Il problema della sovrappopolazione

economic-growth-over-population-building-a-deathstar-pollution-planet-earth-dieingQuesto blog entra nel suo quarto anno di vita e, come da tradizione, in occasione del compleanno si ferma a fare il punto della situazione. Oltre agli oramai onnipresenti impegni da superlavoro, nelle ultime settimane questo blog si è dedicato a letture di tecnologia, storia, religione e altre clandestinerie collaterali per documentarsi sul problema dei problemi quando si parla di energia, crescita economica e risorse naturali: mi riferisco ovviamente al problema della sovrappopolazione.

Il problema della sovrappopolazione è uno di quei tabù di cui è impossibile parlare senza scadere in moralismi spicci e liti furibonde. I motivi sono tanti: vuoi che l’impostazione culturale occidentale viene da millenni di cristianesimo e movimenti pro-life; vuoi la paura di vivere su un pianeta sovrappopolato e a corto di cibo; vuoi che oggi siamo in 7 miliardi quando solo alla fine della seconda guerra mondiale eravamo 2 miliardi, largamente dipendenti dalle risorse minerali e fossili, finibili per definizione; vuoi perchè anche la scienza moderna è incapace di prevedere il futuro prossimo su scala planetaria. Aggiungete ora la (supposta) caducità dei costumi moderni – homo homini lupus, schiavi del dio denaro e altre corbellerie paleo-cristiane riciclate da Hollywood – e ne esce il cataclisma imminente e inevitabile. E’ davvero così? Davvero moriremo scannandoci per l’ultimo Whopper di Burger King? Non proprio. Anzi, si direbbe proprio il contrario. Ma andiamo per gradi.

Capitolo uno. Siamo tanti, tantissimi, troppi. Che la popolazione sia aumentata molto negli ultimi due secoli è un dato di fatto.
World Population
La paura della crescita della popolazione non è tuttavia cosa nuova.

Una delle cose di cui ci accorgiamo più frequentemente (e che più ci preoccupa) è la nostra brulicante popolazione. Il nostro numero è insopportabile per il mondo, il quale molto difficilmente può sostenerci tutti…. In realtà pestilenze, carestie, guerre e terremoti devono essere considerati come dei rimedi per le nazioni, come mezzi per mondare la lussuria della razza umana.

Questo non lo trovate scritto su La bomba della popolazione (Paul Ehrlich, 1968), non su I limiti della crescita (Donella e Dennis Meadows, 1972) e non proviene neppure da Thomas Malthus, il cui Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società del 1798 fu probabilmente spunto per gran parte delle moderne preoccupazioni sulla sovrappopolazione. La citazione è opera di Tertulliano, un abitante della città di Cartagine del secondo secolo. In quel periodo la popolazione mondiale era circa 190 milioni, meno del 3% della popolazione odierna. Ciononostante, la paura della sovrappopolazione era già ben presente. Simili preoccupazioni furono espresse anche da Confucio nel sesto secolo avanti Cristo. E’ dunque da millenni che qualcuno lancia l’allarme della sovrappopolazione, con tutti i catastrofismi annessi. Oggi, nell’era di internet e facebook, non passa giorno senza leggere che il nostro pianeta sarebbe “svuotato”, “sul punto di rottura” per “inarrestabili esplosioni della popolazione”. Insomma, il mondo sarebbe oltre il punto di non ritorno, destinato a essere ricoperto di uomini pigiati gomito a gomito, condannati a lottare per ogni metro di spazio e gli ultimi scampoli di cibo. Roba da inferno dantesco.

Eh, il punto di non ritorno. Tra Nostradamus, i Maya, millenaristi, luddisti, malthusiani, ultrà sostenitori del Club di Roma e allegra canea cantante, questo punto di non ritorno l’abbiamo raggiunto qualche centinaio di volte almeno, direi, senza che rovine e catastrofi si avverassero. Questo ovviamente non vuol dire che gli avvertimenti sono inutili, ma che il rischio di passare dall’avvertimento alla profezia, perdendo la base scientifica delle proprie affermazioni, è reale e concreto. Malthus, ad esempio, concluse che la popolazione mondiale cresceva più rapidamente della disponibilità di cibo osservando che la popolazione aumentava geometricamente (2, 4, 8, 16) ma le forniture alimentari crescevano solo aritmeticamente (2, 3, 4, 5). Purtroppo la conclusione di Malthus si basava su statistiche di dubbio valore valevoli unicamente per l’America, ignoranti completamente il ruolo dell’immigrazione nella crescita della popolazione nordamericana. La teoria di Malthus fu rigettata dalla comunità scientifica dell’epoca. Cionostante il nostro continuò dritto, consegnando la sua eredità culturale, passione per le profezie irrealizzate inclusa, al gruppo dei neo-malthusiani. Eccom il problema di Malthus era la sua impreparazione nelle scienze demografiche che raccontano una storia molto diversa.

Capitolo due. Transizione demografica. La crescita impetuosa e recente della popolazione mondiale deriva essenzialmente dalla meccanizzazione delle attività produttive e dalla rivoluzione verde, ambedue largamente dipendenti dalle risorse finibili (carbone, petrolio e gas naturale) per energia, fertilizzanti e pestecidi. Con l’esaurimento delle risorse fossili e/o per l’inquinamento che ne consegue si deriva la tesi della catastrofe prossima ventura. Questa fu, riassumendo brutalmente, la tesi del famoso rapporto I Limiti della Crescita del club di Roma, pubblicato 40 anni fa. Il rapporto prevedeva il picco del petrolio, il momento in cui l’estrazione del petrolio sarebbe calata per esaurimento delle risorse e con esso il punto del non ritorno per l’economia produttivista moderna. Il Club di Roma datò il picco a circa 10 anni fa (errata corrige: il rapporto del Club di Roma non si sbilanciò nella predizione quantitativa sulla data del “picco del tutto”. Le numerose estrapolazioni susseguitesi negli anni furono invece il parto della lotta tra oppositori e sostenitori – hat tip: Egidio). Picco fin qui non verificatosi e probabilmente non si verificherà nemmeno a breve. Va da sè che nelle affermazioni del club di Roma qualcosa è probabilmente andato storto.

