Sul record di investimenti in rinnovabili

Questo blog riemerge da un periodo di silenzio causa superlavoro e studi universitari in Data Science. Grazie a tutti per essere ancora qui, diciamo.

moneyIl crollo del barile non ferma le rinnovabili. Nel 2015 le fonti energetiche rinnovabili hanno fatto registrare un nuovo record. Questi sono i titoli che hanno affollato le prime pagine di quotidiani e blog a sfondo ambientale, a seguito del report 2015 diffuso da Bloomberg New Energy Finance (BNEF). Certa è la gioia per ambientalisti e manager di investimenti in rinnovabili per il successo dei loro asset, ma uno sguardo più ravvicinato della situazione solleva alcuni interrogativi non da poco. Ma andiamo con ordine.

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Picco del petrolio e costo marginale

Il mio articolo per iMille-magazine

Decenni di discussioni sul picco del petrolio hanno prodotto fiumi di parole sull’entità delle riserve (e/o risorse) in rapporto alla produzione mondiale, ossia quanti anni di petrolio restano al mondo – il cosiddetto rapporto R/P (reserves-to-production ratio). Su questo magico numero, e sulle sue implicazioni per il futuro dell’economia moderna, sono cresciuti nel tempo un coacervo di movimenti e opinioni, alcune assennate altre meno. Economisti per cui le riserve di petrolio aumentano sempre, chi cerca trova e domani è un giorno nuovo, o geologi per cui l’aumento esponenziale della produzione prosciugherà le risorse petrolifere ieri, neanche il tempo di addormentarsi. Il problema è che ridurre la dinamica di sfruttamento del petrolio alla bruta quantità di greggio rimasto in rapporto alla produzione è spesso fuori bersaglio. Come ebbe a dire Morris Adelman [1], con poche parole ma molta saggezza:

Risorse finite è uno slogan vuoto; conta solo il costo marginale.

Esaminando le teorie del picco del petrolio attraverso la lente dell’economia molti elementi fattuali appaiono evidenti, comprese le recenti turbolenze del mercato petrolifero. Ma andiamo con ordine.

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Verso la fine del petrolio?

Il mio articolo per l’ultimo numero di EcoScienza.

oiltanker_exxon_desert480x320Da anni l’entità delle riserve mondiali di idrocarburi e del petrolio in particolare è uno dei maggiori interrogativi della comunità economica internazionale. La preoccupazione di un imminente declino delle risorse fossili non è nuova. Nel 1956 M. K. Hubbert elaborò la teoria omonima sul declino della produzione di petrolio. Partendo da dati storici sul ritmo di estrazione e sull’entità delle riserve disponibili in USA, la teoria sosteneva di poter prevedere la dinamica di estrazione e la data di produzione massima – il celebre “picco del petrolio” [1]. Su questa linea di pensiero è cresciuto nel tempo un coacervo di movimenti per cui la datazione del picco coinciderebbe con l’inizio del declino della civiltà industriale, financo un ritorno a una nuova età della pietra [2]. Tornando sulla Terra, il dibattito su un eventuale calo della produzione petrolifera mondiale, in particolare sulla sua possibile irreversibilità, è quanto mai attuale in virtù dell’interesse strategico che l’approvvigionamento energetico riveste nella cornice nazionale e globale.

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Quanto costerà il petrolio?

Le cifre disponibili portano a ipotizzare che il livello sia tra 65 e 70 $ per un periodo di almeno 6 mesi oppure intorno ai 75 per 12-18 mesi. [..] Da un punto di vista politico interno l’Arabia Saudita può chiedere al paese qualsiasi sacrificio in cambio della promessa che l’Iran sarà messo in ginocchio e che la minaccia di uno sviluppo troppo repentino dello shale gas crei difficoltà alla ulteriore riduzione della dipendenza dagli introiti del petrolio. La cosa non trascurabile è che questa lotta tra produttori di combustibili fossili causerà quasi certamente dei seri danni collaterali all’industria delle energie rinnovabili, e quindi a tutti noi.

