Energia e liberalizzazioni

Della relazione tra mercato e energia, e sui limiti del primo, si era parlato qualche tempo fa su questo blog. In tempi di liberalizzazioni operate dal Governo Monti, in ossequio alle politiche europee di Bruxelles, non potevano certo passare inosservate le recenti proposte di Cameron per la strategia energetica britannica, con l’obbiettivo di de-carbonizzare l’energia in UK.

Il paradosso e’ che, mentre il nostro Paese e’ ancora bloccato a parlare delle sorti progressiste del libero mercato, nella patria dell’ultraliberalista Margaret Thatcher ci si inizia a muovere in maniera diametralmente opposta. [..] A partire dal 2013, saranno introdotte avanzate forme di programmazione, prezzi minimi garantiti, contratti differenziali e decisioni fortemente centralizzate. In pratica, sara’ il governo di Londra a decidere quali fonti energetiche andranno scelte, in quali quantita’, dove dovranno essere localizzati gli impianti e quali saranno i costi massimi consentiti, i prezzi e la durata dei contratti.

[L’Unita’, qualche giorno fa]

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Guida al referendum sul nucleare

Volete voi che siano abrogati i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del decreto-legge 31/03/2011 n.34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n.75?

Se il comma 1 parla dell’energia nucleare, il comma 8 in realtà è ben più vago e generale. Dispone, infatti, che il Governo vari una nuova Strategia energetica nazionale, che “individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l’incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell’energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali”.

In sostanza, questo non è più un referendum sul nucleare bensì sulla Strategia energetica nazionale del Governo: sulla sua stessa esistenza, non sui suoi contenuti.

Chi vince chi perde
In caso di vittoria del Sì, stando alla lettera del quesito, il Governo non sarebbe autorizzato ad adottare la Strategia energetica nazionale, cioè il piano generale con cui si decidono gli investimenti, le priorità, i settori su cui investire, comprese le energie rinnovabili. Per effetto dell’abrogazione effettuata dal governo, tra l’altro, anche una vittoria del Sì non avrebbe effetti concreti sul fronte dell’energia nucleare ma soltanto effetti simbolici: in ogni caso questo o un altro Governo un giorno o l’altro potrebbero legittimamente introdurre il ricorso all’energia nucleare. In caso di vittoria del No, il governo potrebbe adottare la Strategia energetica nazionale. Sul fronte del nucleare non cambierebbe nulla in ogni caso.

Le posizioni
I sostenitori del Sì credono che il passaggio del referendum, al di là del merito del quesito, rappresenterebbe comunque un segnale simbolico forte e inequivocabile, che renderebbe complicato – se non impossibile, nel breve termine – un eventuale nuovo ritorno al nucleare da parte di questo o di un altro governo.
Il fronte dei sostenitori del No è stato praticamente svuotato dalla moratoria al nucleare imposta dal governo: anche i partiti originariamente favorevoli al nucleare oggi hanno deciso di lasciare libertà di coscienza ai propri elettori.

[da “Guida ai referendum abrogativi” su Il Post]