L’attenzione dei neo-malthusiani allo sfruttamento delle fonti energetiche fossili nell’aumento della popolazione mondiale è corretta. Si veda l’immagine sotto, anche se va notato che i neo-malthusiani trascurarono il ruolo dell’Illuminismo nel 1700-1800 che portò all’abolizione della tortura pubblica e altre pratiche abominevoli nella civiltà occidentale.
Ordunque, l’abbondanza di energia fa nascere più bambini? No, affatto. Questo dice la demografia e chi la studia di mestiere. Il picco della nascite, il momento in cui il numero dei nuovi nati è minore di quello dell’anno prima, è stato raggiunto oltre una decade fa. Se oggi siamo di più è perchè viviamo più a lungo. In altri termini, l’abbondanza di risorse non fa nascere più bambini ma dà loro la possibilità di raggiungere la terza età. Per rendersene conto basta confrontare i due grafici sotto che comparano l’aspettativa di vita al tasso di fertilità dei paesi mondiali nel 1950 e nel 2012.

fertilityrate1950fertilityrate2012

Il grafico a destra mostra un’altra realtà importante ma spesso trascurata, e cioè che con il miglioramento della situazione economica, il mondo civilizzato ha quasi portato a termine una transizione demografica epocale, con il risultato di stabilizzare il tasso di fertilità sui due figli per donna (l’Africa ancora manca all’appello). Questo è il motivo per cui, come dagli studi di Hans Rosling, i demografi reputano che la popolaziona mondiale raggiungerà i 9 miliardi di individui solo entro il 2050, per stabilizzarsi a quota 10 miliardi a fine secolo, demolendo il catastrofismo dell’aumento senza limiti della popolazione mondiale di Malthus e seguaci. Ma assieme alla transizione demografica molto altro è cambiato nel mondo. Mi riferisco alle varie transizioni energetiche susseguitesi nell’ultimo secolo.

Capitolo tre. Transizione energetica. Che il mondo stia consumando più energia è cosa abbastanza ovvia e lo si può dedurre dall’aumento della popolazione di cui abbiamo parlato sopra. Catastrofisti, ambientalisti e neo-malthusiani sono soliti mostrare il grafico sotto – che prendo da quelli di The Oil Drum, che oggi hanno chiuso baracca – con l’ovvio obbiettivo di far leva sulla paura del futuro e sui sensi di colpa per una vita agiata, ambedue di matrice paleo-cristiana (ancora).

world-energy-consumption-by-sourceIl consumo pro-capite, disaggregato per fonte racconta una storia diversa ma non meno interessante.

per-capita-consumption-of-various-fuels_linePrima di tutto va notato come, a partire dal 1900, il consumo pro-capite non sia derivato da un maggior sfruttamento delle fonti energetiche conosciute – carbone, all’epoca – ma dalla scoperte di nuove – petrolio, poi gas naturale, idroelettrico, nucleare e rinnovabili moderne (fotovoltaico, solare, geoetermico, biomasse).

In secondo luogo va notato come la recente crescita delle rinnovabili moderne (BP-Other) sia controbilanciata da un crescente uso di carbone del mix energetico mondiale. Le ragioni sono certamente molte, ma nelle economie avanzate avviene essenzialmente per motivi economici: le rinnovabili costano molto in bolletta ma contribuiscono a diminuire le emissioni, viceversa il carbone costa poco anche se aumenta le emissioni. Oplà, il mix è servito. Se poi le emissioni totali aumentano – come sta puntualmente avvenendo – pazienza.

Ho lasciato per ultimo un fatto palese ma spesso non evidente: i tempi pluri-generazionali necessari alle transizioni energetiche. Ne parlammo già a suo tempo, proprio su questo blog (mi si perdoni l’autocitazione):

Il fatto è che, vuoi per i grandi volumi in gioco, vuoi per le enormi infrastrutture collegate, costose ed estese, sul corto periodo l’introduzione di nuove tecnologie energetiche è sostanzialmente inerte. Turbine idrauliche, turbine a vapore, motori a combustione interna, sono tutte tecnologie commercializzate da più di un secolo. Anche la turbina e gas, attore principale nella generazione di energia elettrica odierna, risale a oltre 50 anni fa. Ne deriva che la transizione energetica è qualcosa di intrinsecamente lungo, che necessita di decenni per dispiegarsi nel mondo reale.

Qualche numero, tratto dall’ottimo libro di Vaclav Smil. Il carbone impiegò 35 anni per contribuire per un 25% al mix energetico mondiale (il resto era legno) e 60 anni per crescere al 50%. Il petrolio impiegò 40 anni per raggiungere il 25% del mix mondiale e 60 anni per arrivare al 40%. Il traguardo del 50% non fu mai raggiunto dal petrolio, nemmeno negli anni d’oro, quando l’estrazione era davvero facile e un barile di oro nero costava 20 dollari. Il gas naturale, l’ultimo grande attore dei combustibili fossili, ha impiegato 45 anni per raggiungere quota 25% solamente.