[Carlo Muzzarelli, sul suo blog]

Tuttavia, non aspettatevi differenziali significativi sul prezzo del benzina. Nel nostro Paese, il costo del petrolio greggio incide solo per una parte sul costo dei carburanti. Tasse e accise in Italia pesano circa il 70 per cento del prezzo totale alla pompa, poi ci sono i costi di raffinazione, trasportore, i ricavi del gestore del distributore, eccetera. Solo il 30 per cento circa va al produttore, che ha comunque delle spese fisse da sostenere. Insomma, anche un dimezzamento del costo del barile di petrolio, che è tanto, determinerebbe un calo alla pompa probabilmente non superiore al 15 per cento.

Trasporto urbano intelligente

Da molti anni, quasi tutte le città mondiali sono impegnate coi problemi del trasporto urbano ben noti a tutti: crescente congestione per aumento dei veicoli privati, problemi di sicurezza, inadeguatezza delle infrastrutture per mancanza di fondi e aumento dell’impatto ambientale (emissioni, energia, materiali). In breve, le grandi città sono fortemente dipendenti dal trasporto. Il trasporto, a sua volta è fortemente dipendente dal petrolio. Se poi nevica, come in questioni giorni, è un casino. Spero di non far offesa a nessuno se scrivo che agli ambientalisti le grandi città generalmente piacciono poco. Aggiungete il picco del petrolio, con un combustibile sempre più raro e costoso, e avete il mix perfetto per gli ambientalisti catastrofisti che prevedono (o sperano) il collasso delle città nel futuro prossimo.

Uno dei dibattiti più feroci e longevi è proprio quello sul tema del trasporto nelle grandi città che, in parole semplici, si riassume così: è possibile una città dove il trasporto avviene senza o con pochissime auto, tramite una rete di trasporto pubblico efficace e economicamente sostenibile?

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Petrolio, energia ed economia

Pochi giorni fa su questo blog si è parlato di economia del petrolio e delle risorse finibili. La teoria economica dello sfruttamento delle risorse naturali si basa essenzialmente sulla teoria marginalista. In sunto, essa prevede che, in una situazione di scarsità delle risorse conviene limitare l’estrazione ad un valore minimale, conservando l’eccesso per venderlo in futuro, ad un prezzo più alto. Come già scritto.

Dal punto di vista economico, questa situazione prende il nome di razionamento speculativo. Tecnicamente, si verifica quando il prezzo di mercato sale in modo tale da far crescere la rendita ad un saggio maggiore del tasso di interesse corrente. In termini più concreti e di maggior interesse comune, vuol dire che il picco del petrolio è reale ma il plateau attuale della produzione di greggio potrebbe durare molto a lungo, con buona pace dei catastrofisti.

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Cosa succede se aumenta il prezzo del petrolio

Alti costi di estrazione -> alti costi energetici -> indebitamento sovrano – > crescita massa monetaria -> minore fiducia negli asset tradizionali come azioni e dollari -> afflusso dei soldi nelle commodities -> ancora più indebitamento sovrano -> crescita massa monetaria … kaboom

[dal blog di Anna Ryden, una che pensa]

Oggi a che punto stiamo? Stiamo al punto che i prezzi delle commodities più importanti – energia, metalli, minerali, agricoltura e cibo – sono in salita costante già dall’estate 2009 e che alcune economie europee hanno problemi a sostenere il peso del loro debito pubblico. Per cui ci siamo in pieno. Come se ne esce? Già da qualche anno l’Unione Europea si muove secondo le direttive del progetto “Europa 2020”, per assicurarsi una crescita sostenibile, con cui, in pratica, si sta tentando di separare il prezzo delle commodity fisiche da quello dei rispettivi derivati finanziari per mettersi al riparo, tra l’altro, da speculazione e similari. Incrociamo le dita, sennò … kaboom.