Sul record di investimenti in rinnovabili

Questo blog riemerge da un periodo di silenzio causa superlavoro e studi universitari in Data Science. Grazie a tutti per essere ancora qui, diciamo.

moneyIl crollo del barile non ferma le rinnovabili. Nel 2015 le fonti energetiche rinnovabili hanno fatto registrare un nuovo record. Questi sono i titoli che hanno affollato le prime pagine di quotidiani e blog a sfondo ambientale, a seguito del report 2015 diffuso da Bloomberg New Energy Finance (BNEF). Certa è la gioia per ambientalisti e manager di investimenti in rinnovabili per il successo dei loro asset, ma uno sguardo più ravvicinato della situazione solleva alcuni interrogativi non da poco. Ma andiamo con ordine.

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Sulla conferenza del clima di Parigi

E anche quest’anno è arrivata. La conferenza sul clima di Parigi è iniziata e sarà con noi fino all’11 dicembre. Per chi venisse da Marte, il COP21 è forse la riunione più importante degli ultimi anni per decidere come rallentare l’aumento della temperatura del Pianeta nei prossimi decenni. A Parigi si proverà a concludere un nuovo accordo tra i paesi mondiali. Gli attuali impegni sul clima concordati tra i diversi paesi del mondo scadono infatti nel 2020 ed è necessario stabilire nuove regole, almeno fino al 2030. Nell’immaginario comune il COP21 di Parigi sembra essere l’ultima chance di salvare il Pianeta, come già fu per Copenhagen nel 2009, e le aspettative quest’anno sembrano più alte del solito. Ma andiamo con ordine.

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Quel legame profondo tra Europa e Russia

L’avete letto un po’ dappertutto, lo trovate riassunto facile e bene nella figura sotto.

[hat tip: Giacomo C.]

Elezioni europee e scienza

Mi si permetta una aggiunta alle ottime domande poste da Le Scienze ai candidati per le prossime elezioni europee. Sai mai che qualcuno risponde.

Si prevede – con quasi lapidaria certezza – che la crescita futura delle emissioni di CO2 verrà alimentata da Cina e USA, vanificando gli obbiettivi europei per la limitazione delle emissioni globali di CO2. I piani europei rischiano invece di trasformarsi in una zavorra anti-competitiva per l’economia europea. Lei come affronterà la questione?

To Europe or not to Europe?

Il mio articolo per iMille-magazine, scritto a quattro mani con l’energisauro.

In Italia, il dibattito mediatico sulla politica energetica si concentra su singoli fatti, viene spesso combattuto senza esclusione di colpi, tramite slogan ipersemplificati – fotovoltaico bello ma costoso, fracking e terremoti, nucleare e radiazioni mortali – da tifoserie contrapposte. Come conseguenza, il punto di partenza, la decarbonizzazione dell’economia, viene irrimediabilmente smarrito. Il fenomeno anti-europeista di questi ultimi mesi sostiene che l’Italia potrebbe raggiungere da sola e meglio l’obbiettivo della decarbonizzazione. Le cose stanno davvero così? Abbiamo davvero bisogno dell’Europa, la cui presenza secondo gli anti-europeisti sarebbe invadente e ingombrante, e delle politiche energetiche e ambientali di Bruxelles? Vediamo.

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L’Europa e la via del gas

Il mio articolo per iMille-magazine

Il 28 giugno scorso la Trans Adriatic Pipeline (TAP) ha ottenuto la commessa per trasportare in Europa 10 miliardi di metri cubi (mmc) di gas all’anno dall’Azerbaigian, a partire dal 2019. Stiamo parlando di un gasdotto, la TAP appunto, che prevede di attraversare il Mar Adriatico e connettere le coste di Albania e Italia, spuntando sulle coste del Salento, in Puglia. Stando alle dichiarazione dell’Unione Europea, la TAP è una pietra miliare della politica energetica europea che, nelle intenzioni, dovrebbe ridurre la dipendenza dal gas russo. Peccato che le cose non stiano proprio così.

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Cosa si è visto al Motor Show di Francoforte

Prima di passare in rassegna le novità viste a Francorte – Audi Quattro, Opel Monza, auto ibride e iperconnesse – val la pena leggere il commento di Oscar Giannino sul mercato dell’auto europeo, FIAT inclusa, con qualche sorpresa.

Se guardiamo agli anni 2010-2012, i [profitti dei] produttori europei salgono a 116 miliardi di dollari rispetto ai 100 miliardi dei produttori asiatici, e ai 46 delle case statunitensi, in recupero dopo il grande salvataggio con 80 miliardi di dollari decisi da Obama e messi dal contribuente americano. In altre parole, tra 2010 e 2012, le case europee hanno guadagnato nel mondo più di quanto avessero fatto nell’intero decennio 1995-2004.

Ovviamente e purtroppo per noi mentre bene per loro, l’86% dei megaprofitti nel mondo dei costruttori europei si concentra nei tre soli giganti tedeschi: VW, BMW, Mercedes. Tutti gli altri, sono semplicemente in diversi tratti di un percorso di razionalizzazione della produzione e di riposizionamento su segmenti e mercati, di ottimizzazione delle catene finanziarie e distributive. Erano troppo esposti su mercato europeo che si è più contratto, erano in ritardo sul dislocare produzione in Cina e investire nella distribuzione locale, non avevano una copertura di segmenti che dal più alto – dove si guadagnano più margini – garantisse negli anni risorse per investire. La forza nell’auto di tedeschi era e resta quella, triplice. Dovunque nel mondo, completi di gamma e soprattutto forti in quella alta, e mai saltare un ciclo di profitti reinvestiti.

[continua su Chicago Blog, oggi]