E’ allora evidente il madornale errore dei sostenitori della rivoluzione rinnovabile dietro l’angolo e dei formidabili ritorni economici ieri della green economy. Accecati dall’ideologia neo-malthusiana della catastrofe imminente e, specialmente in Italia, approfittando del colpevole dilettantismo con cui il Governo ha gestito i cinque Conti Energia – elargendo incentivi più che generosissimi – si sono giustificati lobbismi senza scrupoli per installare manciatone di costoso fotovoltaico, precorrendo di gran lunga i tempi per il dispiegamento sostenibile della transizione energetica verso le rinnovabili. E’ grazie a questi individui se il nostro Paese ha raggiunto oggi la quota di rinnovabili installate prevista solo per il 2020, con 7 anni di anticipo, caricandosi di oltre 12 miliardi di euro l’anno di incentivi e capacity payment e contribuendo a scassare l’economia nazionale.

Tirando le somme. Quanto tempo ci resta? Come l’età della pietra non finì per mancanza di pietre, anche l’età del petrolio non finirà per mancanza di petrolio. Su iMille-magazine di questa settimana, l’energisauro ben commenta sull’entità delle riserve mondiali note:

Di risorse fossili infatti ne abbiamo ancora parecchie e potete stare certi che i nostri figli continueranno a parlare di “oro nero”; non solo loro, ma anche i nostri nipoti e quasi certamente anche i loro rispettivi figli. Se da domani non riuscissimo più a trovare una sola goccia di petrolio o un solo kg di carbone in nuovi giacimenti o nuove miniere, attingendo alle sole riserve note, situate nei sottosuoli che già conosciamo, riusciremmo a soddisfare la nostra sete di energia per altri 100 anni circa. E non solo! Le nuove tecniche di estrazione, migliori di anno in anno, stanno posticipando la data dell’atteso “picco del petrolio” di cui si parla da più di 50 anni. 20 anni fa si stimava che qualora non si fossero più scoperti nuovi giacimenti, si sarebbe riusciti a “tirare avanti” per 45 anni; dopo 10 anni di consumi in aumento il numero anziché scendere è aumentato, 50 anni, e oggi le riserve di petrolio basterebbero per più di 60 anni.

Insomma, se il boom demografico del secolo scorso è terminato, è probabile che anche l’industrializzazione dell’economia produttivista finirà per una naturale naturale evoluzione verso tecnologie innovative, efficienti e più green, e non certo per una carenza di risorse energetiche fossili. E’ probabile che questa transizione sia già cominciata e che ci siamo già dentro. Ora sta a noi avere pazienza, senza panico e evitanto di dar ascolto a profezie e ideologie di dubbio valore scientifico.

21 Responses to Il problema della sovrappopolazione

  1. Marco scrive:

    Ottimo Filippo: completo e chiaro. Ti segnalo un refuso: “incentismi più che generosissimi”; credo tu intendessi: “incentivi più che generosissimi”
    Grazie, ho corretto.

  2. Giancarlo Abbate scrive:

    Caro Filippo, articolo interessante, molto ben argomentato e documentato, nonché pieno di spunti per una discussione vasta ed approfondita (che spero si possa fare in un wortkshop/incontro da organizzare magari in ambito Imille). Concordo con il chiaro rifiuto degli incentivi come strumento per aumentare artificiosamente una produzione (evidente distorsione che finisce col ritorcersi contro l’oggetto stesso incentivato) ed anche con la condanna semplice e netta del catastrofismo. Non conosco a fondo il Club di Roma ma mi risulta che alcune delle loro tesi, sfrondate dal catastrofismo, abbiano avuto l’effetto positivo di porre l’accento sul futuro in un momento in cui il mondo (quello vincente e ricco) pensava solo a consumare sempre di più nel presente. Tuttavia proprio la tua frase “l’età del petrolio non finirà certo per mancanza di petrolio” dovrebbe spingere per una ricerca attenta, non ideologica ma non eludibile, di fonti rinnovabili. Se una rivoluzione energetica non si può fare in un decennio, ciò non giustifica l’immobilismo sul piano della ricerca e se è vero che di fonti fossili (petrolio ed altre) ce ne saranno ancora (in abbondanza) per diversi decenni, non è altrettanto vero che la loro convenienza economica (o, se vuoi, l’EROEI) sia la stessa di qualche decennio fa (o che fra qualche decennio sarà la stessa di oggi). Sul costo economico dell’immissione di CO2 in atmosfera mi piacerebbe aprire un confronto/dibattito in altra sede.
    Sull’argomento iniziale e centrale dell’articolo ho poi un veloce commento: il problema demografico è reale e non una questione da sottovalutare come “profezia irrealizzata” da consegnare a neo-malthusiani. I due grandi cerchi rosso e azzurro del primo grafico si sono spostati in basso ed a destra ma solo dopo essere diventati molto più grandi nel secondo grafico. Quest’ultimo è pieno di cerchietti blu che si spostano (per fortuna) a destra ma restano (cosa dire? purtroppo?) sempre in alto. Non serve ignorare il problema, né proporre soluzioni “leghiste”. Sarebbe utile tenerlo presente e tentare di capire quale potrà essere il futuro nei prossimi decenni e magari cercare delle soluzioni a possibili (probabili??) “catastrofi”. Le guerre, caro Filippo, non sono un’invenzione o “corbellerie paleo-cristiane” ma una costante della storia dell’umanità (prima e dopo il cristianesimo). Una ragionevole attenzione può combattere le tesi estreme del catastrofismo come e forse anche meglio di un ottimismo che, seppur documentato, rischia di essere eccessivamente auto-gratificante.

