e gli immancabili complottismi sciocchi.

Di recente, Nature ha pubblicato un articolo, poi tradotto su Le Scienze, in cui si sostiene che il punto di non ritorno nella rarefazione delle risorse petrolifere è gia arrivato (e superato). Secondo gli scienziati di Nature, infatti, l’offerta di petrolio non riesce e non riuscirà più a sostenere la crescita della domanda. Il prezzo di benzina e diesel – di cui il mondo moderno semplicemente non può fare a meno – crescerà sempre più, stritolando la crescita economica, da oggi e per sempre, almeno finchè non cambieremo il mai troppo poco citato "paradigma". Questa tesi è generalmente condivisa da una moltitudine di picchisti “geologi”. L’articolo di Nature ha l’indubbio merito di aver portato il problema della rarefazione delle risorse naturali al di fuori della comunità scientifica ed è probabilmente affidabile sulle stime geologiche delle riserve e dei consumi. Tuttavia, gli evidentissimi limiti nella descrizione degli effetti del picco sull’economia gli sono valsi l’oblio da parte degli economisti.

Vediamo a che punto siamo, allora, alla luce di questi sei mesi di letture e pensieri sull’economia dell’energia.

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Crescita economica e sviluppo sostenibile

Questi giorni di riposo (forzato) mi hanno finalmente concesso il tempo per una riflessione sul concetto di sviluppo economico, in ottica classica – la famosa/famigerata crescita infinita – sostenibile e decrescista, per lo sfruttamento delle risorse naturali in relazione alla finibilità della biosfera. L’argomento è vasto e questo non vuol essere un post esaustivo sull’argomento, quanto un primo work-in-progress per fissare le idee e avviare la discussione.

Cominciamo dal principio, e cioè dal concetto di crescita e sviluppo economico. La crescita economica ha da tempo assunto il ruolo di protagonista sul palcoscenico mondiale, soprattutto in tempi di crisi. Sulle ragioni della crescita e i modi per realizzarla le varie teorie economiche presentano molte differenze, a fronte però di due soli capisaldi: la definizione di crescita e gli effetti che essa produce. In altri termini, la distinzione tra le varie teorie economiche per l’aumento del “benessere” è una discussione sui concetti di crescita e sviluppo.

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Un mondo senza petrolio

il mio articolo per iMille-magazine.

Il prezzo del petrolio è in aumento. Da tempo economisti, esperti, opinionisti e un po’ tutti si scapicollano alla ricerca di spiegazioni e previsioni degli effetti del caro-petrolio sui mercati finanziari e sulla crescita economica.

Nell’attuale civiltà dei trasporti, il petrolio è un attore fondamentale che influenza la performance economica dei singoli paesi e dell’economia mondiale in molti modi. Secondo la teoria economica standard, infatti, l’aumento del prezzo del petrolio origina infatti:
– trasferimento di reddito dai paesi consumatori ai paesi produttori, dato che i primi devono pagare di più i secondi per le importazioni di greggio;
– aumento generalizzato dei costi di produzione di beni e servizi;
– aumento dei prezzi e dell’inflazione;
– riduzione dei profitti aziendali sui mercati finanziari (settore petrolifero escluso);
– compressione degli investimenti di aziende e privati, per la scarsa fiducia nella crescita futura;
– compressione della spesa privata, e conseguente impatto sulle finanze pubbliche.

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Dove il mercato non arriva

Che l’era del picco del petrolio o, meglio, del petrolio a caro prezzo sia qui per restare è un dato di fatto ormai accettato dal mondo intero, fatta eccezione per qualche raro ottimista comunque in via d’estinzione. Gran parte della produzione mondiale di petrolio viene da pochi giacimenti petroliferi giganti che stanno rapidamente invecchiando: Ghawar (Arabia Saudita), Kirkuk (Iraq), Cantarell (Messico) e Burgan Maggiore (Kuwait). I nuovi giacimenti scoperti negli ultimi dieci anni non vanno nemmeno vicini a quelli vecchi. La produzione petrolifera di Norvegia, Messico e Regno Unito, inoltre, è in diminuzione da tempo. Per limiti geologi o economici poco importa: quel che importa è che l’era del petrolio “facile” è finita.

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Il picco del petrolio rivelato

il mio articolo per iMille-magazine

Last Shot in the Life of a LensIl picco del petrolio, sintetizzando brutalmente, è il momento in cui la domanda di petrolio raggiunge (e supera) l’offerta. Altrimenti detto, è il momento in cui non c’è abbastanza petrolio per tutti.

La discussione sul picco del petrolio risale al 1956, quando il geologo Hubbert predisse un picco nella produzione del petrolio in America intorno al 1970. Nel 1998, quasi 15 anni fa, Colin Campbell scrisse l’articolo The end of cheap oil, rifacendosi ad Hubbert. Campbell sosteneva che le riserve petrolifere mondiali si stavano impoverendo a causa del crescente e eccessivo sfruttamento. Sostenuto da dati empirici, Campbell prevedeva l’imminenza di un picco mondiale della produzione di petrolio, cercando di capire e quantificarne l’impatto sulla società, l’economia, e le vite della gente comune. Da allora, sul picco del petriolio sono stati scritti centinaia di articoli, alcuni intelligenti altri meno, oltre ai tre film della serie di Mad Max, che più di tutti hanno lasciato un segno nell’immaginario comune sulle conseguenze della scarsità di petrolio.

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Petrolio, energia ed economia

Pochi giorni fa su questo blog si è parlato di economia del petrolio e delle risorse finibili. La teoria economica dello sfruttamento delle risorse naturali si basa essenzialmente sulla teoria marginalista. In sunto, essa prevede che, in una situazione di scarsità delle risorse conviene limitare l’estrazione ad un valore minimale, conservando l’eccesso per venderlo in futuro, ad un prezzo più alto. Come già scritto.

Dal punto di vista economico, questa situazione prende il nome di razionamento speculativo. Tecnicamente, si verifica quando il prezzo di mercato sale in modo tale da far crescere la rendita ad un saggio maggiore del tasso di interesse corrente. In termini più concreti e di maggior interesse comune, vuol dire che il picco del petrolio è reale ma il plateau attuale della produzione di greggio potrebbe durare molto a lungo, con buona pace dei catastrofisti.

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Picchisti di tutto il mondo

I picchisti del petrolio si dividono in due grandi categorie: i “geologi” e gli “economisti”. Mi si passi l’antipatica etichetta, ma questa distinzione aiuta a capire meglio come stanno le cose.

I “geologi” sono quelli che prevedono il picco ipotizzando un ritmo pieno di estrazione dei pozzi petrolieri e si basano su analisi puramente geologiche della presenza di greggio. E’ il caso di quelli di The Oil Drum. Gli “economisti” derivano invece il ritmo di estrazione da domanda e offerta: dato il petrolio probabilmente presente sulla terra, ipotizzando una crescita della domanda x e un prezzo y si può prevedere un ritmo di estrazione z, e da qui datare il picco.

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