Il dilemma della crescita

Il mio articolo per iMille-magazine

Poche settimane fa, Serge Latouche è intervenuto a Milano davanti ai delegati di Terra Madre Giovani – We Feed The Planet, ripetendo il mantra della decescita felice. Latouche critica l’attuale economia produttivista quale modello di società individualista che, alla ricerca spasmodica della crescita a tutti i costi, finisce per generare infelicità anzichè benessere. Secondo i decrescisti la crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito e la sostenibilità sarebbe raggiungibile solo attraverso il cosiddetto circolo virtuoso delle r: ridurre, riciclare, riutilizzare e ristrutturare. La teoria di Latouche, per quanto poggi su un assunto indiscutibile spesso trascurato dagli economisti mainstream – la finitezza delle risorse naturali – trascura completamente le condizioni per la stabilità macroeconomica e le relative implicazioni sulla forma di Governo. Ma andiamo per gradi.

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Come ti combatto il picco

Leonardo Maugeri in un articolo sull’Espresso, elenca cinque motivi che consentirebbero ai produttori americani di battere le previsioni funeree sul petrolio non convenzionale nazionale.

1) Aree più produttive. Le società petrolifere stanno concentrando le loro operazioni su aree di giacimenti che consentono un profitto anche a quotazioni del greggio inferiori a 35 dollari a barile. La prova è che nel Nord Dakota epicentro storico dell’estrazione di greggio shale, a dicembre si è era superato il record storico di 1,2 milioni di barili al giorno e poi la produzione è cresciuta ancora.

2) Break-even. Si è abbassato il punto di pareggio costi/ricavi per effetto del miglioramento della tecnologia che ha consentito una riduzione dei costi estrattivi del 10% annuo e dell’aumento della produttività dei pozzi cresciuta negli ultimi 6 anni di 4-6 volte a seconda dei giacimenti.

3) Multi-well pad drilling. Entrano in campo progressi tecnologici che consentono di perforare un numero multiplo di pozzi da un’unica postazione. Visivamente immaginate un piovra con la testa in superficie con i suoi tentacoli che penetrano sottoterra in più direzioni.

4) Intensificare lo sfruttamento. Si sperimentano sistemi come la “ri-fratturazione” idraulica di pozzi già fratturati che può spingere fino al raddoppio della produzione a costi molto ridotti.

5) Ciclo corto. A differenza degli idrocarburi convenzionali che richiedono tempi lunghi prima che l’output arrivi sul mercato, il pozzo shale entra in produzione in poche settimane, raggiungendo subito il picco produttivo per poi declinare verticalmente e rendere necessaria la perforazione continua di altri pozzi. Questo implica la possibilità di “spegnere” e “accendere” tempestivamente nuove produzioni in base ai trend dei prezzi.

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Picco del petrolio e costo marginale

Il mio articolo per iMille-magazine

Decenni di discussioni sul picco del petrolio hanno prodotto fiumi di parole sull’entità delle riserve (e/o risorse) in rapporto alla produzione mondiale, ossia quanti anni di petrolio restano al mondo – il cosiddetto rapporto R/P (reserves-to-production ratio). Su questo magico numero, e sulle sue implicazioni per il futuro dell’economia moderna, sono cresciuti nel tempo un coacervo di movimenti e opinioni, alcune assennate altre meno. Economisti per cui le riserve di petrolio aumentano sempre, chi cerca trova e domani è un giorno nuovo, o geologi per cui l’aumento esponenziale della produzione prosciugherà le risorse petrolifere ieri, neanche il tempo di addormentarsi. Il problema è che ridurre la dinamica di sfruttamento del petrolio alla bruta quantità di greggio rimasto in rapporto alla produzione è spesso fuori bersaglio. Come ebbe a dire Morris Adelman [1], con poche parole ma molta saggezza:

Risorse finite è uno slogan vuoto; conta solo il costo marginale.

Esaminando le teorie del picco del petrolio attraverso la lente dell’economia molti elementi fattuali appaiono evidenti, comprese le recenti turbolenze del mercato petrolifero. Ma andiamo con ordine.

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Verso la fine del petrolio?

Il mio articolo per l’ultimo numero di EcoScienza.

oiltanker_exxon_desert480x320Da anni l’entità delle riserve mondiali di idrocarburi e del petrolio in particolare è uno dei maggiori interrogativi della comunità economica internazionale. La preoccupazione di un imminente declino delle risorse fossili non è nuova. Nel 1956 M. K. Hubbert elaborò la teoria omonima sul declino della produzione di petrolio. Partendo da dati storici sul ritmo di estrazione e sull’entità delle riserve disponibili in USA, la teoria sosteneva di poter prevedere la dinamica di estrazione e la data di produzione massima – il celebre “picco del petrolio” [1]. Su questa linea di pensiero è cresciuto nel tempo un coacervo di movimenti per cui la datazione del picco coinciderebbe con l’inizio del declino della civiltà industriale, financo un ritorno a una nuova età della pietra [2]. Tornando sulla Terra, il dibattito su un eventuale calo della produzione petrolifera mondiale, in particolare sulla sua possibile irreversibilità, è quanto mai attuale in virtù dell’interesse strategico che l’approvvigionamento energetico riveste nella cornice nazionale e globale.

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Shale gas e acciaio

Il progresso tecnologici delle tecnologie di perforazione ha reso possibile l’estrazione di gas e petrolio da rocce precedentemente improduttive, gli shale, processo che ha dato il via alla golden age del gas naturale nella quale ci troviamo ora. Fiumi di parole sono stati scritti su shale gas, cambiamenti geopolitici e sfide energetiche e ambientali nell’utilizzo della nuova fonte d’energia. Le sapete tutti.

Sono invece meno note le ripercussioni indirette dello shale gas sul resto dell’economia. Piu’ in specifico, vediamo l’impatto dello shale gas sulla produzione di acciaio.

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Produrre acciaio in Italia

il mio articolo per Il Post.

Pur con i recenti sviluppi, sull’ILVA non v’è molto da aggiungere rispetto a quanto già detto pochi giorni fa. Tuttavia, dai fatti dell’acciaieria di Taranto si può prendere spunto per una riflessione di più ampio respiro sulla produzione dell’acciaio in Europa e la posizione dell’Italia.

L’industria dell’acciaio è stata un attore fondamentale nei progressi infrastrutturale ed economico degli anni post-guerra e del boom italiano degli anni ’60. Allora il settore era pubblico, comandato dall’IRI. Negli ultimi decenni, complici due grandi crisi negli anni ’70 prima e ’80 poi, il settore della siderurgia è stato completamente privatizzato. I gruppi industriali rilevanti in Italia sono Riva (che possiede ILVA), Marcegaglia, Lucchini e Arvedi.

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Inaudito: Google è una grande impresa

Al Corriere della Sera hanno scoperto che Google è una grande impresa, e che le grandi imprese consumano molta energia. Pazzesco, vero? L’articolo del Corriere lo trovate qui, ed è scritto coi tipici toni scandalistici della stampa ambientalista italiana, citando numeri a caso senza cognizione di causa. Un rapido commento, da tenere buono per altri articoli simili (e ce ne sono tanti).

Il titolo:

Google consuma energia elettrica quanto 41 grattacieli.

Già fa capire che aria tira. Probabilmente non serve leggere oltre, ma andiamo avanti.

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