    • Filippo Zuliani scrive:

      Le guerre, caro Filippo, non sono un’invenzione o “corbellerie paleo-cristiane” ma una costante della storia dell’umanità (prima e dopo il cristianesimo).
      Questo e’ falso. Doppiamente. L’analisi storica insegna che:
      a) le guerre non sono una costante ma sono in diminuzione costante, specialmente dal 1700 in poi. Alcuni sostengono per l’umanizzazione “naturale” portata dall’Illuminismo che sostitui’ le ideologie cristiane e le torture da intolleranza da esse perpetrate (inquisizione, schiavismo, guerre di religione).
      b) l’analisi numerica mostra che le guerre per le risorse sono combatture per le risorse *ricche* e non per quelle in esaurimento. Altrimenti dovremmo concludere che l’Africa dovrebbe essere in guerra costante per il cibo (cosa che non e’ vero, dato che la maggior parte delle guerre civili in Africa sono per motivi tribali di onore e vendetta) e gli africani estinti da tempo. Cosa palesemente non vera. Ergo, Mad Max e’ una favoletta buona per Hollywood.

      A margine, la maggior parte delle guerre sono state combatture per tutt’altre ragioni che il possesso delle risorse naturali.

      Sull’analisi demografica, come detto nel testo, i cerchi sono diventati piu’ grandi perche’ le persone vivono piu’ a lungo. Anche la Cina si e’ stabilizzata sui 2 figli a donna e ulteriori aumenti della popolazione *non* deriveranno da nuove nascite. L’Africa invece – i cerchietti blu – e’ ancora indietro, anche a causa delle condizioni economiche pessime, e il numero di figli per donna e’ ancora alto. I demografi ritengono che, come avvenuto nel resto del mondo, con il migliorare delle condizione economiche il numero di figli per donna si stabilizzera’ intorno ai 2, rendendo stabile la demografia mondiale. Questo dicono i numeri. Se poi vogliamo parlare di problemi “leghisti” – movimenti emigratori, immagino – benvenuto, ma stai parlando d’altro e non di demografia.

      • Franco Noce scrive:

        “le guerre non sono una costante ma sono in diminuzione costante,”
        Puoi approfondire l’argomento, come si misura l’entità della guerra per determinarne l’andamento storico?
        Ciao, Franco

      • Filippo Zuliani scrive:

        In sunto: anni di guerra e numero di morti, diretti e indiretti, in relazione alla popolazione. Esistono analisi storiche in tal senso e mostrano che la belligeranza umana e’ in diminuzione. Sulla questione guerre per le risorse tornero’ sul prossimo post, corollario di questo articolo, assieme al problema del riscaldamento globale.

      • janus scrive:

        “Altrimenti dovremmo concludere che l’Africa dovrebbe essere in guerra costante per il cibo (cosa che non e’ vero, dato che la maggior parte delle guerre civili in Africa sono per motivi tribali di onore e vendetta)”

        Dice? Sulla guerra civile in Ruanda, Jared Diamond sostiene esattamente il contrario. Ma immagino che Diamond sia già stato liquidato come “catastrofista”…

      • Filippo Zuliani scrive:

        Saprebbe dare un link all’analisi di Diamond? Cosi’ come la riporta lei non si capisce molto – spero non sia il Cap.10 del suo libro “Collasso”, perche’ “Collasso” e’ decisamente il punto piu’ basso della produzione di Jared Diamond, un trattato monodimensionale e catastrofista, certamente molto distante dall’eccellenza di “Armi, Acciaio e Malattie”.

  3. dbra (@dbra) scrive:

    Immagino che tra i catastrofisti paleo-cristiani sia da annoverare anche l’IPCC al gran completo, a questo punto: il mercato deve fare il suo percorso, ignorando ovviamente ogni esternalità. Già fu bieco introdurre limiti per nelle emissioni di inquinanti tradizionali, davvero inopportuno aggravare i costi di chi utilizza fonti fossili imponendo controlli sui fumi prodotti, ci mancherebbe solo curarsi del rilascio di gas serra. Poco importa aver notato che i tempi di spontanea conversione della produzione energetica siano un ordine di grandezza più alti di quelli necessari per contenere la deriva climatica: finché la barca va, la si lasci andare. E se dovessimo trovarci oltre al punto di non ritorno, un pianeta Titanic, poco male: l’importante sarà stato aver sfrecciato sulle nostre autostrade con mezzi sempre più scintillanti.

    Perché sì, l’importante è sfrecciare. Oggi più che mai, con queste maledette nuove generazioni che preferiscono chattare da casa invece di saltare ognuno sulla propria auto e macinare strada per assordarsi tutti assieme in una lontana disco. Davvero, che degenerazione.

  4. Giovanni Maria Boffi scrive:

    Il futuro e’ inconoscibile, inconoscibile perche’ (ancora) non esiste.
    Per questo, ogni volta qualcuno rilascia una “previsione”, chi la
    accoglie, dovrebbe intenderla come ” ipotesi ” o, al piu’, come calcolo
    esplorativo.

    Da sempre l’uomo alle prese con l’imponderabile si trova ad affrontare
    dei rischi, da sempre, per tentare ridurre i rischi, si ipotizza il corso
    degli eventi futuri.

    L’ipotesi e’ uno strumento, un mezzo, non il fine.

    Valutare la validita’ di un ipotesi a posteriori, quando il tempo e’
    trascorso, e’ irrilevante (fatica sprecata) perche’ mai avremo oggi,
    tutte le informazioni su eventi portati dal domani.

    Ha senso, invece, criticare oggi, ipotesi fresche su gli anni futuri.
    Una tale critica, se ferrata e razionale, rivela buona comprensione
    della realta’
    Comprensione che non e da tutti.

    Lasciate perdere Mathus e Aurelio Peccei.
    Essi capivano la realta’ del loro tempo, e nel loro tempo si muovevano
    assertivi e consapevoli.
    Uomini, nel senso migliore del termine.

