Verso la fine del petrolio?

Il mio articolo per l’ultimo numero di EcoScienza.

oiltanker_exxon_desert480x320Da anni l’entità delle riserve mondiali di idrocarburi e del petrolio in particolare è uno dei maggiori interrogativi della comunità economica internazionale. La preoccupazione di un imminente declino delle risorse fossili non è nuova. Nel 1956 M. K. Hubbert elaborò la teoria omonima sul declino della produzione di petrolio. Partendo da dati storici sul ritmo di estrazione e sull’entità delle riserve disponibili in USA, la teoria sosteneva di poter prevedere la dinamica di estrazione e la data di produzione massima – il celebre “picco del petrolio” [1]. Su questa linea di pensiero è cresciuto nel tempo un coacervo di movimenti per cui la datazione del picco coinciderebbe con l’inizio del declino della civiltà industriale, financo un ritorno a una nuova età della pietra [2]. Tornando sulla Terra, il dibattito su un eventuale calo della produzione petrolifera mondiale, in particolare sulla sua possibile irreversibilità, è quanto mai attuale in virtù dell’interesse strategico che l’approvvigionamento energetico riveste nella cornice nazionale e globale.

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Dare un senso ai numeri

Puntuale, con l’anno nuovo è uscito il Energy Outlook 2035 di BP. Gli studi strategici di BP sono studi da conservatori, Business-As-Usual in pratica, che vanno presi con tutte le limitazioni del caso – l’imprevidibile, ovviamente, non è prevedibile da nessuno. Ciononostante sono molte le informazioni interessanti che se ne possono trarre. Per ora ci limitiamo al mix energetico mondiale delle prossime due decadi, che trovate sotto.
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Il problema della sovrappopolazione

economic-growth-over-population-building-a-deathstar-pollution-planet-earth-dieingQuesto blog entra nel suo quarto anno di vita e, come da tradizione, in occasione del compleanno si ferma a fare il punto della situazione. Oltre agli oramai onnipresenti impegni da superlavoro, nelle ultime settimane questo blog si è dedicato a letture di tecnologia, storia, religione e altre clandestinerie collaterali per documentarsi sul problema dei problemi quando si parla di energia, crescita economica e risorse naturali: mi riferisco ovviamente al problema della sovrappopolazione.

Il problema della sovrappopolazione è uno di quei tabù di cui è impossibile parlare senza scadere in moralismi spicci e liti furibonde. I motivi sono tanti: vuoi che l’impostazione culturale occidentale viene da millenni di cristianesimo e movimenti pro-life; vuoi la paura di vivere su un pianeta sovrappopolato e a corto di cibo; vuoi che oggi siamo in 7 miliardi quando solo alla fine della seconda guerra mondiale eravamo 2 miliardi, largamente dipendenti dalle risorse minerali e fossili, finibili per definizione; vuoi perchè anche la scienza moderna è incapace di prevedere il futuro prossimo su scala planetaria. Aggiungete ora la (supposta) caducità dei costumi moderni – homo homini lupus, schiavi del dio denaro e altre corbellerie paleo-cristiane riciclate da Hollywood – e ne esce il cataclisma imminente e inevitabile. E’ davvero così? Davvero moriremo scannandoci per l’ultimo Whopper di Burger King? Non proprio. Anzi, si direbbe proprio il contrario. Ma andiamo per gradi.

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I limiti delle rinnovabili

La Roadmap della Commissione Europea prevede un -80% delle emissioni per il 2050, a fronte di vaghissime linee guida e elementi fattuali praticamante inesistenti. Non passa giorno senza che questo o quel gruppo di esperti se ne esca con studi di fattibilità dell’ambizioso programma europeo. L’ultimo studio in tal senso è della ENEA e si intitola “verso un’Italia low carbon”, ovviamente con conclusioni positive. I volani del cambiamento sarebbero essenzialmente due: efficienza energetica e rinnovabili, principalmente su motori e trasporti – auto elettrica su tutti. Il binomio efficienza e rinnovabili viene spesso usato nelle promesse di rivoluzioni energetiche e crescite economiche associate. Anche il Ministro dello Sviluppo Economico Zanonato parla di trasformazione radicale delle economie avanzate grazie alle rinnovabili e opportunità di crescita dietro l’angolo. Ma quanto sono realistiche queste promesse?

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Come va con l’Energiewende

Del piano di trasizione alle energia rinnovabili tedesco (Energiewende) si parla sull’Economist, questa settimana. L’Economist riprende ed espande alcune considerazioni di cui s’era già parlato un anno fa su questo blog.

Per raggiungere gli ambiziosi obiettivi posti con l’Energiewende l’installazione massiccia di pannelli solari o pale eoliche non è sufficiente. Un piano generale all’altezza di tali premesse deve necessariamente passare attraverso alcuni snodi energetici fondamentali: la riorganizzazione della rete elettrica nazionale, lo stoccaggio di energia, gli incentivi di mercato e le politiche per l’efficienza energetica.

A distanza di un anno, in Germania le cose non sembrano ancora girare per il meglio.

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