  5. Egidio scrive:

    Caro Zuliani, questo blog che normalmente apprezzo per diversi articoli di politica energetica, quando si avventura nei “problemi dei problemi” come li chiami tu, mi sembra che perda completamente di obiettività e scientificità. Pronunciare la parola “limiti della crescita”, demografia, per non parlare di decrescita è un po’ come agitare un drappo rosso davanti al toro. Solo un paio di osservazioni riguardo al Club di Roma che mi sono balzate agli occhi in quanto, proprio in questi giorni, sto rileggendo proprio “Limits to growth” il rapporto al Club di Roma scritto nel 1972.
    Bene, hai scritto: ”Tra Nostradamus, i Maya, millenaristi, luddisti, malthusiani, Club di Roma e allegra canea cantante, questo punto di non ritorno l’abbiamo raggiunto qualche centinaio di volte almeno, direi, senza che rovine e catastrofi si avverassero”.
    No, dai un po’ di serietà, Nostradamus e i millenaristi con il Club di Roma? Io capisco la foga retorica, ma dopo una frase come questa, gratuita ed offensiva, non puoi tacciare altri di arroganza intellettuale. Quanto al merito sul Club di Roma, hai scritto:” Pubblicato oramai 40 anni fa, il rapporto prevedeva il picco del petrolio, il momento in cui l’estrazione del petrolio sarebbe calata per esaurimento delle risorse e con esso il punto del non ritorno per l’economia produttivista moderna. Il club di Roma datò il picco a circa 10 anni fa. Picco fin qui non verificatosi e probabilmente non si verificherà nemmeno a breve. Va da sè che nelle affermazioni del club di Roma qualcosa è andato storto.”.
    E da qui si capisce che “Limits to growth” non l’hai mai letto e, dispiace rilevarlo, semplicemente ti sei accodato al mito, che va per la maggiore sulla rete, che afferma che i catastrofisti del Club di Roma avevano previsto la fine del petrolio per il 2003, siccome il petrolio non è finito, Meadows e soci si sono sbagliati, allegramente continuiamo cosi e tutto va bene, madama la marchesa. Peccato che in nessuna parte del libro troverai mai la previsione della fine del petrolio per il 2003 o per il 2010 o per il 2050. Semplicemente perché quella previsione non c’è. Qui non c’è lo spazio ma diverse analisi scientifiche dello studio del Club di Roma sono state fatte 30-40 anni dopo. Vedi per esempio qui
    http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0959378008000435
    E qui
    http://www.manicore.com/anglais/documentation_a/club_rome_a.html
    e poi Ugo Bardi e tanti altri ne hanno scritto.

    Adesso, tu puoi anche non essere d’accordo sull’impostazione di “Limits to Growth” ma almeno prima dovresti leggerlo. Scopriresti delle cose molto interessanti, come io sto riscoprendo e di una attualità impressionante. La dinamica dei sistemi, inventata dal prof. Forrester fu applicata per la prima volta ad uno studio globale sulle variabili critiche che descrivono il sistema mondo. Il risultato piu’ importante dello studio non sono le previsioni sul futuro che non ci sono da nessuna parte nel libro, ma le interazioni tra le cinque macrovariabili utilizzate: popolazione, cibo, risorse naturali, industrializzazione, inquinamento globale e i feedback loop che le legano.
    Non vorrei prendere troppo spazio, riporto soltanto la prima delle conclusioni dello studio
    “If the present growth trends in world population, industrialization, pollution, food production, and resource depletion continue unchanged, the limits to growth on this planet will be reached sometime within the next one hundred years. The most probable result will be a rather sudden and uncontrollable decline in both population and industrial capacity.”
    Si parla di una prospettiva di 100 anni non di un esaurimento del petrolio in 30 anni. Altro che Nostradamus!

    • Filippo Zuliani scrive:

      Caro Egidio, la supponenza delle tue disamine su quel che ho letto e non ho letto lascia il tempo che trova. Contrariamente a quel che pensi il famoso “The limits of growth” l’ho letto, oltre che essermi occupato di dinamica dei sistemi per mestiere, sebbene su sistemi industriali e non naturali.

      Venendo alle obiezioni: “siccome il petrolio non è finito, Meadows e soci si sono sbagliati, allegramente continuiamo cosi e tutto va bene” e’ uno straw man argument e nell’ articolo non c’e’ scritto. Nemmeno di decrescita si parla. Come ripetutamente scritto su questo blog, il rapporto del Club di Roma ha l’indiscutibile valore del messaggio che portava: l’insostenibilita’ di un modello di sviluppo basato unicamente sui combustibili fossili. L’iconografia che ne e’ seguita di slogan e propaganda senza scrupoli invece con la bonta’ di quel messaggio non ha nulla a che vedere.

      Sul risultato e la metodologia del rapporto, invece, mi ha sempre perplesso non poco che il prodotto industriale pro capite sia misurato in dollari equivalenti pro capite all’anno. Il che vorrebbe dire che tutte le teorie del valore d’uso e valore di scambio sono baggianate, oltre a buttare a mare tutte le questioni monetarie di svalutazione, inflazioni, eccetera. In altri termini, come lo studio stesso ammette, la parte economica di risorse naturali e ambiente non e’ minimamente trattata. Anche dare un indicatore unico per l’inquinamento non e’ certo esente da critiche metodologiche (acqua, aria, PM10, PM2.5, radioazioni alfa, beta, sostanze inquinanti, co2, altro?). Ma e’ un giudizio marginale che non inficia il valore originale dello studio. Che non ci sia una datazione al picco delle risorse pero’ e’ falso. Anzi, la datazione del picco e’ stato uno degli argomenti di cui si e’ maggiormente scritto da parte dei sostenitori.

      Poi, volendo fare il gioco della citazioni, da anni personaggi come Ugo Bardi continuano a ripetere ossessivamente che il picco del petrolio e’ arrivato, forse ma anche subito ma probabilmente non ancora. Se noi non ce ne siamo accorti è perche’ le nuove risorse non-convenzionali (shale oil, tar sands, eccetera) starebbero falsando le predizioni originali ma arriverà la resa dei conti. Ecco, a me questa metodologia di scientifico non sembra avere proprio nulla. Mi ricorda molto piu’ invece il profetizzare di sette e santoni che, sconfessati alla prova dei fatti, spostano i termini sempre un po’ piu’ in la’ adducendo scuse varie. A margine, sempre citando Ugo Bardi, lo stato del nostro pianeta sarebbe descrivibile con termini scientifici quali “saccheggiato” (sic!) e “al collasso” (ri-sic!) su Il Fatto Quotidiano.

      Dai, che l’attuale modello di sviluppo dell’economia produttivista basato sui combustibili fossili sia insostenibile nel lungo termine e’ evidente a chiunque abbia occhi per vedere. Non ci vuole molto a capirlo, ed e’ uno dei volani della transizione rinnovabile in atto di cui siamo oggi partecipi. Fare propaganda su collassi imminenti e esaurimento delle risorse ieri, invece, e’ ideologia del terrore, non scienza.

      update: l’articolo di Turner da te linkato dice che 30 anni di analisi di industria e inquinamento fittano bene sullo modello standard dello studio originale, quello che prediceva il “picco del tutto” all’inizio del 21o secolo. Cio’ postulerebbe che l’economia delle risorse naturali in 30 anni non sarebbe cambiata, il che e’ certamente non vero. Questo al netto che, una volta tanto, mi piacerebbe leggere un’analisi della stabilita’ del modello rispetto a parametri e costanti usate, prima di avventurarsi in predizioni quantitative. Se ne hai una ti prego di linkarmela. Grazie.

  6. Egidio scrive:

    Caro Filippo, grazie per la risposta. Mi dispiace se ho dato l’impressione di supponenza nella mia critica, non è mia intenzione polemizzare su un blog.
    Comunque, grazie per aver linkato l’ottimo articolo di Terenzio Longobardi su “I Mille”
    http://www.imille.org/2012/06/esiste-limite-alla-crescita/
    Li’ è spiegato molto meglio di quanto possa fare io, la storia di come uno studio serio come “Limits to Growth” (LTG) sia stato ridicolizzato, e qui uso le parole stesse di Terenzio: “[contro lo studioi] si scatenarono una serie di esegesi critiche da parte di economisti e sedicenti esperti, condite spesso da vere e proprie “bufale” e leggende metropolitane, per sminuirne i risultati e il messaggio di allarme. Una di queste, ad esempio, fu letteralmente l’invenzione dell’esaurimento delle risorse nel 2000, ma basta andare a vedere lo scenario peggiore dello studio, il “modello standard”, per rendersi conto della palese menzogna”.
    L’articolo di Terenzio è perfetto e mostra anche i grafici originali di LTG. Quindi, mi permetto di insistere, e uso le tue parole visto che mi accusi di “straw man argument”:
    hai scritto: “Il club di Roma datò il picco a circa 10 anni fa. Picco fin qui non verificatosi e probabilmente non si verificherà nemmeno a breve”.
    Questa, come spiega benissimo Terenzio, è una bufala: da nessuna parte su LTG troverai questa previsione e, dato che sei un attento lettore di LTG, dovresti correggerla.

    Nel meritodelle tue critiche e richieste di maggiori informazioni sul modello di LTG, io non ho molto in piu di Terenzio.
    Posso linkarti questo: http://www.donellameadows.org/archives/a-synopsis-limits-to-growth-the-30-year-update/ dove, fra altre cose, dà alcuni dettagli su come è stato calcolato l’industrial capital nel modello World 3 (edizione 30 years update) e si dice anche “Readers who want to reproduce the World 3 scenarios of the book can do so themselves, because the authors have prepared interactive World 3 CDs.” I dischi possono essere ordinati (a pagamento, ovviamente) qui http://www.chelseagreen.com/bookstore/item/limits_to_growth_cd:cd-rom

    So anche, ma non ho verificato personalmente se funziona, che qualcuno ha riprodotto World 3 su un simulatore dinamico online accessibile gratuitamente http://www.insightmaker.com ma ci vorrebbe molto piu tempo di quello che ho per andare a studiare nel dettaglio.
    Saluti

    • Filippo Zuliani scrive:

      Hai ragione, la previsione sul picco e’ lasciata volutamente nulla dagli autori di LTG, sebbene pressata dai sostenitori. Correggo il testo.

      Sul resto, ho letto anche il seguito del 1992 ma sono rimasto con dei seri dubbi sulla trattazione economica del modello. Lo scrissi anche a Terenzio su iMille-magazine a molti altri prima di lui, senza risposta.

      la variabile prodotto industriale mondiale (WIP) non è rappresentata da veri “dollari” e neanche convenzionali. E’ stato fatto prima uno studio del prodotto industriale fisico (che è la parte maggioritaria, il 95%)

      Questa e’ la parte che mi convince di meno. Insomma, come si fa a dire che il produtto industriale fisico costituisce il 95% del prodotto mondiale? Ogni giorni si parla di speculazioni, derivati, scollamento dell’economia finanziaria da quella reale. Tempo fa l’Economist aveva fatto vedere come il peso nel PIL mondiale di prodotto fisico e derivati finanziari si sia spostato negli ultimi anni su questi ultimi, pesantemente. Gli autori stessi dicono “It is important to distinguish between money and the real things money stands for. The economy represented in World3 is the physical economy, the real things to which the earth’s limits apply, not the monetary economy. Industrial capital refers here to actual hardware —the machines and factories that produce manufactures products”. In altri termini, di economia non v’e’ traccia, dunque niente capitale lavoro e sostituibilita’ dei fattori di produzione, e si ammette che tutti abbiano accesso a tutto, data l’assenza di una relazione di domanda-offerta che regola l’accessibilita’ alle risorse naturali. Sotto queste premesse, non stupisce che il mondo simulato col modello World3 finisca velocemente in overshooting.

      Insomma, la mia impressione e’ che contrariamente a quel che si pensa il mondo ha recepito il messaggio de LTG e che l’economia si stia muovendo in quella direzione (ETS, incentivi alle rinnovabili, elettrificazione dei trasporti, eccetera). La transizione rinnovabile e’ appena iniziata ma e’ qui con noi per restare. Ora bisogna saper aspettare, senza abbandonarsi all’inerzia del far nulla o isterie e panico.

  7. Egidio scrive:

    Riguardo alla trattazione dell’economia nel modello World3, l’approccio di World3, mi pare di capire, è di considerare l’economia fisica perché è questa che interagisce con i limiti fisici del pianeta. Il focus è sulle interazioni fisiche tra le principali variabili. Non sono d’accordo pero’ quando dici tutti hanno accesso a tutto perché l’estrazione delle risorse naturali dipende dal capitale investito oltre che dalla tecnologia e di questi fattori il modello tiene conto.
    E’ vero che molte interazioni sono ipersemplificate: non c’è neanche una divisione tra paesi non esiste quindi uno scambio economico tra paesi diversi ma questo è coerente con la visione di un sistema-mondo. E neanche si tiene conto delle dinamiche sociali. La ricchezza è perfettamente distribuita tra gli abitanti del pianeta e non ci sono ne guerre ne rivoluzioni. Quanto al fatto che il messaggio di LTG sia stato recepito e che l’economia si stia muovendo in quella direzione, io non sono d’accordo ma vorrei portare alcuni dati a supporto e adesso non ho il tempo. Provero’ a farlo nei prossimi giorni, saluti

    • Filippo Zuliani scrive:

      Ok. Attendo i dati, allora (spero non siano i soliti sulla perdita degli stock ittici e la diminuzione della fertilita’ del suolo). Certamente saranno spunti per nuovi post, magari proprio su modello de i Limiti della Crescita. Grazie.

      update: spero che la tua fonte di informazioni non sia questa. Perche’ dentro c’e’ un quantitativo di fallacie logiche peggio del debunking di un post di Grillo.

  8. Egidio scrive:

    Riguardo all’update: cos’è un attacco preventivo ?
    Prima che invio il prossimo commento allora preferisco chiarire: non sto cercando dati a supporto di LTG, non ho né la competenza, né il tempo per farlo e mi sembra molto esauriente come dati l’articolo di Turner che ho linkato sopra. Quando dico che ho bisogno di dati a supporto mi riferisco alla tua affermazione “che il mondo ha recepito il messaggio di LTG e che l’economia si stia muovendo in quella direzione (ETS, incentivi alle rinnovabili, elettrificazione dei trasporti, eccetera)” sulla quale non sono d’accordo. O meglio, è parzialmente vero che ci si stia muovendo in quella direzione ma in maniera assolutamente non sufficiente. E non mi riferisco alla velocità di sostituzione delle fonti fossili, che hai scritto bene è un affare multigenerazionale, ma proprio all’insufficienza totale del concetto stesso di “decoupling”. Su questo sto cercando di scrivere alcune righe se gli impegni di lavoro me lo permettono. Saluti

  9. Egidio scrive:

    La risposta convenzionale al dilemma della crescita è il disaccopiamento, (“decoupling”) tra la crescita economica e l’impatto ambientale. Ovvero si presuppone che produrremo sempre meglio, cioè con un minore impatto ambientale, utilizzando minori risorse naturali, riciclando. Sarà possibile cosi continuare ad avere una crescita economica con un minore impatto ambientale. Disaccoppiare cioè la crescita del GDP dall’impatto ambientale. Tutto bene, quindi ? Non proprio e qualche semplice numero ci fa capire qual è la situazione.
    Prendiamo per esempio le emissioni di CO2, ma un discorso analogo vale per le risorse naturali. Le stime piu’ recenti dicono che se vogliamo restare entro i 2 C di aumento di temperatura media globale, dobbiamo ridurre di qualcosa come il 75- 80% le emissioni globali di CO2 odierne al 2050 (in pratica dividerle per quattro), invece, come hai scritto sull’ultimo post, siamo sulla traiettoria per aumentarle del 40-50% al 2050.
    A me sembra che si faccia confusione tra il disaccoppiamento assoluto e quello relativo e il fatto che occorre perseguire il primo ma finora siamo stati capaci in qualche misura di ottenere solo il secondo. Mi spiego: prendiamo l’equazione di Ehrlich dell’impatto ambientale I = P*A*T dove I è l’impatto ambientale per esempio nel caso della CO2 in tonnellate di CO2 emesse all’anno, P è la popolazione mondiale, A è la ricchezza cioè il GDP pro capite annuale del mondo, T è il “fattore tecnologico” o l’intensità economica della CO2, cioé nel nostro caso la quantità di CO2 emessa per unità di GDP. Per ottenere una diminuzione di I non basta diminuire T (disaccoppiamento relativo) ma bisogna che T diminuisca piu’ di quanto aumenta il prodotto P*A.
    Adesso provo a mettere alcuni numeri: Nel 1973, grosso modo l’anno di pubblicazione di LTG, la popolazione mondiale era 3.7 miliardi, il GDP procapite 4600 (dollari costanti del 2000) e l’intensità della CO2 0.93 kg di CO2 emessa per dollaro (costante del 2000) di GDP. Il prodotto P*A*T dà circa 15.8 miliardi di tonnellate di CO2 emessa (valore in linea coi dati IEA sulle emissioni). Circa quarant’anni dopo, nel 2011, la popolazione è circa 7 miliardi, il GDP procapite 7642 USD e l’intensità della CO2 0.64 kg/USD anno 2000. Quindi è vero che l’intensità è diminuita del 31% (da 0.93 a 0.64) ma nello stesso tempo la popolazione è quasi raddoppiata e il GDP procapite è aumentato del 65%. E infatti le emissioni globali di CO2 sono raddoppiate da 17 a 34 miliardi di CO2 per anno. Quello che voglio dire con questa sequenza di numeri è che è vero che sono stati fatti dei passi avanti nel disaccoppiamento relativo (peraltro negli ultimi anni anche questa tendenza sta rallentando) ma il disaccoppiamento assoluto non si vede neanche lontanamente. Insomma la fiducia che il miglioramento tecnologico risolverà il dilemma della crescita non è supportata da alcun dato, anzi la tendenza è del tutto diversa. A meno di qualche scoperta rivoluzionaria, che non si vede neanche quella, anzi molti studi mostrano un rendimento decrescente del progresso tecnologico, siamo perfettamente in linea con lo scenario “standard” che LTG aveva tracciato quarant’anni fa.
    PS: A proposito c’è un aggiornamento dell’articolo di Turner del 2012 che puo essere scaricato qui: http://tinyurl.com/n2r9uf2

    • Filippo Zuliani scrive:

      In pratica, stai dicendo che la crescita nell’economia produttivista finora e’ stata una crescita volumetrica, trainata dall’aumento della popolazione (l’aumento del GDP e’ bilanciato dalla riduzione di T). Non ho ancora letto l’articolo di Turner, ma questo e’ il segreto di Pulcinella ed e’ anche previsto dalla teoria economica standard (finche’ conviene sfruttare una risorsa semplicemente la sfrutti). Quel che il modello di LTG implicitamente assume, pero’, e’ che lo sfruttamento delle risorse naturali continuera’ pari pari anche quando non sara’ piu’ economicamente conveniente farlo, assunto semplicemente non essere vero. Grazie per il paper. Ci torniamo in seguito.

      update: usare come esempio la CO2 e’ quantomeno inappopriato. Perche’ ai tempi del lavoro originale LTG la CO2 e il global warming non c’erano e, conseguentemente non v’erano nemmeno le seppur blande policy di riduzione delle emissioni che abbiamo oggi. Oltre al fatto che di tali blande policy USA, Cina, BRIC e canea cantante se ne infischiano. Sarei dunque sorpreso che le riduzioni di CO2 fossero calate.

      • Egidio Bernini scrive:

        Hai scritto: “Quel che il modello di LTG implicitamente assume, pero’, e’ che lo sfruttamento delle risorse naturali continuera’ pari pari anche quando non sara’ piu’ economicamente conveniente farlo, assunto semplicemente non essere vero.” Ma LTG non assume proprio per niente questo, tutt’altro.
        Adesso non ho tempo di ribadire punto per punto quello che dice LTG, mi limito ad osservare che nello scenario “standard” diciamo business as usual, è il prodotto industriale a calare per primo (puoi verificarlo subito sulla figura 2 A del paper di Turner 2012 e se ti interessano le “profezie” questo calo comincia appena prima il 2020, ma LTG stesso mette in guardia sul leggere le date in maniera troppo accurata) proprio perché per estrarre le risorse naturali è necessario un sempre maggiore investimento nell’attività estrattiva che viene cosi sottratto all’investimento nel capitale industriale. Purtroppo non posso postare immagini ma se vai a vedere lo schema a blocchi del modello World3 vedi subito le relazioni tra le varie grandezze. Ancora una volta invito a rileggere LTG, se non vuoi spendere qualche euro per comprare la versione aggiornata del 2002, qui il free download del pdf dell’edizione originale del 1972.
        http://www.donellameadows.org/wp-content/userfiles/Limits-to-Growth-digital-scan-version.pdf

        PS Sarai sorpreso di trovare a pag 72-73 la curva di crescita della CO2, eccome se se ne parla.
        Lo schema a blocchi cui mi riferivo si trova a pag. 100, quello globale del modello World3 a pag 102-103.
        Saluti

      • Filippo Zuliani scrive:

        Mi sembra di giocare al gioco del non capiamoci. Il prodotto industriale nel LTG cala perche’, come dici tu, aumenta il costro estrattivo/produttivo dei materiali. Se fisicamente ha un senso economicamente non sta in piedi, perche’ vorrebbe dire che il mondo continua a produrre anche quando i margini diventano negativi, un mostro che divora se stesso – l’iconografia degli zombi di Romero rappresenta essenzialmente la stessa cosa e nacque proprio negli anni ’70. L’economia moderna e’ ancora di tipo produttivista semplicemente perche’ le risorse sono ancora sufficienti e possiamo permettercelo. Ora. Non sempre e comunque. Quando non sara’ piu’ conveniente e economicamente non avra’ piu’ senso tirar fuori petrolio con EROEI<1 lo lasceremo dov'e' e andremo a fare altro (cosa e' una bella domanda, forse l'unica che avrebbe senso porsi). Oggi si tenta di decarbonizzare l'economia integrando policy all'uopo, che al tempo di LTG non c'erano mica e non si capisce perche' ci si dovesse attendere una riduzione della CO2/GDP. L'economia serve a quello, a regolare l'accesso alle risorse naturali in base alla convenienza. Senza il filtro dell'economia a produzione e accesso alle risorse il mondo simulato di LTG finisce in overshooting per l'ovvio motivo che la crescita materiale infinita in un mondo finito non e' perseguibile. Nessuno lo nega, nemmeno gli economisti, e non serve un modello matematico lungo 3CD per arrivarci. Chiudo qui perche' c’e’ materiale abbondante per un altro post su LTG, sovrappopolazione e energia. Grazie per lo scambio e i link. Alla Prossima.

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